Non perdetevi Monsieur Lazhar

Monsieur Lazhar è un piccolo film, dotato dello stesso garbo e della stessa pacata perspicacia del suo protagonista d’altri tempi. La pellicola canadese, nella rosa dei can- didati all’Oscar 2012 come Miglior Film Straniero, comincia con la fine tragica di una donna.
E’ inverno, c’è la neve, in una scuola elementare i bambini sono in cortile a chiacchierare e si preparano a fare il loro ingresso in aula. Uno di loro precede i compagni per distribuire il latte per la merenda, ma la porta dell’aula non si apre. Con le mani ingombre della cassetta con i piccoli cartoni di latte, il bambino guarda attraverso il vetro: i cartoni gli cadono a terra.

La camera inquadra l’immagine della donna impiccata al soffitto dell’aula e poi si sposta sullo sguardo d’orrore del ragazzino. La donna, si chiamava Martine, era l’insegnante di quella classe. Di lei ci viene svelato pochissimo.
La classe è scossa dall’avvenimento e i più colpiti sono, lo si capisce subito, Simon, il bambino che ha fatto la macabra scoperta, e Alice, la sua amichetta che sfuggendo alle premurose maglie degli insegnanti, ha intravisto anche lei Martine penzolare sopra i banchi. Ma i più loquaci sono gli adulti, i genitori, che domandano alla preside se la presenza di una sola psicologa per l’intera classe sia sufficiente, evidentemente persi di fronte ad un atto inatteso che non sanno come affrontare assieme ai figli.
La scuola ha dei ritmi, bisogna trovare un sostituto, restituire al più presto alla classe la “normalità”, simboleggiata dal nuovo colore con cui le pareti vengono ridipinte.

Ed ecco che infine compare il protago-nista, Bachir Lazhar: si presenta alla preside dicendosi disposto ad iniziare subito a lavorare, insegnante algerino emigrato a Montreal. La preside è sospet- tosa, ma l’urgenza vince sulla diffidenza, così Lazhar entra in aula e subito tutto cambia. A cominciare dai banchi, che dalla mezzaluna in cui sono disposti per “favorire lo spirito di gruppo” vengono riallineati per file come ai vecchi tempi. I dettati si fanno difficili, i voti scendono, ma i ragazzi ricominciano a studiare e questo è l’importante.
Monsieur Lazhar si dedica con attenzione e delicatezza alla sua classe, cerca di adeguarsi ai metodi d’insegnamento attuali e locali, guarda alla classe vivace e colorata di una sua collega per prendere spunto. Insieme ai suoi alunni, anche Monsieur Lazhar affronterà il lutto, un lutto privato che si affianca al suicidio di Martine e, a differenza del contesto scolastico che lo circonda, lo guarderà in faccia. L’insegnante lascia che i ragazzini tirino fuori le loro inquietudini e le loro domande, ritenendole più sane che il frettoloso desiderio della preside di lasciarsi subito quella tragedia alle spalle.

Il regista Philippe Falardeau fa un lavoro ammirevole nel bilanciare i tanti temi e le varie tensioni che il trauma iniziale del suicidio fa affiorare nella placida scuola canadese: la morte ed il senso di tradimento che ogni suicidio porta con sé in chi resta si affiancano così alla vicenda di Monsieur Lazhar – interpretato da Mohamed Fellag – e quella di Simon e Alice.
Il film riesce a far riflettere sulle assurdità di cui è ormai vittima l’insegnamento: le superficiali rimostranze dei genitori pos- sono spesso più del buon senso di un insegnante, mentre le circolari del ministero impe- discono ogni contatto fisico tra docenti e studenti, fino al paradosso del professore di educazione fisica che può solo far correre in cerchio i propri alunni perché è impossibile insegnar loro a saltare la cavallina senza toccarli con un dito. Addirittura i genitori della bambina saputella zittiscono le osservazioni di Monsieur Lazhar sul carattere della ragazzina, facendogli notare come compito dei professori sia insegnare e non educare: come se fosse possibile scindere le due cose, come se scuola e casa fossero due mondi paralleli destinati a non incontrarsi mai. Il regista gestisce questo materiale multiforme con sapiente mano, anche grazie ad una sceneggiatura che ritrae la delicata fase di passaggio tra infanzia e adolescenza (i bambini hanno undici-dodici anni) con realismo, senza nascondere la crudeltà che spesso accompagna quell’età, ma al tempo stesso rivelando come i bambini sappiano spesso affrontare i temi più difficili della vita senza rifuggirli. In questo Monsieur Lazhar ha una capacità di penetrazione straordinaria, non cessando mai di toccare e coinvolgere lo spettatore (vedi il trailer).

Il regista Philippe Falardeau

Nel 2010 al Festival del Cinema di Roma era passato il documentario francese Ce n’est qu’un début, purtroppo mai approdato in sala: i registi Pierre Barougier e Jean-Pierre Pozzi avevano seguito per due anni una classe d’asilo nelle lezioni sperimentali di filosofia che l’istituto offriva come parte del programma. Bambini sui quattro anni dicevano la loro sulla vita, l’amore, la famiglia e persino la morte, con molta più saggezza della gran parte degli adulti. Le telecamere, discrete, lasciavano a loro la parola, senza necessità d’aggiungere altro, perché è nel “debutto” che si capisce l’essenziale. Ecco, Monsieur Lazhar riesce, nella finzione, a raggiungere quella stessa essenza, disegnando un percorso di maturazione ed evoluzione che dal gelo dell’inverno conduce i suoi protagonisti al calore dell’estate e ci saluta con un pizzico di commozione, lasciandoci a tante riflessioni. Niente male per un piccolo film canadese… Bravò, Monsieur Lazhar!

Prima di approdare alla Minerva Auctions, sono stata assistente in una galleria d'arte a Via Margutta, guida turistica e stageur fra musei, case d’asta e la rivista ArteeCritica. Vivo circondata dai libri, vado al cinema più spesso di quanto sia consigliabile e viaggio appena posso.

  1. Molto interessante il commento vado a vederlo prestissimo l ‘unica cosa penso che il distributore ha sbagliato a tenere il titolo originale avrei cambiato in qualcosa di più ‘ accessibile E commerciale

    1. Sono d’accordo Patrizia perché se un canadese sente questo titolo, capisce che Lazhar è un cognome straniero, probabilmente arabo. Invece Monsieur Lazhar per noi sembra soltanto un nome, o meglio un cognome, francese. Così il titolo non ci dice niente. Forse già “Il professor Lazhar” avrebbe reso meglio l’idea.

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