Noi non ci realizziamo mai.
Siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo

Non c’è un’età definita per i rimpianti.
C’è chi da sempre sa di non aver potuto scegliere quello che realmente desiderava, chi un giorno rimette prepotentemente in discussione tutta la sua vita, chi decide di non scegliere e lasciar fare al tempo. C’è chi sprona gli altri al coraggio di affrontare scelte scomode e chi si giudica coraggioso se, pur insoddisfatto, non abbandona il percorso iniziato.
“La vita è fatta di scelte” non è solo un fortunato claim pubblicitario. Il poeta portoghese Fernando Pessoa spiegava come l’uomo difficilmente riesca a farsi una ragione del fatto che il cammino della vita sia uno e uno solo. “Ognuno piange di non poter vivere altre vite oltre alla propria sola ed unica esistenza. Anche voi vorreste vivere tutte le vostre possibilità irrealizzate, tutte le vostre possibili vite ”. 

Così Pessoa raccontava il rimpianto dei numerosi sliding doors che quotidianamente ci troviamo ad affrontare. Il rimpianto delle alternative scartate. Tutta la sua produzione parte e si dirama esattamente da qui e a questo tenta di trovare una soluzione.
Perciò crea gli eteronimi, ovvero delle personalità letterarie completamente distinte e separate da sé, ma profondamente autentiche, ognuna con la sua identità ed attività poetica personale.
Pessoa non scriveva utilizzando dei semplici pseudonimi, non si accontentò di dare altri nomi a se stesso, ma decise di diventare completamente e profondamente un “altro”. Come risposta a non poter essere tutto, Pessoa ne diventa ogni sua parte. Ogni parte rimpianta.
Diventa ingegnere, medico, contadino, emigrato. Nasce da altre madri e muore in altri luoghi. Immagina altre vite, forse quelle che non ha potuto scegliere. Non per forza migliori, ma per forza diverse: Alvaro de Campos, ingegnere meccanico emigrato che vive con il fardello di sentirsi straniero in ogni patria; Ricardo Reis, medico monarchico filo classicista; Alberto Caeiro, contadino con una semplice istruzione elementare; e Bernardo Soares, impiegato, definito dagli studiosi un semi-eteronimo di Pessoa.
E’ il poeta stesso a parlare di Soares come  “una semplice mutilazione della mia personalità: sono io senza il raziocinio e l’affettività” . Ed è proprio alla penna di Soares, a questo eteronimo, “privo di anagrafe e di biografia”, come lo descrive Tabucchi, che Pessoa affida l’opera principe di tutta la sua produzione: Il libro dell’inquietudine (carta o ebook). Il contabile Soares alla finestra, come un detenuto dietro le sbarre, guarda la vita intorno a sé e la riporta tra le pagine di un diario.
Chissà se nel suo intimo Pessoa riuscì a placare l’inquietudine di poter essere solo se stesso. “La letteratura, come tutta l’arte”, diceva, “è la confessione che la vita non basta”.

Pubblicato da

Livia Russo

Livia Russo

Da sempre scrivo ed invento storie. Al liceo faccio esperienze da attrice, assistente di scena e assistente alla regia teatrale. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia inizio a lavorare in un programma di storia di Rai3 e prendo il tesserino da pubblicista. Sogno nel cassetto: diventare una sceneggiatrice.

6 pensieri su “Noi non ci realizziamo mai.
Siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo”

    1. D’accordo bradipo, mi sembra di notare un leggero pessimismo…
      della serie “come fai sbagli”, quindi tanto vale…
      E perché non qualcosa di cui andar fieri?

  1. Infatti mi dico sempre devo fare questo ,devo fare quello,una vita non basta a soddisfare tuttle mie curiosità,la mia smania di conoscere, di viaggiare ,di vedere nuova gente;speriamo,speriamo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *