Philippe Forest e l’iperrealismo sentimentale

Mentre nelle altre sale le folle si avventano sui soliti De Luca e Carofiglio, per il palato fine di pochi intenditori, o detto più pessimisticamente “quattro gatti”, Sandra Petrignani presenta Philippe Forest, un francese che scarnifica i sentimenti. Quattro romanzi tradotti in Italia, svariati premi, Forest nasce saggista, ma dopo la morte di cancro della figlia Pauline, di tre anni, passa alla narrativa.

Petrignani
Stasera non si parla di Pauline che torna in tutti i suoi libri. Forest ci racconta invece, di come ha fatto dell’autobiografia il centro della sua scrittura. Perché se è vero che “Tutto è autobiografico nella scrittura” come diceva Elsa Morante, è anche vero che tra autobiografia e narrativa, passa quello che c’è tra il sogno e capire il proprio sogno. Allora gli chiediamo: quanto la letteratura è menzogna?

Forest
E’ impossibile dire la verità quando si scrive. Io ho l’impressione di aver sognato i miei libri prima di averli scritti. Ad esempio Sarinagara, il mio terzo romanzo. Quando il sognatore racconta il sogno, traduce il linguaggio della notte in quello del giorno. Anche quando si raccontano eventi realmente accaduti, si traducono ed entrano nel mondo della “fiction”: anche se forse “menzogna” sembra un po’ negativo.

Petrignani
Dopo La letteratura come menzogna di Manganelli, la “menzogna” ha perso la connotazione negativa. Sarinagara, il suo libro che più amo ed il primo che ho letto, parte proprio da un sogno e contiene tante considerazioni sulla letteratura. Forest resta un ragionatore di letteratura, un filosofo. Narra ragionando su quello che fa. Non ferma mai il suo ragionare, non tanto sulla vita, ma sullo scrivere. E invita il lettore a esprimere il suo parere sull’impresa un po’ vergognosa e del tutto insignificante di scrivere. L’insignificanza di scrivere come insignificanza della vita. Scrivere non comporta promesse di illuminazione, dunque scrivere non salva. E’ strano che sia proprio lei a dirlo perché sembrerebbe un salvato dalla letteratura. E’ così?

Forest
E’ una domanda difficile. Non credo che si possa davvero salvarsi con la letteratura. Certo è qualcosa di molto forte nella nostra tradizione, dove a partire dal Romanticismo, l’arte ha sostituito la religione. L’arte trasforma i valori in bellezza e creatività. Io mi sono messo nelle mani della letteratura, non per salvarmi, ma per affrontare l’esperienza drammatica. Non si può scappare alla sofferenza grazie alla scrittura. Il fatto di scrivere un libro dopo l’altro può farlo pensare, ma non è così. Nel XIX secolo, il giapponese Kobayashi Issa, poeta esperto nell’arte dell’Aiuku, scrive una magnifica poesia per la morte della figlia di quattro-cinque anni.

E’ rugiada, è un mondo di rugiada, eppure eppure

… e la lascia in sospeso. La vita è sofferenza eppure… eppure continua e forse c’è una soluzione. O invece, secondo una visione più pessimista si potrebbe interpretare come: lo sapevo che era sofferenza eppure, quando poi è successo, non ero preparato.
Non credo che la letteratura sia insignificante, ma non bisogna dimenticare l’assurdità della vita. Devono esserci delle parole patetiche che raccontino l’esperienza della vita e della morte. Si tratta di “un gioco tragico” come dice Nietzsche, ma anche leggero. Il romanzo viene dall’esperienza antica della lettura, quando di fronte alla notte, che è molto angosciante, bisognava trovare le parole per scivolarci dentro, raccontando delle storie. Anche quando le storie fanno paura, i bambini le adorano. Bisogna che facciano paura e che facciano piangere. In Francia le storie per i bambini vengono troppo addolcite. Bisogna invece rispettare, assumere il patetico e il terrificante che piace ai bambini.

Petrignani
E allora dove una cultura raziocinante, che ha paura del patetico, ha collocato si suoi libri?

Forest
All’estero mi dicono che i miei libri non sono molto francesi. Non so se è vero ma me l’hanno detto spesso. I miei libri suscitano una reazione di empatia e simpatia, ma anche di rigetto, legato alla negazione della morte e del lutto. Questa negazione spiega la forte reazione, sia che si tratti di simpatia, che si tratti di rifiuto. Dico quello che la società non vuole ascoltare e molti ce l’hanno con me perché quello che scrivo pare osceno. I miei libri pongono questioni etiche e politiche importanti. Per questo possono suscitare repulsione e rigetto.

Petrignani
Come si passa dalla vita alla pagina? Come lavora Philippe Forest?

Forest
Non ho mai considerato la letteratura come un mestiere, o una carriera. Scrivo perché mi sento obbligato: e non per comunicare qualcosa al lettore, ma per confrontarmi col mio problema. Il romanzo non risolve il problema della vita ma permette di gettarci una luce differente. Illumina l’oscurità di quello che sto vivendo. Non ho una preoccupazione razionale e pianificata della mia esperienza di scrittore.

Petrignani
Lalla Romano usava l’autobiografia in modo da non riuscire a cambiare neanche i nomi. Questo le rovinava addirittura i rapporti famigliari, ad esempio quello col figlio che non sopportava che scrivesse di lui. Si è mai trovato in questa situazione?

Forest
Non sono così intransigente e integralista. Mi prendo delle libertà. Prendo un aspetto della mia vita e lo rendo pronto alla traduzione in un romanzo, ma ci sono tanti aspetti della mia vita di cui non parlo, così come tante persone. Per tutta la notte è consacrato all’esperienza del lutto che è riproposto grazie a un lavoro: non faccio passare tutta la vita nella scrittura. Ci vuole pudore. Bisogna sapere dove fermarsi.

Petrignani
I primi due libri sono su Pauline, sulla coppia che ha perso la bambina. Poi in  Sarinagara, la coppia tenta di allontanarsi dalla tragedia andando in un paese lontano: il Giappone. In L’amore nuovo, la coppia si è spezzata e il padre si rinnamora. Si butta in una nuova avventura amorosa. L’amore è un sentimento di rinascita, ma qui tutte le fasi dell’amore sono viste in modo molto ravvicinato ed iperrealistico. Dopo varie peripezie alla fine non c’è un happy end, ma solo l’incontro con la propria solitudine. L’incontro fra i due amanti, che nel frattempo si sono lasciati, resta in sospeso. Non si sa se diventeranno una coppia rinunciando all’incandescenza passionale degli amanti.

Forest
La letteratura permette di togliere veli alla realtà, forse è questo l’happy end. Ho scritto la fine migliore che potevo, tenendo conto che la maggior parte dei romanzi d’amore finisce male. I romanzi d’amore hanno una struttura sacrificale. Spesso finiscono con la donna che muore e lui che sublima nell’arte. Vedi ad esempio Addio alle armi di Hemingway. Lo scrittore trasforma questa perdita nell’oggetto di un’opera. Volevo evitare di fare un libro così, perciò ho optato per un finale in cui i due si rincontrano e non si sa come va a finire. Si dice che gli scrittori scrivano di quello che gli è accaduto, ma forse scrivono di quello che vogliono che accada.

Petrignani
Chissà, forse a volte un libro può anticipare quello che accadrà. Le è mai successo?

Forest
Io paragonerei lo scrittore a Merlino che diventa vittima del suo stesso sortilegio. Costruisce una prigione di parole che confonde con la realtà. E’ un apprendista stregone, come quello di Walt Disney. E’ una sorta di prestigiatore che fa uscire tante cose dal suo cappello: conigli, colombe, carte e rose.

Petrignani
“Non esistono amori felici”: nel migliore dei casi diventano qualcosa di più banale di quando sono cominciati. Lei pensa che esistano? Nel finale straordinario del libro, lei cita gli amanti: “imperdonabili eppure innocenti”.

Forest
Sì è un verso di Louis Aragon: il tempo di imparare a vivere arriva che è già troppo tardi e il ritornello è che non ci sono amori felici. C’è un sentimento che rinvia alla solitudine anche nell’amore più grande. Le risponderò con un’altra citazione, di George Bataille: “Quello che bisogna domandare all’altro, è di fare la preda dell’impossibile”.

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Intervista fatta da Sandra Petrignani a Philippe Forest, all’Auditorium di Roma, in occasione della Festa del libro e della lettura.

Pubblicato da

Tiziana Zita

Tiziana Zita

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di fiction per la tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

2 pensieri su “Philippe Forest e l’iperrealismo sentimentale”

  1. Merci monsieur Foster. Aujordhui je vous a entendu pour la premiere fois et ca a été une rivelation. Grazie a Sandra Petrignani per questa bellissima intervista a cui sono “approdata” dopo avere ascoltato l’intervista (trasmessa da radiotre) fatta a Philippe Forest da Loredana Lipperini.

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