Glifo di Percival Everett

Sostiene Percival Everett che “la nascita di Glifo si deve a una storiella che gli era stata raccontata da suo padre. Nella storiella c’è un bambino di tre anni che non ha ancora cominciato a parlare, suscitando le preoccupazioni dei genitori. Una sera, durante la cena, il bambino dice improvvisamente che odia i piselli. Quando il papà gli chiede stupefatto perché non avesse mai parlato prima, il bambino risponde: “Perché finora andava tutto bene”.

Lo scrittore statunitense ci racconta la storia di Ralph, neonato prodigio, che si rifiuta ostinatamente di parlare e che alla parola preferisce la scrittura:

«Mio padre era un poststrutturalista e mia madre non lo poteva soffrire. Loro non sapevano che fin da quando avevo dieci mesi non solo ero in grado di capire tutto quello che dicevano ma passavo il tempo commentando in diretta il valore ed il senso dei loro balbettii. Comodamente sdraiato fissavo le loro bocche aprirsi come fauci di cavallette al lavoro inconsapevoli del loro agire».

Perciò, quando ha quasi un anno, il bambino sfila la penna dal taschino del padre e scrive un bigliettino in cui, oltre a dire che non gli piacciono i piselli e non gli piace parlare, dice che vuole dei libri.
Trovato il biglietto, i genitori ci mettono un po’ a realizzare che l’abbia scritto lui e che capisce tutto quello che dicono.

«E così mia madre è diventata il mio pusher. Mi forniva riviste e romanzi e saggi di filosofia e libri di storia e raccolte di poesia. Li divoravo tutti (…) ero un marmocchio pingue di parole, ma non emettevo suono. Libri e capezzoli. Capezzoli e libri».

Inutile dire che tra “Mammina” e “Cicciobombo”, il bambino prodigio (ha un QI altissimo) preferisce di gran lunga la prima e non solo per questioni edipiche, ma anche perché lei ha un’intelligenza innata, mentre lui è un mediocre professore universitario. Senza contare che tradisce Mammina con una giovane specializzanda.
Dal canto suo Ralph non si reputa affatto un genio, anzi si sente un bambino normale. Per lui i geni sono quelli che guidano, che camminano e che sanno controllare i propri bisogni fisiologici e lui, purtroppo, non sa fare nessuna di queste cose.

Il neonato onnisciente continua a comunicare tramite bigliettini, perciò Mammina e Cicciobombo decidono di portarlo da un medico, cercando inutilmente di capire perché scrive di Socrate, Talete e Nietzsche, invece di emettere suoni gutturali. Ma quando rendono pubblica la prodezza di Ralph, sono in molti a volerne approfittare e il piccolo diventa oggetto di vari rapimenti da parte di medici pazzi, spie del governo, agenti segreti, coniugi alla disperata ricerca di un figlio e preti pedofili. Sono i rapitori però, nessuno escluso, a diventare vittime della sua tagliente lingua (scritta).

Glifo, edito negli Stati Uniti nel 1999 e in Italia nel 2007, è stato scritto a matita da Everett, su un quaderno ad anelli (quello che si vede sulla copertina) in un ranch vicino Los Angeles.
Laureato in filosofia e biochimica, l’eccentrico Percival Everett è stato musicista jazz, bracciante agricolo, professore di liceo e ora è professore universitario con 17 romanzi e diverse raccolte di racconti all’attivo. Lo scrittore confessa di soffrire di “amnesia dell’opera” e dice che si ritrova spesso con un romanzo finito, senza rendersi conto di averlo scritto.

La vicenda dei rocamboleschi rapimenti di Ralph è intervallata da dissertazioni filosofiche, schemi teorici sul linguaggio e discussioni immaginarie tra filosofi di epoche diverse, tutte condotte dal bimbo prodigio, ovviamente. Everett fa rientrare nella rosa dei protagonisti di Glifo anche il semiologo francese Roland Barthes, amico dei genitori di Ralph e segretamente innamorato di Mammina. Insomma tutto ciò che possa rompere il tradizionale e logico concetto di romanzo e narrazione, Everett lo usa. Tutto è un pretesto per un gioco sulle parole, che Everett conduce con innata maestria, prendendosi gioco di tutti.
Questo romanzo riesce ad essere irritante, assurdo, complicato, ma è anche divertente. Un libro come Glifo, statene certi, non lo avete mai letto. E poi, quando la prima frase di un libro recita “Comincerò con l’infinito”, non dite che l’autore non vi aveva avvisato!

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