Butterfly In Sleep di Mazdak Mirabedini

Vado a vedere Butterfly In Sleep, un film iraniano che parla di psicoanalisi. Fa parte di Asiatica, il festival del cinema orientale che si svolge in questo periodo a Roma. Iran e psicoanalisi insieme non hanno un grosso appeal e infatti tutti gli amici, per un motivo o per l’altro, mi danno buca. Alla fine ne arriva uno, quando la sala è già buia, ma fatalmente… si addormenta.
Il regista Mazdak Mirabedini ha 34 anni e ha studiato negli Stati Uniti. Prima di cominciare ci dice che ha già fatto un film noioso, che questo è il suo secondo film, che da 85 minuti è diventato di 65, che spera che non ci annoieremo.
Il film racconta di uno psicoanalista che ogni tre mesi incontra i nuovi pazienti e ne sceglie uno da prendere in cura. Come in un crudele concorso, questi sono al corrente della situazione, sanno che soltanto uno di loro verrà scelto.
Mi chiedo se una simile pratica sia lecita, se questo è successo davvero e se il regista è stato scelto, visto che alla fine ci dice che è stato otto anni in analisi.

Lo psicoanalista riceve sette pazienti e le loro sedute vengono filmate, cosa che sembrerebbe un ulteriore atto di sadismo. Ovviamente il terapeuta chiede prima il permesso al paziente e gli comunica che le riprese non usciranno dal suo studio. Forse dovrà rivedere questi “provini” per decidere chi scegliere? Comunque, grazie a questo espediente, il film acquista un ulteriore senso di realtà e aumenta la sensazione che gli incontri che stiamo vedendo siano veri.
I pazienti si susseguono e cominciano a raccontare, non senza difficoltà, i motivi che li hanno portati fin lì. Partono leggeri, a volte spavaldi, ma a poco a poco, si accasciano sotto il peso dei macigni che tirano fuori.
C’è una bella donna, dice che non le manca niente, ma se per caso vede un padre con una figlia al parco, le viene da piangere. Forse perché ha perso il padre da piccola e, malgrado la madre sia stata splendida, le sembra che tutta la sua vita sia connotata da quell’assenza.
Poi c’è un uomo di 26 anni, ma che ne dimostra il doppio, con i suoi baffi e una calvizie incipiente. Racconta dell’amico che sta morendo di cancro, del fatto che lo ha accompagnato in tutte le tappe di questo percorso. L’altro aveva dei bellissimi capelli lunghi che tutti gli ammiravano e lui lo ha accompagnato a tagliarli. Fino alla radio terapia, ha sempre conservato il buonumore, ma poi con la chemio è andata sempre peggio: ha perso la vista, la memoria e la parola. Lui però continuava a parlargli e l’altro gli stringeva la mano. Ora è in fin di vita, in rianimazione, lui continua a parlargli perché ha sentito dire che l’udito è l’ultima cosa che si perde, ma non riesce più ad andare nei posti in cui andavano insieme, non riesce più ad andare all’ospedale…
Tutte le donne hanno il velo. Ce n’è una di una certa età con un’aria alla buona. Dice di non sentire più la voce di Dio. E’ molto arguta, cosa che quasi contrasta col suo aspetto semplice. Parte all’attacco, gli dice che dovrebbe metterla a suo agio e farle delle domande. Poi, mentre la seduta va avanti, come niente fosse dice che le sono morti madre, padre e fratello, quando era piccola. La madre suicida, dopo la morte del fratellino a cui lei era molto legata. Tutta la sua famiglia è morta. La donna sostiene che ha fatto tanto, ha viaggiato, ha cercato di parlare con Dio, ma ora è stufa e forse è meglio che vada “laggiù” a parlare direttamente con lui.
C’è l’attore che sente di recitare bene quando fa il suo lavoro, ma non sa fare la sua parte nella vita.
Ognuna di queste persone sembra davvero bisognosa di aiuto, perciò il fatto che verranno quasi tutte rifiutate crea una certa ansia. Quasi tutti a un certo punto della seduta vengono sopraffatti dall’emozione e piangono. Allora il dottore, come in automatico, allunga la scatola dei kleenex dall’altra parte del tavolo.
Il film è scarno ed essenziale. Una segretaria completamente vestita di nero, velo compreso (che sembra a tutti gli effetti una suora), sta seduta alla sua scrivania e risponde al telefono agli aspiranti pazienti, mentre di fronte a lei questi restano in attesa su un divano.
Come si è capito il film non è un action, ma è interamente basato sulla fascinazione della parola. Quello che succede sono soltanto i dialoghi all’interno delle sedute. Trovo perciò discutibile la scelta di “spezzare” questi dialoghi con scene di ambientazione, ancora più lente e inanimate. Ad esempio il dettaglio della teiera che viene messa sul fuoco dall’analista che prepara il te, fra una seduta e l’altra (almeno credo che sia lui perché vediamo solo dei particolari del corpo), o le immagini confuse delle gocce di pioggia che cadono a terra. Per fare da contrappunto agli incontri già molto statici, quelle scene lente e silenziose sono poco indicate. Allora sarebbe stato meglio tagliarle del tutto, come in In Treatment la bella serie americana che è ridotta all’osso: non si vede mai niente che sia fuori dal setting analitico.

La serie si regge grazie ai suoi dialoghi straordinari e ad una struttura rivoluzionaria a cui corrisponde una messa in onda altrettanto insolita. Ogni puntata è una seduta. Ogni puntata dura 25 minuti e va in onda tutti i giorni, come una soap. Il lunedì c’è Laura; il martedì Alex, il pilota di colore; il mercoledì Sophie, la ginnasta sedicenne che ha avuto un incidente d’auto e così via, come da un vero analista. Il venerdì è il dottore, l’attore Gabriel Byrne, che va a sua volta dall’analista.
Il regista Mazdak Mirabedini però In Treatment non lo conosce: glielo chiedo all’uscita del cinema e ovviamente ne è incuriosito.
Alla fine l’analista deve scegliere e, come prevedibile, il film s’interrompe prima. Allora ci si chiede in base a quale criterio il dottore del film, così come quello della vita, faranno la loro scelta. Perché a ben vedere il limite di un solo paziente che viene posto nel film, è in realtà il limite di ogni analista che di volta in volta decide se prendere, o meno, un determinato paziente.
Sceglierà la persona che ha il problema più grave, come ipotizza una delle possibili pazienti?
Oppure, al contrario, quella che gli sembra più curabile, più malleabile e meno incrostata nelle sue ripetizioni nevrotiche?
O magari la persona che gli è più affine, che ha problemi simili ai suoi e con cui è più in sintonia?
O sceglierà il caso più urgente, quello in cui, a prescindere da tutto il resto, vede che c’è un rischio di vita, come ad esempio la signora che vuole andare a parlare con Dio?
Non lo sappiamo. Temo che anche questo suo secondo film sia un po’ noioso, anche se originale e toccante. Forse il terzo sarà perfetto.

Mazdak Mirabedini con la sua compagna all’uscita del cinema

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

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