Perché le trilogie

Fulgidi esempi di perfetta fusione tra classico e fantastico, La Divina Commedia di Dante e Il Signore degli Anelli di Tolkien sono gli antesignani d’eccezione. E’ tradizione della letteratura YA e del fantasy proporre storie che hanno bisogno di uno sviluppo narrativo più lungo, storie che abbracciano un arco di pubblicazione di un minimo di 3 libri. Si va dalle cosiddette trilogie (Starcrossed e Shiver per citarne due di cui abbiamo parlato su CLetterarie), passando per le saghe a quattro volumi, (famosissima nel bene e nel male quella di Twilight di Stephenie Meyer), fino ai 6 libri, o anche più. Non che nella letteratura “adulta” non ci siano esempi di trilogie, da Millenium di Stieg Larsson a 1Q84 di Murakami, fino ad arrivare alle centocinquanta sfumature della James, ma è nel fantasy che questo formato ottiene la massima espressione. 

La trilogia, di gran lunga la più diffusa, rappresenta il giusto compromesso: storia sufficientemente articolata e tensiva, rischio di “sbrodolature” limitato, tempo di attesa per la conclusione non eterno. Le saghe che la oltrepassano richiedono al lettore un maggiore impegno e all’autore una maggiore complessità di trama, onde evitare l’abbandono in corso d’opera. Di solito un arco narrativo spalmato su 6 libri sviluppa una storia principale in cui il protagonista incontra vari ostacoli che nutrono la trama di ogni singolo volume, per poi trovare la sua conclusione nell’ultimo libro. Stabile, ma mai pacificata, la linea sentimentale attraversa tutto l’arco del racconto: splendidi esempi ne sono la serie l’Accademia dei Vampiri di Richelle Mead, o The Mortal Instruments di Cassandra Clare (vedi qui su CLetterarie).

Le saghe che abbracciano archi temporali più lunghi, quelle che arrivano a 10 e più libri, di solito impiantano un nucleo immutabile al cui centro c’è il protagonista (o i personaggi principali) e anche in questo caso (La Casa della notte di PC & Kristin Cast) la trama di ogni singolo libro riguarda una sua specifica “avventura”, o disavventura, che si conclude, mantenendo però aperto lo sviluppo di altre storie per i volumi successivi. La varietà delle storie permette all’autore di arricchire ogni volta il parterre di personaggi, aggiungendo quelli inesistenti nei primi volumi: la serie di Sookie Stackhouse di Charlaine Harris (quella a cui si ispira la serie tv True Blood), o la Confraternita del Pugnale Nero della Ward, sono un paio di esempi di questo tipo.

Non che nella letteratura di genere non ci siano casi analoghi, ad esempio i gialli sono spesso serializzati: da Sherlock Holmes alla Christie con Poirot e Miss Marple, schiere di investigatori di tutti i paesi, incluso il nostrano Montalbano, vivono grandi avventure, risolvendo brillantemente casi intricatissimi. Nei gialli però, a differenza del fantasy (e ad eccezione di Millenium) la serialità non continua la “linea orizzontale”, o per dirla più semplicemente: c’è lo stesso protagonista e quella che cambia è l’avventura. Se nel resto della letteratura la serializzazione è l’eccezione, (vedi anche i libri di avventura di Dirk Pitt di Cussler), nello Young Adult è la regola.

Altra caratteristica è che la scansione annuale delle uscite in libreria non corrisponde quasi mai alla scansione temporale del racconto il cui tempo può essere dilatato o compresso: giunti al sesto libro potremmo scoprirci invecchiati di 6 anni, ma per il nostro protagonista ne è passato solo uno, o in certi casi anche meno.

L’organizzazione di un impianto così vasto non è cosa da poco. Soprattutto per le serie che si concludono in 6 volumi, è necessario creare preventivamente un piano dettagliato degli snodi principali, gli intrecci, i percorsi e le cadute dei numerosi personaggi, un po’ come si fa con le serie televisive di lungo respiro. Ciò significa non poter lasciare quasi nulla al caso o all’ispirazione del momento; significa sapere esattamente, fin dalla prima riga, da dove partirà e dove arriverà il personaggio. Eppure, nonostante la difficoltà oggettiva di gestire una così grande mole narrativa, è difficile trovare libri autoconclusivi – tutto in un volume – nella produzione di genere e quando capita si ha la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di incompiuto: è il caso del bellissimo La corsa delle onde di Maggie Stiefvater (ne avremmo voluto di più), oppure del troppo sbrigativo Fateful di Claudia Gray, i cui personaggi sono poco raccontati.

Mi sono chiesta perché la letteratura YA abbia sposato questi formati insoliti. Sicuramente nel fantasy per far scattare il coinvolgimento del lettore, gli argomenti e i mondi trattati devono prima essere accettati: ciò significa una loro approfondita e dettagliata analisi così che possa essere rispettato il principio di verosimiglianza. Questo è tanto più necessario, quanto più la storia fantasy è ambientata nel mondo reale. Ad esempio, per convincerci che il vampiro Edward di Twilight fosse “vero” era fondamentale definire minuziosamente le caratteristiche della sua specie, giustificare e motivare in maniera coerente all’interno di quel mondo ogni comportamento e reazione, immergerlo in una rete di relazioni famigliari e sociali, compatibili col suo status. Solo avendo un’idea cosi precisa del personaggio, anche le reazioni inaspettate appaiono coerenti al lettore.
Pensate che la Meyer, nel corso degli anni, ha risposto alle domande più bizzarre di lettori ingordi che si chiedevano “Come fanno gli spermatozoi di un non-morto a fecondare Bella?”, o “Come fa Edward a resistere quando Bella ha il ciclo mestruale?” La scrittrice ha sempre risposto adeguatamente, inventando spiegazioni pseudo scientifiche che però erano assolutamente coerenti con il mondo creato. Oppure nella serie Wings di Aprilynne Pike, l’autrice riesce a dare “lezioni” dettagliatissime di biogenetica e botanica per spiegarci come la sua protagonista, apparentemente umana, sia in realtà una pianta con tanto di fotosintesi e fioritura. E quando lo leggi ti dici: “Beh, sì, ovvio no?”

L’attenzione spasmodica ma necessaria alla veridicità dei personaggi innesta un meccanismo che si autoalimenta: più approfondisco e più devo scrivere, più scrivo e più i lettori si affezionano al quel mondo e a quei personaggi.

Ecco il parere di alcuni amanti del genere in proposito: “I lati positivi delle saghe sono la possibilità di conoscere meglio i personaggi, vedere come evolvono e come piano piano entrano a far parte della tua vita”, oppure: “A me capita spesso dopo aver finito un libro di essere così legata ai personaggi da desiderare di sapere cosa succede dopo”, oppure: “Mi piacciono molto le saghe… hai la possibilità di “stare” di più con i personaggi, di capirli, di amarli o odiarli. Sviluppando una storia a episodi si crea un legame più profondo”.

Così i personaggi travalicano l’importanza della storia perché diventano loro stessi “storia”. Questa profonda intimità con i protagonisti, unita alla presenza di elementi sovrannaturali, permette evoluzioni infinite della trama ed è difficile per un autore lasciar andare creature che conosce tanto bene e non cedere alla tentazione di continuare ad esplorarle a oltranza: è il caso di Cassandra Clare che, conclusa la sua trilogia The Mortal Instruments, ha deciso di proseguirla (a furor di popolo) con una sorprendente trilogia prequel, ambientata nel 1878 : The Infernal Devices. La costruzione dei personaggi è talmente minuziosa che accade che qualche ruolo secondario diventi tanto amato dai lettori, al punto da meritare uno spin-off tutto suo: è il caso di Bloodlines di Richelle Mead, dove il personaggio di Adrian dell’Accademia dei Vampiri ha ottenuto a grande richiesta dei fan il ruolo di protagonista!

Del resto, anche per mere questioni economiche, non è semplice rinunciare ad un franchise, a un marchio di successo, una volta centrato il gusto del pubblico. Certo aspettare in media un anno per la pubblicazione dei volumi successivi è per molti lettori un elemento scoraggiante (tanto che alcuni attendono che siano usciti tutti i volumi per poi leggerli in sequenza) soprattutto perché può capitare di non ricordarsi bene “dove eravamo rimasti”. Ma il difetto si trasforma in pregio poiché la suspance che ne deriva è stimolante e accresce l’ansia della prossima uscita. Naturalmente “vivere” per anni con quei personaggi implica una grande confidenza del lettore col mondo trattato: questo perciò accoglie ogni nuova uscita come il ritorno a casa di amici cari dopo aver fantasticato un anno sullo stato in cui li ritroverà e finalmente appaga il desiderio di rientrare a far parte del loro universo.
E anche se per sapere “come va a finire” bisognerà aspettare anni, anche se c’è l’impegno economico (ci si lega a comprare parecchi volumi), è probabilmente questa sorta di “dipendenza” emotiva che porta gli amanti del genere a perseverare e ad iniziare sempre nuove storie.

Ringrazio gli amici del gruppo facebook “The Italian Readers” per aver condiviso con me le proprie opinioni.

Produttore artistico per la Fiction di Mediaset, ho una spasmodica passione per tutto ciò che è fantasy. Collaboro con siti e pagine Facebook legati alla narrativa e al cinema YA. Frase di culto “Non può piovere per sempre”.

  1. Chiedo scusa sig.ra Silveri, ma il Signore degli Anelli non è affatto una trilogia bensì un unico libro pubblicato in tre parti sia per ragioni di costi

    1. Il mondo “moderno” conosce l’opera (se non erro fu pubblicata in tre volumi tra il 1954 e il 1955)come da sempre suddivisa in tre capitoli ma il fatto per cui viene naturale considerarla una “trilogia”, anche se Tolkien probabilmente per formazione l’aveva concepita come un unicum, è che la scansione degli avvenimenti, sia pratici che emotivi, la divide naturalmente in tre atti. Ed è per questo che è stato possibile suddividerla in tre capitoli, cosa che, in caso di struttura narrativa diversa, non sarebbe stato accettabile nè praticabile a prescindere dalla questione costi.

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