Stupore e tremori di Amélie Nothomb

SushiAmélie Nothomb non è una donna comune. Di conseguenza non è una scrittrice comune e quando si sceglie di leggere un suo libro bisogna sapere che non sarà il classico romanzo.
Dalla prima parola ci imbattiamo in un mondo che, solo all’apparenza, è simile al nostro e che attraverso i suoi occhi si tinge di fantastico. Il suo sguardo è quello di un’osservatrice esterna, una “straniera”. Così è Amélie Nothomb, un’abitante del mondo di cui si sente estranea, costretta fin da piccola a viaggiare, seguendo il padre ambasciatore: è belga, ma ha vissuto in Giappone (si considera un perfetta bilingue francese-giapponese) e in Cina. Ha passato una solitaria adolescenza in Bangladesh, ha frequentato scuole degli Stati Uniti e dell’Europa.  

Queste sensazioni di estraneità l’accompagneranno sempre nel corso della sua vita e sono riconoscibili in ogni suo libro. E’ il caso di Stupore e tremori (carta e ebook), un breve romanzo che narra dell’esperienza lavorativa giapponese dell’autrice, alle prese con la cultura di questo misterioso paese. Per lei, nata a Kobe, è un modo per riavvicinarsi alle proprie origini – il Giappone è una terra a cui è legata da meravigliosi ricordi d’infanzia – anche se rispettare le usanze e le rigide regole “non scritte” all’interno dell’ufficio, come nell’intera società nipponica, si rivelerà un’impresa molto ardua.
Questo romanzo non è soltanto un curioso, quanto esilarante, resoconto della differenza tra Est ed Ovest, ma anche un accurato manifesto della mentalità giapponese. Basti pensare a come l’autrice ci parla della signorina Fubuki Mori, suo capo diretto all’interno della gerarchia dell’azienda, modello di vita nipponico e principale causa delle disgrazie della nostra protagonista, la quale però, non può fare a meno di nutrire nei suoi confronti un’angelica ammirazione:

Stupore e tremori di Amélie Nothomb“Non tutte le giapponesi sono belle. Ma quando una è bella, le altre devono reggersi forte.
Ogni bellezza è struggente, ma la bellezza nipponica è ancora più struggente. Prima di tutto perché quella carnagione lattea, quegli occhi soavi, quelle inimitabili ali del naso, quelle labbra dai contorni così marcati, quella dolcezza complicata dei tratti bastano a eclissare i volti meglio riusciti.
Poi perché le sue maniere la stilizzano, facendo di lei un’opera d’arte inaccessibile all’umano intendimento.
Infine e soprattutto perché una bellezza che ha resistito a tanti corsetti fisici e mentali, a tante costrizioni, soprusi, divieti assurdi, dogmi, asfissia, desolazione, sadismo, cospirazioni del silenzio e umiliazioni – una bellezza del genere è un miracolo di eroismo”.

Tuttavia nessuno in Giappone è perfetto, nemmeno l’oggetto delle adorazioni di Amélie:

“ Fubuki era irreprensibile. Il suo solo difetto era che, a ventinove anni, non aveva ancora un marito. Un sicuro motivo di vergogna per lei”.

Lavorare duramente è un imperativo all’interno dell’azienda, come all’interno dell’intera società giapponese. Farlo con impegno, fatica e costanza, un obbligo categorico. Così Amélie accetta questa regola di vita e si dedica con abnegazione a tutte le mansioni che le vengono affidate dall’austera Fubuki. Preparare il caffè e distribuirlo a tutti i dipendenti del 43° piano secondo i gusti di ognuno, fare migliaia e migliaia di fotocopie affinché il bordo del foglio sia centrato con precisione millimetrica, consegnare la posta, occuparsi del riposizionamento del giorno corrente sulla pagina del calendario, nonché strappare la pagina del mese passato (operazione dalla sottovalutata carica elettrizzante), effettuare l’arduo controllo di tutti i rimborsi spese con annesse notti insonni in azienda con calcolatrice in mano e crisi deliranti dovute all’innata inadeguatezza per l’aritmetica e infine, il qualificante incarico di manutenzione della salubrità dei bagni con potere di cambiare i rotoli finiti con quelli nuovi, che porterà la nostra Nothomb ad una completa trasformazione della propria visione del mondo. Questa discesa sempre più infima e avvilente della carriera lavorativa di Amélie si tramuta  per la scrittrice in un’esperienza ricchissima, descritta con la sua ironica fantasia.

Goban“Ricapitoliamo. Da piccola volevo diventare Dio. Molto presto compresi che era chiedere troppo e versai un po’ di acqua benedetta nel mio vino da messa: sarei stata Gesù. Presi rapidamente coscienza del mio eccesso di ambizione e accettai di ‘fare’ la martire, una volta diventata grande. Adulta, mi decisi a essere meno megalomane e a lavorare come interprete in un’azienda giapponese. Sfortunatamente, era troppo per me e dovetti scendere di un gradino per diventare ragioniera. Ma non c’erano stati freni alla mia folgorante caduta sociale. Mi venne dunque assegnato il posto di nulla facente. Purtroppo – avrei dovuto sospettarlo – era ancora troppo per me. Ottenni così l’incarico estremo: guardiano dei cessi.”

Unico obiettivo della permanenza in azienda diventa, allora, quello di non rassegnare le dimissioni, che agli occhi dei colleghi sarebbe la chiara dichiarazione della pigrizia e lassità occidentali. Ciò la porterà a fronteggiare situazioni inusitate con  ammirevole – o sarebbe meglio dire nipponica – ostinazione, tanto che ci sembra che lei abbia finalmente raggiunto almeno il suo terzo obiettivo: quello della martire.Stupore e tremori di Amélie Nothomb
Il romanzo mette in luce il fascino e la meraviglia di una cultura lontana, con tutti i suoi controsensi. Una società ancora troppo distante ed oscura per noi, i cui  rigidi e incomprensibili dogmi ne costituiscono certamente  la ricchezza, ma anche il limite. Una realtà  in cui ogni eccesso di emozioni e desideri, ogni speranza, eccetto quella del lavoro, vengono annientate, non può che suscitare la riprovazione, o peggio, l’indignazione del lettore occidentale che è stato nutrito dai valori dell’individualismo, del libero arbitrio, della libertà di espressione, mentre lì tutto è sottomesso al bene dell’azienda, individuo incluso.
Per fortuna ci viene in soccorso il piglio spregiudicato della scrittrice che attraverso uno sguardo che non è accusatore, esprime il punto di vista di chi percepisce il mondo come un universo assurdo: quello di una straniera in tutte le terre e in tutti i luoghi, persino in se stessa.

“Non sappiamo niente di noi. Ci crediamo abituati a essere noi stessi. E’ il contrario. Più gli anni passano e meno capiamo chi sia la persona nel nome della quale agiamo e parliamo.
Non costituisce un problema. Che c’è di male a vivere la vita di uno sconosciuto? Forse è meglio: conosci te stesso e ti prenderai in antipatia”.

Ma questo è l’inizio di un altro romanzo…

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