Il libro è morto: viva l’ebook! Vol. 2

Mentre gli editori di carta, incapaci di cambiare il modello di business, dormono nei loro castelli, arrivano nuovi operatori come Simplicissimus, che insieme alla Fiera di Rimini ha organizzato l’Ebook Lab. Pubblicare su Stealth, la piattaforma di distribuzione di ebook di Simplicissimus, costa il 5 per cento del prezzo di copertina degli ebook effettivamente venduti. E basta. Stealth li mette su tutte le librerie online.
“Ma non tutti sopravvivranno”: profetizza Cavallero di Mondadori: “I nuovi operatori avranno un tasso di mortalità molto elevato. Alcuni dinosauri si salveranno, o venderanno cara la pelle”.
Per ora possiamo esser certi solo della vita dei tre giganti che controllano quasi l’intero mercato americano: Amazon, Google e Apple. Tra i grandi che si contendono il nuovo mercato c’è anche Baker & Taylor, lo storico distributore di libri e entertainment, che ha creato Blio. Lanciato in Usa nel settembre 2010, Blio ha 75 mila testi disponibili e altri 120 mila saranno pronti entro la fine dell’anno.
Una delle opportunità più interessanti che si prospettano per gli autori è il Print on Demand, ovvero la possibilità di pubblicarsi da soli. Chiunque può stamparsi il proprio libro e venderlo su internet. Oppure si può evitare di stamparlo e vendere direttamente l’ebook. In ogni caso la vendita avviene in rete e questo consente di saltare editori e librerie.
Mi direte che questa possibilità è sempre esistita, ma qui non si tratta di stamparsi il libro e “distribuirlo” a una piccola cerchia di amici e parenti. Farlo in rete è tutta un’altra storia.

Lo dimostra Amanda Hocking, l’esempio più eclatante degli scrittori che si pubblicano da soli. A 26 anni, ha pubblicato 8 romanzi di genere fantasy e paranormale, su Amazon e siti analoghi. Vende circa 100 mila ebook al mese e si porta a casa il 70 per cento degli incassi. Perciò, anche se li vende a prezzi molto bassi, che vanno da 1 a 3 dollari a copia, è diventata milionaria.  Una bella soddisfazione se si pensa che la Hocking è stata rifiutata dalle case editrici.

Solar System, l’ebook della Touch Press

Lo stesso vale per Stephen Leather, un noto scrittore di thriller inglese che, dopo che si è visto rifiutare 3 romanzi dal suo editore, li ha pubblicati da solo in versione ebook. Be’, a partire da novembre ha superato Grisham e Larsson ed è primo in classifica su Amazon UK.

Il Duca

Secondo Marco Carrara, detto “Il duca”, che gestisce il blog Baionette Librarie, l’unico modo che gli editori hanno per  competere con gli autopubbicati è selezionare bene i testi: “Gli autopubblicati faranno venire fuori qualsiasi schifezza. Ci sarà un mare di spazzatura e solo gli editor potranno garantire un marchio di qualità. Perciò bisogna concentrarsi solo sulla qualità”.
Se ci addentriamo nel campo dei diritti le cose si fanno complicate perché “ci si regola su normative vecchie e non fatte ad hoc che quindi vanno interpretate in modo machiavellico”: spiega Giorgio Spedicato dell’Università di Bologna.
Tutti sono d’accordo che le regole debbano essere cambiate, altrimenti si rischia che nessuno le rispetti più. I diritti vanno definiti più equamente anche perché i “pirati” possono prendere da internet tutto quello che vogliono, ora che il libro è diventato un pezzetto di web.
Alessandro Bottoni, segretario del Partito Pirata, ci spiega come si fa a piratare un ebook. I DRM sono dei sistemi di protezione anticopia e sono molto odiati perché non permettono di fare un sacco di cose che invece si possono fare con un libro normale (copiarlo, prestarlo, etc.). Inoltre, tramite il DRM il venditore mantiene il controllo dell’ebook anche dopo che l’ha venduto. Bottoni ci racconta che Amazon, dopo aver venduto 1984 di Orwell a vari clienti, ha scoperto di non averne i diritti e l’ha cancellato da remoto tramite Kindle. Ai clienti è semplicemente scomparso! (C’è qualcosa di molto orwelliano in tutto ciò).
I DRM contengono un codice che può essere identificato e decriptato. Basta scoprire dove si trova, poi ci sono ottimi programmi come John the Ripper (like Jack the Ripper, ovvero Jack lo squartatore) con cui si possono provare un milione di chiavi al secondo. Quindi, per quanto complicata sia la chiave, in qualche ora si trova.
“Il problema più grave di chi fa edizioni digitali”: dice Bottoni: “è che alla fine il prodotto va visualizzato su uno schermo e ascoltato. Ma esistono telecamere e microfoni. La maggior parte delle copie sono fatte così, anche quelle dei brani musicali. E per questo attacco non esiste nessuna difesa”.
Poi grazie a DjVu, un formato che permette di avere file che pesano solo una frazione di quelli tradizionali, si può fotografare l’intera Treccani e metterla su internet in un piccolo file, senza preoccuparsi di nessuna protezione. “La customizzazione (la personalizzazione) è la miglior protezione” conclude Bottoni: “E l’unico modo per evitare di essere piratati è meritarsi i soldi!”
Finché il libro era un oggetto, rispettare le regole era quasi obbligatorio: se lo volevi dovevi comprarlo. Ma ora che ha perso la sua consistenza fisica, si va verso l’idea che il sapere sia a disposizione di tutti e in quest’ottica i diritti degli autori sembrano svanire.
E’ di pochi giorni fa la notizia che l’accordo fra Google e gli editori è stato bocciato dal giudice americano perché viola le leggi sul copyright e l’antitrust. Perciò Google non potrà creare la gigantesca libreria digitale in cui mettere, volenti o nolenti, tutti gli autori,  per poi pagarli se i loro testi fossero cliccati e visionati online.
La sua istanza è stata bocciata, ma l’antitrust ha chiesto una revisione della normativa sul diritto d’autore che tenga conto delle innovazione tecnologiche ed economiche del web. E’ necessario trovare una soluzione che tuteli la proprietà intellettuale, pur permettendo il suo sfruttamento da parte dei servizi tecnologicamente innovativi.
Altro campo in ebollizione è la scuola, dove i “nativi digitali”, dotati di “pensiero connettivo”, si confrontano con docenti ancorati alle singole discipline. Questo porta a un ribaltamento dei ruoli: sono i ragazzini che devono insegnare agli insegnanti e i professori che devono imparare a utilizzare tutte quelle tecnologie che lo studente porta in classe e loro gli sequestrano.

Max Whitby

Che l’ebook non è una fotocopia digitale di quello di carta ce l’ha mostrato Max Whitby, direttore della Touch Press. Loro hanno voluto fare qualcosa che vada oltre la pagina stampata e che si sposi bene con l’interattività e la tridimensionalità. Così hanno messo insieme alcuni dei migliori softwaristi americani che, con gli autori, hanno creato The Elements (gli elementi), un libro per iPad. Ne hanno vendute 300 mila copie stampate in 15 mesi e 185 mila ebook in 10 mesi. Whitby ce l’ha mostrato ed è bellissimo. Gli elementi – l’oro ad esempio – girano quando li tocchi, si ingrandiscono, o rimpiccioliscono, si capovolgono, etc. Anche Solar System (sistema solare), il loro secondo ebook, è stato un grande successo. Naturalmente gli ebook sono in diverse lingue, ma non ancora in italiano, forse perché, come ha detto Cavallero, il nostro peso sullo scacchiere mondiale delle lingue è come quello del Patois.

April is the cruellest month, breending
Lilacs out of the dead land.

Ora stanno per lanciare The Waste Land, un ebook sulla poesia di Eliot. Whitby ci fa vedere un’attrice che la legge, ci mostra che si possono isolare le singole parole. La poesia viene letta da molti, tra cui l’autore, e si può passare dall’uno all’altro. Ci sono 40 interviste ai più grandi esperti di Eliot. C’è la migliore stampa del premio Nobel, etc.
Hanno usato la TV, la stampa, l’interattività e le hanno integrate nella bellezza dei nuovi media. Solar System è costato 250 mila dollari, ma in 4 settimane e due giorni il costo è stato ammortizzato. Whitby conclude dicendo: “Solo altissima qualità, ma se ce la fate potete fare tanti soldi”.
Lo so che nel nostro paese abbiamo un po’ perso l’abitudine alla qualità,  ma perché non raccogliere la sfida di Whitby e realizzare la Divina Commedia, o l’Odissea del fututo?

Aprile è il mese più crudele,
genera lillà dalla morta terra.

Fine vol. 2

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

  1. Davvero interessanti queste informazioni su l’ebook…
    Ammetto di essere una reazionaria… ma non ho ancora ben capito con che spirito affrontare questa nuova realtà.
    Ad esempio… come si mette il segno sulla pagina? Che fine faranno le
    mitiche “orecchiette”????
    Al tuo prossimo post!
    Giovanna

  2. Un post, almeno per me, molto interessante. Con alle spalle una dozzina di romanzi pubblicati e alcuni premi letterari (ai quali ho smesso, per decenza, di partecipare), dopo una vita di dura lotta con(tro) gli editori, che sembrano avere ridotto i loro interessi ai panini mascherati da libri (e che in alcuni casi, quando si decidono a pubblicare un autore serio, si ritengono autorizzati a non pagare i diritti maturati costringendolo a ricorrere ai tribunali), mi sono deciso a tentare nuove strade. Ora pubblico con Lampi di stampa (print on demand), e sebbene il cammino da percorrere per ottenere la visibilità delle librerie sia ancora lungo non sono affatto pentito della mia decisione. Un cordiale saluto e auguri a “Cronache Letterarie”.
    http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=franco+mimmi

    1. Anche il tuo commento, Franco, mi pare molto interessante. Vuol dire che anche in Italia c’è qualcuno che sta provando a pubblicarsi da solo e che non si tratta soltanto di esordienti. Credo che per il momento non si possa prescindere dal print on demand e dalla copia stampata perchè non c’è ancora mercato sufficiente per gli ebook. Ma è un’altra strada che potresti tentare.
      Appena posso vado a dare un’occhiata ai tuoi libri.
      In ogni caso in bocca al lupo! 😉

  3. Ho l’impressione che i termini usati in questa (e altre) discussioni siano confusi: in altre parole cos’è un “libro” e di cosa stiamo parlando quando siamo di fronte ad un’opera multimediale come la “waste land” o “solar system” che tu citi nel tuo post?

    Io oramai ho una certa età e i lavori come “waste land” o “solar system” un tempo li chiamavamo “opere multimediali” o simili. Vivevano su CD-ROM (chi si ricorda per esempio EVE di Peter Gabriel o le belle sperimentazioni di allora?) perché il DVD ancora non c’era.

    Perché adesso sono “libri”? Perché stanno su un tablet?

    Mettersi sotto il cappello di “raccontare storie” non serve a molto a mio avviso: ci sono libri che NON raccontano storie e mille “racconti di storie” che NON sono libri.

    Né ovviamente è utile pensare al supporto: scrivo musica per carta (Beethoven vendeva i suoi spartiti cartacei), per rotolo di metallo (Caruso), per vinile, musicasetta, CD, web ecc.
    Lo stesso per i libri: se scrivo un romanzo scrivo un romanzo: non mi interessa (semplificando) se sarà pubblicato su tavoletta di pietra (Gilgamesh), pergamena (Le metamorfosi di Ovidio), giornale, libro, ebook o web.

    Non ho una risposta ma, da autore di opere multimediali e di romanzi, Io prenderei come punto di partenza proprio l’atto creativo: lì non ci si sbaglia molto.

    Produrre un opera multimediale con un budget di 250.000 dollari è MOLTO diverso che fare un romanzo con un budget di 20 euro (quaderni e penne BIC ;-). Diverso non solo come impegno economico ma come abilità, come atto creativo: non credo si possano chiamare “libri” tutti e due se non facendo diventare “libro” tutto quello che una persona può fare e mettere in digitale.

    Perché non tornare agli anni novanta e chiamare libro quello che, grosso modo, è fatto di pura scrittura (sia essa fruita in cartaceo o digitale) e “multimedia” o “opera multimediale” quello che presenta i suoi contenuti mescolando diversi media (codice agente, interattività, 3D, audio, video, animazioni) in un unico contenitore digitale?
    (dico contenitore digitale per staccarmi dal “multimedia” che è un melodramma, un film, una performance teatrale con musica e proiezioni).

    1. Roberto, penso che non sono tanto i termini della discussione ad essere confusi (forse un po’ anche quelli… 🙂 ), ma che è diventato confuso cos’è un libro e su questo ci stiamo interrogando. Certo a ben guardare l’ebook (l’ereader o il tablet) non ha proprio niente del libro e noi lo chiamiamo così, forse solo per rassicuraci. Con l’imporsi della nuova tecnologia aumentano le funzionalità e le possibilità espressive: allora come chiamare i nuovi prodotti?
      Su un ebook ci sono al contempo prodotti multimediali come quelli di Whitby, ma anche i classici come Moby Dick. Tu suggerisci di non chiamare “libri” i prodotti multimediali, ma solo la pura scrittura e qui sono d’accordo con Federico: mi pare inutile cambiar loro nome.
      Che i libri non si esauriscono nella narrativa, è evidente.
      Quando ho parlato della possibilità di continuare a raccontare storie era solo un esempio (peraltro di Grossman, vedi l’intervista qui sotto) per dire che continueranno a veicolare contenuti scritti: non intendevo dire che i libri fanno solo quello, né negare che esistono molti altri modi – o media – per raccontare storie.
      Diciamo che secondo me questa – la letteratura – è la loro funzione primaria e primordiale: di certo quella che più mi interessa.
      Come afferma Luigi, ci troviamo al centro di una rivoluzione digitale che produrrà ancora molti cambiamenti, non solo per quanto riguarda il libro e l’editoria, ma anche nel cinema, la musica e la tv.
      Non so come vogliamo chiamare The Waste Land di Whitby. Vedremo cosa succederà, dove si poserà in futuro la parola “libro”.

      Per quelli che sono curiosi dell’argomento, segnalo anche una discussione che si sta svolgendo su LinkedIn, nel gruppo Ebook Lab Italia, a cui questo commento in parte risponde.

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