Les Misérables

Il cinema ama da sempre saccheggiare la letteratura per trarne storie e personaggi da ricalcare più o meno fedelmente. Non sempre la riuscita di questi adattamenti è direttamente proporzionale al grado di fedeltà al testo, anzi. Cogliere lo spirito, il senso più intimo e profondo di un romanzo è la chiave per creare opere autonome e al tempo stesso fedeli alla propria fonte. Non dovrebbe quindi stupire se un film che consta di ben due gradi di separazione dalla sua fonte primaria riesce a coglierne tanto bene l’anima, meglio di altre più pedisseque riduzioni. Eppure, la meraviglia di fronte a un film come Les Misérables, in sala dal 31 gennaio, è d’obbligo.  

Il film di Tom Hooper, già autore di un’opera di successo come Il discorso del re, è la trasposizione cinematografica del musical che viene ininterrottamente rappresentato sulle scene del mondo dal 1985. Musical che è a sua volta la trasposizione teatrale del romanzo di Victor Hugo, uno dei capolavori dello scrittore. Partiamo allora dal romanzo: I Miserabili (carta o ebook), uno dei capisaldi della letteratura francese dell’’800 e non solo, ruota attorno alla vicenda di Jean Valjean.

Trascorsi 19 in prigione per aver rubato del pane per i nipotini e per aver poi tentato di evadere, Jean Valjean si riscatta grazie all’intervento di un vescovo, prototipo di carità cristiana, che lo protegge quando tenta di rubargli l’argenteria, evitandogli così la prigione. Proprio quando sta per precipitare nel baratro della delinquenza recidiva, il vescovo “compra” l’anima di Jean Valjean, donandogli i propri argenti, inclusi due candelabri da cui l’ex galeotto non si separerà mai e mostrandogli come al mondo esista anche il bene. Malgrado sia ancora ricercato per i furti commessi, Jean Valjean si pente, si redime e usa il denaro ricavato dalla vendita dell’argenteria per cambiare nome e vita, diventando un imprenditore di successo, amato dai suoi concittadini, al punto da essere eletto sindaco.
Il suo destino s’intreccia però con quello di Fantine, una delle sue operaie, che viene licenziata – a sua insaputa – perché ha una figlia illegittima. Per poter lavorare e mantenere la figlia, Fantine l’ha dovuta affidare a due loschi individui, i Thénardier. Dopo il licenziamento la donna precipita in un abisso senza via d’uscita, lo stesso sfiorato da Jean Valjean anni prima. Ricattata dai Thénardier, per mantenere la sua Cosette, finisce col vendere prima i propri capelli, poi i denti, infine il proprio corpo. A questo punto compare la nemesi di Jean Valjean, l’ispettore Javert, che è l’incarnazione della Legge che persegue ciecamente le proprie regole, incurante delle conseguenze delle proprie azioni ed incapace di pietà: sentimento che non è incluso nel codice degli uomini, ma in quello di Dio, sì.

Javert sospetta da tempo che il sindaco cui deve obbedienza, altri non sia che il galeotto Valjean, di cui era stato carceriere. Quando l’ispettore arresta Fantine per prostituzione, Jean Valjean, mosso da pietà, interviene e la pone sotto la propria protezione, facendo insospettire ancora di più Javert.
Nel frattempo, a causa di uno scambio di identità, un uomo viene fermato come Jean Valjean. Ecco che qualcuno potrebbe essere imprigionato al suo posto, Valjean sarebbe libero per sempre, mentre Javert dovrebbe rassegnarsi, ma Jean Valjean ormai è cambiato, c’è altro in lui oltre all’istinto di sopravvivenza: c’è senso di giustizia e di responsabilità verso coloro che dipendono da lui. Così scagiona l’uomo, rivela la sua vera identità, vende in fretta e furia la propria fabbrica e scappa per il rotto della cuffia da Javert, rifugiandosi nell’anonimato di Parigi assieme alla piccola Cosette. Fantine infatti è morta e lui ha giurato di prendersi cura della bambina, adottandola e crescendola come fosse sua, espiando così ancora una volta i suoi peccati.
Passano gli anni, ma il destino è sempre in agguato e sembra non voler dare requie a Jean Valjean: i Thénardier lo ritrovano e intendono ricattarlo, mentre Javert, che nel frattempo ha fatto carriera, non si è scordato di lui ed è deciso a riportarlo in prigione. Cosette intanto è cresciuta tanto bene da far innamorare di sé un giovane studente rivoluzionario, Marius.
È il 1831, Parigi si prepara ad insorgere e tutto sembra precipitare: le barricate e il passato di Jean Valjean si frappongono tra Marius e Cosette, così come le attenzioni della figlia dei Thénardier, Éponine, per il giovane. Ora il destino di tutti giace ancora una volta nelle mani di Jean Valjean, nella scelta che compierà tra salvare sé stesso, o salvare gli altri.

Hugo costruisce il romanzo come un racconto esemplare, un’aspra critica verso la società della Restaurazione, ma al tempo stesso scava minuziosamente e senza indulgenze nei propri personaggi, svelandone luci ed ombre ed evitando gli stereotipi in cui facilmente si potrebbe incorrere.
Ovviamente un genere tanto diverso come il musical richiede un intervento di semplificazione, eppure la musica e i testi di Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil riescono miracolosamente ad evitare banalizzazioni. Nelle loro mani Les Misérables diventa un potente melodramma in cui “la forza del destino” di verdiana memoria viene smussata da quella dei sentimenti umani, creando brani universali che rendono così giustizia alla grandezza di Hugo (guarda il trailer).

Partendo da questo materiale, Hooper riesce nella difficile impresa di metterci del suo, pur facendo brillare al massimo gli illustri precedenti. Compressa in due ore e mezzo di film, la storia assume un andamento intenso a livello emotivo, visivo e musicale.  Come all’opera, gli attori recitano cantando e la musica s’innalza attorno a loro creando un tessuto unico e suggestivo. La macchina da presa li incalza, senza filtri, con frequenti primi piani che rendono giustizia alle magnifiche interpretazioni dell’intero cast, a partire dall’attore australiano Hugh Jackman nei panni del protagonista e Russel Crowe in quelli di Javert, senza dimenticare una Anne Hathaway da Oscar (ha già preso un meritatissimo Golden Globe) e il bravo Eddie Redmayne.
Tra loro, solo Jackman e Redmayne hanno esperienza sui palcoscenici e Jackman, che ha da poco ricevuto un Tony Award (gli Oscar di Broadway), conduce magistralmente il film in quella che probabilmente è la sua miglior prova d’attore.

Sfuggendo alla pulizia del canto da musical, Hooper guida questi bravissimi interpreti verso un ibrido tra canto e recitazione che coinvolge fino alle lacrime, rendendo nuovi persino i brani più celebri, come I Dreamed A Dream, One Day More, o On My Own.
Quelle che sentiamo sono le voci degli attori che cantano sul set, in presa diretta e non doppiate in studio, come non era mai stato osato al cinema. Questo consente al regista di portare davanti agli spettatori cinematografici l’intensità e l’onestà del teatro (vedi il promo). Anche la fotografia, studiata ma mai invasiva, incornicia splendidamente gli attori in una scenografia divisa tra accuratezza storica e teatralità. 

Solo nelle scene sulle barricate si avverte di più il legame con il modello teatrale, quando la macchina da presa rinuncia alle aperture grandiose per prediligere un approccio quasi claustrofobico che rende ancora più drammatica la fine già scritta dei moti del 1831.
Ma la musica e le canzoni riscattano ogni secondaria sbavatura, dipingendo un affresco coinvolgente, spettacolare e soprattutto memorabile: non è cosa da poco nel cinema “usa e getta” troppo spesso propinatoci da Hollywood. 

 

Prima di approdare alla Minerva Auctions, sono stata assistente in una galleria d'arte a Via Margutta, guida turistica e stageur fra musei, case d’asta e la rivista ArteeCritica. Vivo circondata dai libri, vado al cinema più spesso di quanto sia consigliabile e viaggio appena posso.

  1. Eccellente recensione, brava! E’ proprio perché Hollywood propina solo immondizia ‘usa e getta’ che negli Stati Uniti questo film è stato oggetto di critiche insensate sia da sedicenti ‘critici professionisti’ che da un certo tipo di pubblico. Les Miserables di Hooper è come un pranzo cucinato da un ottimo chef proposto a chi mangia solo hamburger da McDonald.

  2. Grazie, Kaze!
    Concordo con te, il sapore di questo film è decisamente lontano da quello dei fast food…Aspetto altre opinioni sul film e sul musical!

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