Cose dell’altro mondo: intervista a Francesco Patierno

Regista di documentari, spot pubblicitari e serie tv (Donne assassine), Francesco Patierno ha esordito alla regia nel 2002 con Pater Familias. Nel 2007 ha girato Il mattino ha l’oro in bocca e di recente ha presentato Cose dell’altro mondo alla Mostra del cinema di Venezia, dove il film ha riscosso un notevole successo.
Il tuo film ha suscitato una valanga di polemiche e proteste ancora prima di arrivare nelle sale. E’ bastato il trailer per far arrabbiare i leghisti che hanno chiesto una interro-gazione parlamentare. Mi domando che senso abbia prendersela tanto con un film che non si è ancora visto?

Penso che sia una abitudine molto politica quella di utilizzare prodotti mediatici per veicolare messaggi che niente hanno a che vedere con il contenuto del prodotto, in questo caso il mio film. Alcuni politici della Lega (in forte calo di voti) hanno sentito la necessità di ribadire al proprio elettorato che la battaglia su alcuni temi e tormentoni (per loro) forti è ancora viva: difesa del popolo veneto, il nord paga le tasse al sud, ecc, ecc… in realtà il film è molto diverso da come questi cialtroni (lo è chi parla di una cosa senza averla vista) lo hanno dipinto.

E come hanno reagito i leghisti dopo l’uscita del film?

Sul Corriere della Sera del 7 settembre c’è un articolo molto divertente che si commenta da solo. Ma chi l’ha detto che i gay vanno castrati, che gli extracomunitari devono prendere il cammello e andarsene a casa, che la spazzatura a Napoli la devono mangiare i napoletani? Lo dice il film o l’hanno detto i leghisti?

Immaginate un modo senza extracomunitari, immaginate un’Italia da cui, all’improvviso, spariscano tutte le etnie: questa è l’idea del film. Com’è nata?
Uno dei miei produttori aveva visto un film che ipotizzava la sparizione di tutti i messicani da Los Angeles e mi aveva chiesto se, secondo me, questo spunto era adattabile in Italia. Mi sono preso un po’ di tempo perché, secondo me, l’idea da sola non bastava a sostenere un film. Poi mi ricordai di alcuni filmati su youtube che riprendevano un assessore del nord che da una piccola tv privata lanciava messaggi agghiaccianti contro gli extracomunitari. La particolarità di questi discorsi era che, oltre a farti rabbrividire, purtroppo facevano anche ridere. Da questo personaggio è nato il film che non ha nulla a che vedere, se non per l’idea iniziale, con il film di Arau Un giorno senza messicani.

Il film sta avendo un buon successo di pubblico, ma alcuni critici sostengono
che propone degli stereotipi. Che cosa rispondi a questa critica?
Devo dire che, molto sinceramente, questa cosa mi lascia perplesso e mi fa chiedere che film abbiano visto. Una cosa è mettere in scena degli stereotipi (quelli che alimentano il razzismo di tutti i giorni) un’altra è un film stereotipato. E il mio, penso proprio che sia un film fuori da ogni convenzione, così come originali sono i protagonisti.

Com’è andata la collaborazione con gli altri due sceneggiatori, Diego de Silva e Giovanna Koch?
Benissimo. Da tempo sentivo l’esigenza di non scrivere più da solo, di crescere anche da un punto di vista autoriale e con Diego e Giovanna abbiamo fatto un lavoro totalmente condiviso. Siamo tutti e tre autori con caratteristiche diverse e questa cosa ha dato una grande ricchezza alla sceneggiatura. In più, anche dal punto di vista caratteriale è stato un lavoro estremamente positivo.

Parliamo un attimo del cast: come ti sei trovato a lavorare con Abatantuono, Mastrandrea e la Ludovini? Perché hai scelto proprio loro?
Abatantuono era l’unico a poter fare questa parte così come ce l’avevo in mente, idem Mastandrea. Fortuna ha voluto che tutti e due abbiano accettato la parte. Anche della Lodovini sono contentissimo e poi, ciliegina sulla torta, nessuno dei tre aveva mai lavorato con l’altro.

Il tuo primo film, Pater familias, si svolge in un paese vicino Napoli, in una realtà violenta e piena di sopraffazione. Perché, dopo questo esordio altamente drammatico, sei passato alla commedia?
Proprio perché non volevo restare legato a un genere e a una singola modalità espressiva (il dramma). Sento di avere dentro di me anche altre corde e vorrei provare a suonarle tutte. La difficoltà è quella di uscire dalla gabbia che automaticamente ti si chiude intorno soprattutto dopo un film bene accolto come Pater Familias. Ma a me piace cambiare e fare ogni volta un film diverso. Questa è la mia sfida. Pazienza se qualcuno storcerà il naso.

Giusva Fioravanti era il figlio piccolo nella Famiglia Benvenuti, la celebre serie andata in onda nel 1968 e nel 1969

Sta uscendo ora in libreria un tuo docu-film su Giusva Fioravanti, il terrorista nero pluriomicida. Il documentario, dal titolo Giusva – La vera storia di Valerio Fioravanti, è accompagnato da un libro con saggi di Luca Telese, Andrea Colombo, Nicola Rao e uno tuo. Perché ti sei interessato a questo caso e qual è, se c’è, la tesi di questi saggi?
La storia di Valerio Fioravanti il bambino/attore più famoso d’Italia che è diventato, solo qualche anno dopo, uno dei terroristi più temuti e ricercati, mi ha affascinato e, direi “perseguitato” per anni. All’inizio volevo farne un film e c’ero quasi riuscito, poi fortissime pressioni politiche hanno fatto sì che la cosa non andasse in porto. Il film/documentario mi è sembrato quindi l’unico modo per far uscire fuori una storia che avevo dentro da troppo tempo. Per quanto riguarda “la tesi” credo che nessuno di questi saggi ne abbia una. A me piace fornire chiavi di accesso inedite, suggestioni, visioni che possano permettere allo spettatore di riflettere in maniera diversa dopo aver visto il film.

Passiamo ai libri: sei uno che legge tanto, o poco? Più o meno, quanti libri leggi all’anno?

Leggo tantissimo. Direi tra i sessanta/settanta libri all’anno. Anche di più in alcuni casi.

Accidenti quanti! Leggi più libri insieme, o uno alla volta?
Se sono libri di lavoro, sì. Narrativa mai.

Libri di carta, o ebook?
Carta per sempre. Spero…

Qual è stata la tua formazione letteraria?
Varia e non lineare. Sicuramente una grossa dose di letteratura russa, poi Herman Hesse, addirittura Joyce…

Quali sono i tuoi fondamentali?
Tanti, troppi per ricordarli tutti. Comunque direi che oggi citerei Marquez (non tutto), Dostoevskij (tutto), Tolstoj, Brancati e Sciascia tra gli italiani, La Capria di Ferito a morte… Carver e poi, tra i moderni, mi vengono in mente Franzen, Bret Easton Ellis… citerei anche la letteratura noir (di cui sono dipendente), quindi: George Pelecanos, Robert Crais, Michael Connelly…

Saggi, romanzi, o poesie?
Romanzi.

Che cosa leggi ora? Che genere preferisci?
Leggo sempre un po’ di tutto e, come dicevo, non mi faccio mai mancare i noir. Adesso sto leggendo Tu sei il male di Roberto Costantini. Molto promettente.

Ci consigli un libro imperdibile che hai letto di recente?
Assolutamente Lo schiaffo di Tsiolkas Christos. Lo sto consigliando a tutti.

Qual è, secondo te, il rapporto fra la letteratura e la vita?
Un rapporto altalenante tra il tutto e il nulla.

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

    1. Quando un aspirante è stimolato a incamminarsi lungo la via della realizzazione, quando ha finito di leggere le cose più svariate e ha cessato di parlare, la sua coscienza gli impone un’azione più incisiva, operativa, tale da sospingerlo alla soluzione delle sue istanze.

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