Tv batte cinema: Homeland

“Cielo, mio marito!”: la classica frase da feuilleton si adatta bene ad uno dei primi conflitti mostrati allo spettatore nel pilota di Homeland, la nuova serie televisiva statunitense, trasmessa da Sky. Ma è solo la punta dell’iceberg di una serie profonda, intricata e mai scontata. Nell’America delle casette con il giardino e dei barbecue iper calorici, ma anche in quella delle pulsioni represse e degli sguardi adulteri scambiati durante le messe domenicali, il sergente Nicholas Brody (interpretato dall’inglese Damian Lewis), dopo otto anni di prigionia a Baghdad, torna inaspettatamente a casa. Accolto con stupore e speranza da una nazione intera, con molti dubbi da parte dell’agente della Cia Carrie Mathison (la bella Claire Danes, già Giulietta di Baz Luhrmann), e con incredulità da moglie e figli:  lei, credendolo ormai morto aveva iniziato una relazione con il suo migliore amico, mentre i figli hanno un ricordo fumoso di quell’omone che torna a casa dopo tanti anni, al punto che il figlio gli porge timidamente la mano.

Ma andiamo per ordine. Carrie è una agente della Cia, sezione antiterrorismo, vive tra Baghdad e gli Stati Uniti e la sua vita è totalmente incentrata sul lavoro. Nella città irachena, uno dei suoi testimoni prima di essere giustiziato le svela che un soldato americano è passato alla Jihad. Qualche giorno dopo arriva la notizia: il sergente Nicholas Brody viene miracolosamente ritrovato dopo quasi un decennio di prigionia. Carrie fa due più due: è Brody l’infiltrato, è lui la spia. La donna è pronta a scommettere tutto, anche la sua carriera, che il sergente si sia convertito ai suoi aguzzini e che sia diventato una cellula del terrorismo islamico.

Peccato che l’agente Carrie Mathison abbia qualche piccolo problema personale: soffre di una sindrome bipolare che tiene a bada con un discreto numero di farmaci anti-psicotici. Questo contribuisce a minarne la credibilità. Tanto più che il sergente superstite ha sì qualche problema di relazione con il mondo esterno, ma niente che lasci presupporre che sia un infiltrato.
O forse sta solo aspettando il momento giusto per agire?
La questione cruciale se il sergente Brody sia passato al nemico e dunque sia una pericolosa spia, non ci abbandona mai. Restiamo tutto il tempo sulla graticola del dubbio e quando pensiamo di aver capito… subito accade qualcosa che annulla ogni nostra certezza. Nel settimo episodio, ad esempio, c’è un tesissimo confronto fra i due protagonisti e a quel punto abbiamo già cambiato idea diverse volte circa la colpevolezza o l’innocenza di Brody.
Molto intenso è l’incontro fra la presunta spia e l’agente Carrie Mathison che lo vuole incastrare. I due sono entrambi segnati da esperienze limite: lui torturato e tenuto in prigionia per otto anni, lei con la sindrome bipolare. Anche se appartengono a fazioni opposte, i due si attraggono eccezionalmente. E’ un incontro fra due sofferenze che comunicano a prescindere da tutto il resto. E qui mi fermo per non raccontare troppo della trama…
Homeland
(vedi il trailer) prodotta dalla società Fox 21 e trasmessa dal network Showtime (la stessa emittente del successo televisivo Dexter), ha fatto la sua apparizione nei palinsesti statunitensi nell’ottobre scorso con la prima stagione di 12 episodi, ma già una seconda serie è in lavorazione e debutterà in America il 30 settembre prossimo.

Ispirata al successo televisivo israeliano Hatufim, Homeland è solo uno degli esperimenti americani di adattamento delle serie israeliane, come In treatment, comprato e riadattato dalla HBO dalla serie BeTipul, o come Traffic Light,  sitcom sul filone di Friends trasmessa in America dallo scorso anno e basata sulla israeliana Ramzor.
Homeland
ha avuto recensioni d’oro in America ed è stata definita dal New York Post come la migliore serie thriller trasmessa negli Stati Uniti. Tanto si deve all’interpretazione di Claire Danes, vero e proprio punto di forza della serie, che si è ragionevolmente meritata il premio Golden Globe 2012 come miglior attrice in una serie drammatica televisiva. La bionda statunitense si era già aggiudicata questo premio a soli 16 anni, nel 1995, per il ruolo di Angela nella serie My so-called life.
E’ stata subito definita erede delle serie televisiva 24, incentrata sulla figura dell’agente federale Jack Bauer del CTU (una fittizia agenzia governativa anti-terrorismo) di Los Angeles. Ogni puntata di 24 era caratterizzata da una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti d’America di diversa forma e natura, che il protagonista cercava di sventare in 24 ore.
24
è stato un grande successo per otto stagioni dal 2001 al 2010 e tutto lascia presupporre che Homeland – che ne ha ereditato gli sceneggiatori Howard Gordon e Alex Gansa – seguirà la sua scia.

Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier

La serie ha un debito con il notevolissimo film di Susanne Bier Non desiderare la donna d’altri (questo è il brutto titolo italiano mentre quello originale danese è Brødre, ovvero “fratelli”) del 2004, di cui è stato fatto il remake americano Brothers, nel 2009.
E’ la storia di due fratelli, uno dei quali è un uomo buono e mite, un marito amorevole e un padre premuroso che viene richiamato dall’esercito danese e mandato in Afghanistan. La notizia della sua morte, in seguito alla cadauta del suo elicottero, sconvolge la famiglia. A questo punto il fratello più giovane, uno sbandato da poco uscito di galera, prende in mano la situazione, si occupa della famiglia del fratello e col tempo scoppia una irresistibile attrazione fra lui e la cognata. Quando lei riesce a superare il lutto per la morte del marito, questo improvvisamente torna a casa. Ora tutto sembra come prima, lui in apparenza è sempre lo stesso eppure, mentre era prigioniero in Afghanistan, ha vissuto delle esperienze atroci ed è stato costretto a fare cose che lo hanno reso un’altra persona: solo che lui non riesce ad esprimerlo e gli altri non sono in grado di capirlo.

C’è tutto questo in Homeland, anche se l’uomo con cui lei sta per rifarsi una vita non è il fratello del marito, ma il suo miglior amico. C’è soprattutto una persona che torna e che apparentemente è la stessa, ma le atrocità che ha compiuto in guerra l’hanno reso profondamente diverso e forse hanno irrimediabilmente cambiato la sua natura.
Allora chi è l’uomo che è tornato: un eroe, o un terrorista?
La nazione vede un eroe, lei vede una minaccia”. Questa la tag line della serie.

Pubblicato da

Livia Russo

Livia Russo

Da sempre scrivo ed invento storie. Al liceo faccio esperienze da attrice, assistente di scena e assistente alla regia teatrale. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia inizio a lavorare in un programma di storia di Rai3 e prendo il tesserino da pubblicista. Sogno nel cassetto: diventare una sceneggiatrice.

2 pensieri su “Tv batte cinema: Homeland”

  1. Ho finito adesso di vedere tutta la 1° serie e credo che sia veramente cosa rara trovare in una fiction una globalità di emozione e tensione che va dalla spia story alla family dramma.
    Ma tutto quello che vediamo in questa serie diviene credibile grazie alla bravura di un cast eccezionale e complimenti agli sceneggiatori che sono riusciti a delineare i personaggi con quella giusta tonalità di grigio che li rende veri.

    In poche parole un vero CAPOLAVORO.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *