Il principio dell’iceberg di Ernest Hemingway

Nel maggio del 1954 George Plimpton intervista Hemingway in un caffè di Madrid e gli domanda:
“Secondo lei qual è la migliore preparazione intellettuale per un aspirante scrittore?”
E Hemingway gli risponde: “Diciamo pure uscire di casa e impiccarsi, perché scrivere bene è quasi impossibile. Poi, se qualcuno lo stacca dalla corda, allora, per tutta la vita, il poveretto dovrebbe costringersi a scrivere al meglio. Ma almeno avrà la storia dell’impiccagione con cui cominciare”.
Evviva Hemingway! In un’epoca in cui tutti fanno gli scrittori e stanno lì a guardarsi l’ombelico, la sua affermazione è massimamente apprezzabile. Chiarisce subito qual è il rapporto fra la letteratura e la vita. Hemingway, che di lì a pochi mesi riceverà il premio Nobel per la letteratura, ritiene che la scrittura non possa prescindere dalla conoscenza del mondo e dall’esperienza. Secondo lui,  scrivere comporta un impegno a tempo pieno… a vivere. Insomma la vita è la benzina della scrittura.
Il principio dell’iceberg
è un minuscolo libro pubblicato da Il Melangolo e come dice il sottotitolo, è un’ “Intervista sull’arte di scrivere e narrare”.
Su questo soggetto Hemingway è piuttosto restio. Non perché sia a corto di argomenti, ma perché è scaramantico.

il-principio-dell-iceberg-Ernest-HemingwayPensa che una eccessiva analisi e consapevolezza circa la propria scrittura possano danneggiarla, che non si debba violare la scrittura esaminandola troppo minuziosamente: “Già è abbastanza difficile scrivere libri e racconti, non parliamo di doverli spiegare”. Altra affermazione confortante, oggi che gli scrittori ci riempiono di chiacchiere sui propri libri.
Scrivere bene è quasi impossibile. Richiede un grande sforzo. E infatti Hemingway cominciava a scrivere ogni mattina alle prime luci dell’alba. Scriveva in una stanza stracolma di libri e oggetti vari (non buttava via niente), dove sembrava regnare un disordine infernale, ma che in realtà era un disordine ragionato. Scriveva in piedi. Si metteva davanti ad una tavola di legno su cui era poggiata la macchina da scrivere e restava lì per ore, limitandosi a spostare il peso da una gamba all’altra. In quella stanza, che era anche la sua camera da letto, si imponeva questa disciplina fino a mezzogiorno circa, ora in cui andava a fare la sua nuotata in piscina. A mezzogiorno finiva la scrittura e cominciava la vita. Prima però annotava su un tabellone il numero delle parole prodotte e solo quando il bottino era eccezionale si concedeva un’intera giornata per andare a pesca.
E veniamo al principio dell’iceberg: “Io cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg” racconta a Plimpton: “I sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede. Ma se uno scrittore omette qualcosa perché ne è all’oscuro, allora le lacune si noteranno”.
Nell’intervista Hemingway ogni tanto bacchetta Plimpon per le sue domande “trite e ritrite”. E quando quest’ultimo si permette di chiedergli: “Una volta mi ha detto che lei riesce a scrivere bene solo quando è innamorato. Può spiegare meglio questa sua teoria?”
Hemingway gli risponde: “Ehi, che domanda! Comunque dieci e lode per averci provato”.
Poi però ammette che è quando si è innamorati che si dà il meglio, ma preferisce non scendere in particolari.

Pubblicato da

Tiziana Zita

Tiziana Zita

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di fiction per la tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

5 pensieri su “Il principio dell’iceberg di Ernest Hemingway”

  1. “Scrivere bene è quasi impossibile”.
    Non la metterei così, perché in fondo dopo un po’ che si scrive (magari un bel po’) si impara a scrivere bene, o quanto meno decentemente.
    Il vero problema non è scrivere bene, è scrivere MEGLIO.
    Anzi, il vero problema è: come cavolo faceva Hemingway a scrivere in piedi?

  2. “…annotava su un tabellone il numero delle parole prodotte e solo quando il bottino era eccezionale…”
    Ma per Hemingway eccezionale significava in realtà poche righe, scritte, cancellate e riscritte. Chi invece produceva logorroicamente era Thomas Wolfe (Look homeward angel), che arrivó a scrivere 10.000 parole in un giorno. Per fortuna aveva un fantastico editor, Max Perkins, che gliene tagliava via la metà.

    1. Be’ anche Simenon era molto produttivo. Pare che scrivesse un romanzo a settimana, anche per motivi economici. Poi quando lo finiva andava a bere e andava a donne, quindi il lunedì ricominciava. Sono curiosa di leggere la sua autobiografia, anche se è un tomo enorme…

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