Qual è la legge di Fonzi? Intervista a Omar Di Monopoli

Il suo genere potremmo definirlo: giallo western. Ho letto Uomini e cani e ne sono stata folgorata. Con uno sguardo duro ma divertito, Omar di Monopoli mostra l’altra faccia della Puglia, quella dove si consumano storie antiche di vendetta, criminalità, fatali ritorni dell’eroe tra cani feroci, sangue e violenza. Un posto senza legge con “più scheletri che armadi”. Ma dietro alla barbarie troviamo gli stessi personaggi e meccanismi con cui facciamo i conti ogni giorno. Omar di Monopoli non solo ha qualcosa da dire, ma sa come dirlo.

Cominciamo col giallo-western. In che senso il genere rende più liberi e permette di esprimere l’indicibile? In fondo costringe entro regole e limiti precisi.
Il genere è – a mio modesto parere – «inscatolato» solo all’apparenza. In realtà, conoscendone bene i meccanismi, esso permette al narratore di prescindere dalle costrizioni della realtà e dai vincoli della retorica. Pensiamo solo al lavoro di sovraumana documentazione compiuto nei reportages alla Saviano: una sfilza di nomi, luoghi, cronologie che devono essere verificate (e verificabili). Personalmente ho provato invece un grande senso di libertà nel descrivere, ad esempio in Ferro e fuoco, uno dei miei romanzi, la tragedia dello sfruttamento degli extra-comunitari nei campi del Gargano attraverso l’uso di personaggi inventati e scenografie fittizie. Certo, in una certa misura si può affermare che lo scrittore di genere sia più codardo, poiché evitando di esporsi si salvaguarda (non a caso Saviano invece viaggia con la scorta), ma la letteratura di genere fornisce degli strumenti che permettono una maggiore focalizzazione sul cuore del problema. È una questione di linguaggio: un giallo ben raccontato può (potrebbe!) dire della nostra società molto più di quanto faccia un saggio o un blasonatissimo studio sociologico.

Si capisce che c’è un grande lavoro sul tuo testo e sulle parole. Il contrasto fra il dialetto – sintetico, pragmatico (e comprensibile a tutti) – usato nei dialoghi e il bell’italiano in cui è incastonato, crea una specie di scossa per il lettore. Come sei arrivato a questo registro stilistico?
Il mio stile è frutto di una ricerca linguistica decennale, che assomma esperienze diverse come il fumetto, il cinema e ovviamente la letteratura. Sono inoltre convinto che uno scrittore debba crearsi un proprio vocabolario, e naturalmente per farlo deve però possedere una conoscenza pressoché perfetta dei canoni classici: ecco perché non faccio che studiare e leggere i grandi (anche i piccoli, se è per questo!), cercando d’imitarne lo stile, rielaborandolo e facendolo mio.

Ho l’impressione che nel tuo ultimo romanzo, La legge di Fonzi, il dialetto si sia fatto un po’ più stretto e presente. E’ così?
Non credo di aver accentuato il dialetto in maniera deliberata, in questo mio ultimo romanzo. Certo è che nell’arco della cosiddetta Trilogia western-pugliese la lingua è andata via via assumendo una conformazione più personale, con concessioni sempre più evidenti all’ibridazione. La conseguenza è che il primo approccio coi miei libri può risultare ostico, però non si scardinano le regole attenendosi alle mode e al gusto del mercato. Poi, va anche detto, dopo tre romanzi lentamente sono riuscito a costruirmi un mio pubblico, una schiera sempre più numerosa di estimatori che mi scrive, mi segue e mi sostiene, e questo è un piccolo miracolo che non smette mai di stupirmi…

Come nascono le tue storie?
Suggestioni. Fotografie. Cose che noto in giro e mi colpiscono. Uno scrittore viaggia col «taccuino mentale» perennemente aperto.

Quando e quanto scrivi? Scrivi sempre, o solo quando sei alle prese con un nuovo romanzo?
Una volta scrivevo tantissimo solo mentre lavoravo a un romanzo. Oggi mi capita spesso di dover consegnare racconti per antologie, articoletti per giornali che mi chiedono collaborazioni estemporanee e pezzi per riviste sul web. Per cui sono spesso davanti alla tastiera anche quando non vorrei. E poi c’è il blog, che mi succhia l’anima…

Quali sono per te i luoghi più propizi per scrivere? Hai qualche tic?
Scrivo nel mio appartamento in affitto, su un piccolo terrazzino ricco di verde oppure nello studio con una caterva di libri da consultare e annusare alle spalle per ispirarmi. Non credo di avere tic, non manifesti almeno, però ho scoperto che se sono stressato produco di più. Il problema è che in quei periodi ne risente il cuore. E la vita sociale…

Da quali autori hai imparato di più? E cos’hai imparato?
Io, come credo chi mi segue abbia ormai sentito ripetermi sino alla saturazione, sono un grande appassionato di letteratura Southern americana. Per cui Flannery O’Connor, James Lee Burke, William Styron, Harper Lee, Erskine Caldwell e via discorrendo, senza dimenticare i nostri Fenoglio, Pasolini e Vittorini che sono sicuramente colonne portanti per la mia formazione. Ma più di tutti guardo all’inarrivabile vena lirica di Faukner: in ogni sua pagina, oltre alla grandezza divina di un autore che non a caso occupa una salda posizione di comando nell’Olimpo dei Grandi del secolo scorso, c’è tutto quanto serve a chiunque abbia velleità da scrittore. L’insegnamento, cioè, che se riesci a raccontare nella giusta maniera il piccolo fazzoletto di terra in cui sei cresciuto stai raccontando l’intero mondo!

Ora che cosa leggi? Ruggine Americana, di Philip Meyer, una rivelazione (l’autore ha meno di 40 anni) e Stanze Nascoste, l’auto-biografia di Derek Raymond, un giallista anglo-francese ignorato dai più ma assolu-tamente magistrale.

I tuoi scrittori ita- liani preferiti? E quelli contempora- nei?
Oltre a Fenoglio, suc- citato, adoro Vincenzo Pardini, un vero e proprio bardo della Garfagnana capace di inventarsi una lingua che mescola arcaismi epici a dialetto toscano. E poi ci sono i miei conterranei pugliesi, tutti (quasi tutti) molto bravi e creativi. Direi che il mio amico Nino G. D’Attis può essere citato come rappresentanza.

Da tre anni gestisci un blog, Sartoris, molto curato e molto seguito. L’omaggio, è ancora una volta, a William Faulkner. Come mai un blog? E’ un modo per stare in contatto con i tuoi lettori? Che tipo di impegno comporta e cosa ti ha portato?
All’inizio non ci credevo granché. Anzi. Poi lentamente, postando di continuo e intervenendo su altri blog di appassionati, sono entrato in una sorta di community che mi ha aiutato molto a crescere, anche come autore (perché i blogger sono spesso critici severi e preparatissimi, gente che se sbagli ti fa un mazzo così). Certo è una fatica, però per uno scrittore è una buona palestra quotidiana, e poi ti fornisce il polso del tuo gradimento personale…

Perché sei contrario a Facebook?
Primo perché da dipendenza. Sono stato iscritto un paio di anni a Faccialibro, ma a parte il fiume di cazzate che uno vi passa a scriverci ero fortemente in imbarazzo con coloro i quali – la maggior parte! – mi chiedevano l’amicizia dopo aver letto i miei libri e poi, giunti sul mio account, si trovavano davanti alle foto delle mie fidanzate, oppure dei miei pranzi con gli amici, insomma una sgradevole commistione di pubblico e privato che non mi faceva sentire a mio agio. L’editore mi ha chiesto se non fosse il caso di far gestire una pagina esterna da qualcuno, qualcosa tipo un fan-club, ma io a ‘ste cose non ci credo: ho semplicemente pensato che ero stufo e che in fondo se uno ha voglia di contattarmi, sapere cosa sto leggendo o quale film sto vedendo basta fare una capatina sul mio blog. Ci trova anche la mia mail pubblica, lì, e se vuole al limite mi scrive tramite quella.

Cosa ti piace fare oltre a scrivere?
Sarebbe bello rispondere con una cosa saggia e originale, ma non ne trovo. Lavoro come grafico e consulente editoriale, oltre a fare lo scrittore, la mia giornata è quindi quasi interamente votata a questo mondo. Per il resto mi piace la birra, i sigari e discutere di cinema e politica sino a farmi cacciare in malo modo dai locali. Non faccio cenno a Venere perché in questo periodo è un argomento tabù.

Quando Plimpton ha chiesto a Hemingway quale fosse, secondo lui, la miglior preparazione intellettuale per un aspirante scrittore, Hemingway gli ha risposto che la cosa migliore è che si impicchi perché scrivere bene è quasi impossibile. Così se per caso si salvasse avrebbe qualcosa da raccontare. Qual è secondo te il rapporto fra la letteratura e la vita?
Wow! Una delle cose che gradisco dell’essere catalogato tra gli scrittori di genere è che in linea di massima nessuno mi pone domande tanto impegnative: questa infatti è merce per Grandi Autori ☺ Direi che il rapporto è di fusione, scrivo della mia vita, ma al tempo stesso la esorcizzo, la edulcoro, la modifico e certe volte addirittura la controllo. Ma solo sulla carta, naturalmente.

Ti hanno paragonato ad Ammaniti, Saviano, Tarantino, Sergio Leone e Cormac McCarthy: in chi ti riconosci? Verso chi ti senti debitore?
A chiunque. Nel senso che uno scrittore contemporaneo è frutto di un mucchio di cose, per cui personalmente saccheggio di continuo da quei nomi come da altri, da Alan Ford come da Non aprite quella porta. Certo, è un onore sentirsi accostati a maestri di quella portata. Purtroppo sono solo similitudini di comodo, fatte per animare stantie recensioni giornalistiche – che comunque, purtroppo o per fortuna, in Italia leggono davvero in pochi!

Dopo tre romanzi gialli-western, il prossimo sarà una storia di vampiri alla Twilight?
Ci sei andata vicino: sono, infatti, intenzionatissimo a percorrere altre strade che probabilmente incroceranno il fantastico, ma il prossimo romanzo, quasi ultimato e in uscita credo dopo l’estate, narra ancora una volta di un meridione rurale e un po’ western, solo che stavolta cambio l’ottica: il racconto sarà tutto guardato in soggettiva da un ragazzino negli anni della lotta antinucleare…

I tuoi romanzi si prestano ad essere tradotti in immagini: sembra che sia la loro naturale destinazione. So che hai avuto proposte in questo senso. A che punto siamo, potremmo vederti sul grande, o sul piccolo schermo?
Ho le dita ben accavallate da un pezzo. Sono anni ormai che sulla mia scrivania rimbalzano progetti per la celluloide che puntualmente la carenza di fondi finisce per affossare. Dannatissima crisi, prima o poi finirà! (Perché finirà, vero?)

Che cos’hai in tasca?
Un accendino, cinque euro e un pacchetto di mentine (io però non le uso per la seggiolina come il nostro premier☺

Pubblicato da

Tiziana Zita

Tiziana Zita

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di fiction per la tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

7 pensieri su “Qual è la legge di Fonzi? Intervista a Omar Di Monopoli”

  1. E brava Tiziana 🙂
    E bravo anche Omar (ciao Omar), naturalmente. Troppa gente di cui mi fido parla benissimo di te, non voglio privarmi ancora a lungo del piacere di leggerti 🙂

  2. Mi fido ciecamente del gusto di Tiziana. E l’intervista fa scoprire anche il personaggio, interessante.
    Leggerò al più presto anche questo libro.
    Giovanna

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