Hunger Games: il film

Finalmente il momento è arrivato.
L’attesissimo film tratto dal primo capitolo della trilogia di Hunger Games (vedi la recensione su Cronache Letterarie) è sbarcato in anteprima in alcune sale, per poi dilagare in tutta Italia il primo maggio. L’ansia era tanta: il solito terrore misto a speranza che pervade il lettore appassionato quando si appresta a vedere, animato sul grande schermo, ciò che per anni ha immaginato solo nella sua testa. E più il libro è amato, più quel mondo vive dentro di te, più aumenta il rischio di una delusione cocente e il rimpianto per un’occasione perduta. Be’ state tranquilli, non è questo il caso. Il film di Gary Ross ti tiene incollato alla poltrona per 140 minuti che passano in un lampo, sorprendendoti ad ogni inquadratura perché è la stessa del film privato che scorre nella tua testa.

Vieni catapultato dentro Panem e alle pagine scritte si sovrappone con maestria la parte materiale e visiva. Sposando fino in fondo il tratto narrativo del romanzo, la regia si addentra nel cuore della storia e nei sentimenti dei protagonisti in maniera asciutta, austera, senza concessioni all’enfasi o alla facile commozione, nonostante ce ne fossero tutte le occasioni. Evita anzi tutti i classici trucchetti, dai primi piani esasperati nei momenti di sofferenza, alla musica sparata per far montare la commozione: la bellissima colonna sonora di James Newton Howard viene usata con parsimonia e non è mai esaltata gratuitamente.
Nonostante questo, ci commuoviamo, empatizziamo, soffriamo.
Ci sono molti spazi di silenzio quando seguiamo Katniss nell’arena che cerca di organizzarsi per sopravvivere, quando cerca il cibo, quando si guarda intorno terrorizzata ma con una determinazione negli occhi che quasi spaventa. Come se aggiungendo qualsiasi effetto, il regista avrebbe distolto lo spettatore dallo stare con lei, dall’entrare nell’incubo surreale, ma concreto, che sta vivendo. E anche l’utilizzo importante della camera a mano sembra finalizzato a seguire la storia, il più possibile da dentro. I dialoghi sono centrati, coerenti con i personaggi che fanno vivere: vi si sente senza dubbio la mano di Suzanne Collins, autrice e cosceneggiatrice. Tanto essenziali sono quelli dei protagonisti coinvolti nei Giochi, quanto effimeri e plateali quelli di chi vi assiste, senza esserne toccato.

Una regia calzante e fedele, sostenuta da un cast assolutamente all’altezza su cui svetta Jennifer Lawrence: il 90 per cento del film, sia in termini di presenza scenica che di responsabilità narrativa, grava sulle sue spalle e ci regala una Katniss di grande forza e credibilità. Josh Hutcherson, perfetto nei panni del tenero e sensibile Peeta, forma insieme alla Lawrence, una coppia che promette quella chimica e quel calore che sono un po’ mancati in questo primo film: è una delle poche pecche che riesco a trovare in un adattamento pressoché perfetto. Probabilmente Ross era così preoccupato di prendere le distanze da Twilight e affini, che ha ridotto all’osso la seppur asciutta linea romance del libro.

Liam Hemsworth è ancora troppo poco in scena per fare la differenza (avrà modo di rifarsi nei prossimi capitoli), ma ha sicuramente il phisique du role per l’antagonista Gale. Praticamente sovrapponibile al personaggio cartaceo è l’Haymitch di Woody Harrelson.Poi c’è uno strepitoso e inquietante Presidente Snow, incarnato da Donald Sutherland che, seppur doppiato magnificamente, in versione originale mette i brividi. Davvero, ma davvero incredibile, Stanley Tucci nei panni eccentrici e stridenti del presentatore dei Giochi, Caesar Flickerman. Originale e coraggiosa è la scelta del cantautore Lenny Kravitz nel ruolo di Cinna, che nella versione italiana ha beneficiato del doppiaggio di Pino Insegno, il che ha regalato profondità e movimento ad una recitazione altrimenti un po’ monocorde. Irriconoscibile e surreale Elisabeth Banks nel ruolo di Effie Trincket.

Forse si sarebbe potuta asciugare un po’ la prima parte a vantaggio di qualche scena in più nell’arena, non solo per scaldare maggiormente la linea romance, ma anche per sostanziare il legame tra la piccola Rue e Katniss. Inoltre la “strategia degli innamorati infelici” di Haymitch  viene  dichiarata palesemente ai due ragazzi,  cosa che nel romanzo non viene fatta, col vantaggio di lasciare il lettore con l’intrigante  dubbio su quali siano i veri sentimenti tra i due, fino alla fine.
Il film gode della fotografia di Tom Stern (ha fatto praticamente tutti gli ultimi film di Eastwood) che sostiene e sottolinea sapientemente il significato emotivo di ogni situazione: dalla solarità e i colori brillanti delle  foreste del North Carolina che fanno da sfondo al Distretto 12, quando Katniss e Gale vanno a caccia ancora “liberi”, alla lividezza quasi monocromatica della scena della mietitura nell’attesa del verdetto, fino all’esplosione di colori a Capitol City, innaturale e isolata in un benessere apparente.

Negli Stati Uniti, dove è uscito il 23 marzo, il film ha incassato cifre da capogiro e già si pensa al seguito, Catching Fire, confer- mando lo stesso team di attori, diretti però dal nuovo regista Francis Lawrence (I am Legend, Water for elephants), dopo l’inaspettato abbandono di Ross (forse per un disaccordo sul compenso?). – In Italia il film è arrivato con circa un mese e mezzo di ritardo rispetto all’uscita nel resto del mondo e la prossima settimana sapremo se anche qui da noi, dove la saga letteraria non ha avuto – almeno per ora – lo stesso seguito che in patria, il film sbancherà il botteghino. L’uscita program- mata per il primo maggio (con relativo ponte) farebbe però pensare che la Warner non crede molto alla sua forza.

Buoni Hunger Games a tutti. Il mondo starà a guardare.

Pubblicato da

Alessandra Silveri

Produttore artistico per la Fiction di Mediaset, ho una spasmodica passione per tutto ciò che è fantasy. Collaboro con siti e pagine Facebook legati alla narrativa e al cinema YA. Frase di culto “Non può piovere per sempre”.

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