Tutto quello che avreste voluto sapere su Woody Allen
Woody di Robert B. Weide

I genitori lo volevano farmacista. Non è andata esattamente così, ma la terapia sostitutiva che puntualmente ha distribuito nei suoi 42 film – in media uno all’anno – ha funzionato meglio di ansiolitici e antidepressivi, per noi spettatori e per lui, il regista più ipocondriaco, nevrotico e psicanalizzato che il grande schermo ricordi: Woody Allen, all’anagrafe Allan Stewart Konisberg, nato nella New York della Depressione da genitori di origine ebrea che facevano fatica a sbarcare il lunario.
Se quel timido ragazzo cresciuto a Brooklyn, rosso di capelli e basso di statura, è oggi acclamato come uno dei massimi geni del cinema planetario, lo si  deve alla capacità di seppellire con una risata il suo (il nostro) male di vivere, di saper trasformare il suo  pessimismo (cosmico) in pessimismo comico.

Lo racconta Woody, ovvero “Tutto quello che avreste voluto sapere su Woody Allen e non avete mai avuto il coraggio di chiedere”:  biografia firmata Robert B. Weide,  che per la prima volta documenta davanti alla macchina da presa  la vita e il processo creativo di questa icona della creatività contemporanea:  “Mia madre mi diceva che fino ai 5 anni ero un bambino solare e felice. Poi tutto è cambiato, di colpo, in una sola notte: mi avevano detto che si deve morire”. Una dolorosa consapevolezza con cui imparare a convivere, un’ossessione da esorcizzare: la strada è quella dell’umorismo.

A 15 anni invia le prime gag e barzellette ai giornali, fino a 50 al giorno; a 16 ha già un agente e un nome d’arte (quel Woody forse ispirato al clarinettista Woody  Herman); a 17 la NBC lo inserisce tra i suoi scrittori: guadagna un mucchio di soldi e a 19 anni può permettersi di trasferirsi a Manhattan con la sedicenne Harlene che intanto ha sposato.
Tra fotografie d’epoca, immagini inedite, testimonianze di amici, collaboratori, registi come Martin Scorsese (“Nessuno ha così tanto da dire sulla vita come Woody Allen”), attori come Sean Penn, Penelope Cruz, Scarlett Johansson, ex come Diane Keaton (la Musa, “il mio più grande amore”, ma è stata lei a volerlo sedurre), entrando nel privato del suo appartamento newyorkese come sui set proverbialmente blindati, la macchina da presa di Weide segue il regista fin dagli esordi di una carriera precoce e straordinaria. Un biopic (biographic picture) costato un anno e mezzo di lavoro. “Ma Woody” dice Weide, “nello stesso arco di tempo che io ho impiegato a realizzare questo documentario, ha fatto tre lungometraggi”.
“Perché faccio un film all’anno?” ribatte Allen: “così almeno ho qualche probabilità di farne uno o due buoni”.

Ed eccolo, il ritratto dell’artista da giovane: negli anni 50-60 cabarettista, comico, maestro d’improvvisazione, ospite abituale nei talk show di maggior successo (irresistibili il combattimento con un canguro-boxeur e il duetto canoro con un cane); eccolo debuttare (e tremare di paura) come stand-up comedian al “Duplex” del Greenwich Village, ed eccolo, infine, scrivere per Hollywood.
Con la sua vecchia Olympia tedesca, sempre la stessa ancora oggi, sforna la sceneggiatura di Ciao Pussycat, che diventa il più grande successo comico di tutti i tempi, 70 milioni di dollari d’incassi. Ma Allen mastica amaro: il film ha subito diverse manipolazioni da parte dei produttori e da quel momento decide che non ne avrebbe mai più fatti senza averne il pieno controllo.

Il resto è storia del cinema. E di un uomo che non ha voluto arrendersi né al pubblico (“vuol vedere sempre gli stessi film. Invece bisogna deluderlo, altri- menti non si farebbe nulla d’interessante nell’arte”), né al successo ormai col- laudato, ma che anzi ha saputo sfidarli: alternando al comico il malinconico, la commedia sofisticata al dramma, affiancando alla battuta più fulminante le verità più profonde. Uno Zelig che con leggerezza ha attraversato tutti i generi, guardando a Fellini e Bergman come ai Maestri. Un regista che detiene il record delle nomination all’Oscar e che, dei 4 ottenuti, non è mai voluto andare a ritirarne nemmeno uno. E che dopo aver realizzato quel capolavoro unanimemente riconosciuto che è Manhattan, in preda ad una crisi di panico tentò di bloccarne l’uscita: “Mi sarei prostituito” ricorda: “Avrei fatto di tutto perché quel film non uscisse. Proposi perfino che avrei fatto il successivo gratis, a condizione che non andasse nei cinema”. Woody: un genio incompreso solo da se stesso e che di se stesso dice ancora: “L’unico ostacolo tra me e la grandezza sono io”.

Woody vedi il trailer – dal 21 settembre nelle sale

  1. HO AMMIRATO WOODY ALLEN PER MOLTI ANNI.

    L’ULTIMO FILM FATTO A ROMA MI DIEDE L’IMPRESSIONE CHE ERA UNA PROPAGANDA TURISTICA…E FORSE E STATO COSI. SARA CHE CON GLI ANNI SI E SGONFIATO?
    DI TUTTI I MODI HA FATTO DEI BEI FILM CHE CI HANNO FATTO RIDERE TANTO, GIA CHE RIPRODUCEVA LA SOCIETA E LE SUE ABITUDINI RIDICOLE E CONTRASTANTI.

  2. Hai, ragione, mia omonima! “To Rome with love” e’ decisamente uno dei film meno riusciti. In molti- me compresa- l’hanno detestato,o ne hanno provato delusione. Un po’ come quando un grande amico ci tradisce. Per Woody Allen pero’ fare film e’ una necessita’ vitale, fisica, quasi come respirare.. Ed e’ per questo che lo perdoniamo, e correremo a vedere il prossimo suo film, e poi un altro e un altro ancora…

    1. HOLA SILVIA:

      SIAMO D’ ACCORDO.
      TORNEREMO A VEDERE I FILM DI WOODY ALLEN.
      E COME DICI TU, PURE CORRENDO!
      SONO UNA ITALANA CHE HA VISSUTO UN PO IN ITALIA E UN PO IN ARGENTINA, IN FORMA ALTERNATIVA PER ALCUNE VOLTE.
      UNA ITALIANA CHE NON PUO FARE A MENO DI PARLARE L’ITALIANO, E VEDERE LA RAI; -CORRO – A SCRIVERE , E DOPO ME NE ACCORGO CHE HO FATTO QUALCHE ERRORE. MA C’E L”ENTUSIASMO!.
      SPERO ESSERE PERDONATA PER GLI ERRORI.

      CARI SALUTI.

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