L’era degli scrittori
Il caso Harry Quebert

joel_640Scrivere è maledettamente difficile. “In confronto alla professione di scrittore le scommesse sui cavalli appaiono un’attività solida e ragionevole”: sosteneva John Steinbeck. D’altro canto nessuno si sognerebbe di mettersi a suonare il violino senza averlo studiato per anni e allora perché tanti si svegliano un mattino e pretendono di scrivere senza averlo mai fatto?
In questo inizio del XXII secolo tutti scrivono, tutti pubblicano, tutti vogliono diventare scrittori. I siti sono pieni di consigli, regole, ammonimenti e corsi. Tutti vogliono avere successo con la scrittura come se questo fosse il canale preferenziale della realizzazione, quello più ambito e pregevole. Siamo entrati nell’era degli scrittori. 

Ciò spiega perché La verità sul caso Harry Quebert, romanzo scritto da uno svizzero di 28 anni che parla di uno scrittore di 28 Harry Quebertanni che scrive un romanzo e ottiene un incommensurabile successo… abbia avuto un incommensurabile successo. E le ridondanze non finiscono qui perché il libro parla anche del professore dello scrittore, anche lui scrittore, che ha ottenuto un successo ancora più grande.
Prima che vi giri la testa a causa di tutta questa ricorsività, va detto che i romanzi hanno sempre più spesso come protagonisti gli scrittori e le loro storie, l’inevitabile blocco della pagina bianca e l’immancabile successo. Questo oggi è l’argomento! E l’autoreferenzialità è totale.
Con le sue 779 pagine Harry Quebert è il libro dell’estate. Svetta ancora in testa alle classifiche e stava sotto ogni ombrellone. Ha scalzato persino le Centocinquanta sfumature. Vediamo come ha fatto.

Marcus ha 28 anni e ha già pubblicato un romanzo di successo, ma ora è passato un anno e lui non riesce a scrivere neanche la lista della spesa. Ci prova in tutti i modi anche perché ha firmato un contratto per cinque libri con il suo editore e la scadenza si avvicina. Assistiamo al suo rapido declino nella memoria della gente. Alla fine, in preda al panico, si rivolge al suo professore di letteratura. Va a trovarlo nella cittadina in cui vive, in riva all’oceano. Ecco dove sta Harry Quebert:

Abitava in una splendida casa di pietra e pino massiccio, fuori dalla città, sulla Route 1 in direzione del Maine, affacciata su un braccio di mare che le carte geografiche registrano col nome di Goose Cove. Era una casa da scrittore, che aggettava sull’oceano, con una terrazza per le giornate di sole, da cui una scala assicurava l’accesso diretto alla spiaggia.

Già il posto promette bene…

Era facile immaginare il vecchio scrittore al lavoro sulla terrazza, intento a creare i suoi capolavori ispirato dalle maree e dai tramonti.

“Ogni giorno” dice Harry Quebert al suo allievo Marcus, “schiere di lavoratori senza nome vanno e vengono dentro edifici grigi. E poi ci sono gli scrittori. Credo che gli scrittori vivano la vita più intensamente”.

Stop! Niente di più falso! Certo Harry Quebert ha scritto un paio di libri e il secondo, Le origini del male, ha venduto ben 15 milioni di copie, ma lo ha scritto in trenta giorni. ALa verità sul caso Harry Quebert_l di là degli elogi che gli tributa l’autore Joël Dicker, presentandocelo come un uomo affascinante e brillante, sia lui che Marcus, lo scrittore giovane, conducono una vita grama in cui patiscono i morsi della solitudine. Marcus riceve solo le visite del suo agente letterario, le rare volte che va da lui a vedere la partita, cosa che smette di fare non appena perde di notorietà. Harry Quebert, oltre a Nola, la quindicenne di cui si è follemente innamorato, non frequenta nessuno.
Entrambi contano zero amici e conoscenze (a questa pochezza di vita fa però riscontro una ricchezza di soldi). Né passano il tempo a scrivere, perciò viene proprio da chiedersi: ma cosa fanno tutto il tempo? Che cos’è che fa di questi due degli scrittori, visto che non scrivono?

La maggior preoccupazione di Marcus (e del suo alias Quebert) è scrivere “un romanzo incredibilmente bello” che lasci estasiate un paio di grandi case editrici newyorkesi e lo faccia diventare “la celebrità che aveva sempre sognato di essere”.
Insomma sembra che in tutta questa storia, quello che conta sia la fama, il successo, il riconoscimento e il benessere economico, mentre la scrittura è in secondo piano. L’ossessione per la gloria futura e la paura di non farcela, di essere un lestofante, un bluff, angustia entrambi i protagonisti: forse perché lo sono davvero?

IMG_3242 - Versione 2Sappiamo che nella realtà i sogni di gloria basati sulla scrittura nella maggior parte dei casi sono destinati a infrangersi e che in ogni paese quelli che riescono a vivere con la propria scrittura si contano sulla punta delle dita.
Eppure scrivere è diventato il modo principe per richiedere attenzione, ora che viviamo in un gigantesco talk show dove tutti parlano e nessuno ascolta. Un romanzo è necessario per sovrastare l’incessante conversazione cacofonica delle reti sociali.
Ed ecco che proliferano gli scrittori da talent show, quelli delle scorciatoie, quelli che non suonano il violino ma il campanello e contano sull’illuminazione, sull’idea che gli faccia partorire un best seller. Sono convinti che tutti possano scrivere un capolavoro, basta avere una buona idea.

E così abbondano le regole e i consigli che ti spiegano come fare e ti esortano a scrivere almeno un po’ tutti i giorni, quasi che la scrittura fosse una punizione e il blocco della pagina bianca l’inevitabile nemesi. Questi consigli dimenticano che scrivere è un piacere, che lo fai per te stesso prima ancora che per gli altri, che serve a esprimerti, che lo faresti anche se nessuno ti leggesse (o no?) e che non è una specie di medicina da prendere tutti i giorni.
E poi, se prima solo pochissimi pubblicavano, oggi tra editori e self publishing, la pubblicazione è alla portata di tutti. Gli editori sono diventati meno selettivi e il loro criterio spesso è la visibilità più che la qualità. Quando un giovane autore ha un’idea, gli editori invece di sentirla gli chiedono quanti follower ha sui social media, denuncia in un recente intervista Jonathan Franzen: “Questa necessità della continua autopromozione è assillante”. Così se un tempo la pubblicazione di un romanzo era il punto di arrivo, oggi è solo il punto di partenza.

Ma torniamo ai nostri due protagonisti che stanno in un nulla esistenziale in cui non li riconosce neanche il portiere, o il panettiere, e vogliono passare da questa perfetta solitudine, da un totale anonimato, al bagno di folla, gli autografi, le moltitudini adornati di fan.
Mentre Marcus Goldman, il giovane scrittore newyorkese, ha il blocco di fronte al secondo romanzo, nel giardino della casa del suo professore Harry Quebert viene trovato il cadavere di una ragazza. E’ Nola, che aveva quindici anni quando è stata uccisa. Harry Quebert viene accusato dell’omicidio. Marcus molla tutto e va nel New Hampshire per dimostrare l’innocenza del suo unico amico. Si scopre che Harry Quebert e Nola hanno avuto una relazione segreta quando lui aveva 34 anni e lei soltanto 15.

twinpeaksIl caso di Harry Quebert è un Cold Case come quelli della serie televisiva americana. Il racconto fa avanti e indietro fra tre periodi: il 1975 anno della morte di Nola quando Harry Quebert aveva 34 anni, l’oggi in cui ne ha 76 e il 2008 quando era un cinquantenne e Marcus un suo allievo all’università. Il fascino dei Cold Case, dove si cerca di risolvere un mistero del passato e intanto si descrive un’epoca, è enorme. Spesso quel passato sembra più interessante e intenso del presente e comunque è carico di fascino e nostalgia.
L’ambientazione del romanzo ricorda un po’ The Killing e un po’ Twin Peaks. Siamo nella placida provincia americana e Aurora è un posto così tranquillo che non c’è bisogno di chiudere a chiave la porta di casa.

Quello in cui il romanzo pecca sono i personaggi. Anche Nola, a dispetto della presentazione di Joël Dicker, che la descrive come una ragazza solare, allegra, adorata da tutti, ci appare fragile, oscura e piuttosto disperata. I caratteri sono stereotipati e i dialoghi semplicistici (vedi a questo proposito Un thriller in potenza su Qlibri).
Quanti di noi si sono detti: “Adesso basta, mi metto lì e scrivo un best seller!”? Joël Dicker ha fatto lo stesso e dopo cinque tentativi falliti, al sesto ce l’ha fatta. Voleva scrivere un page-turner e c’è riuscito perfettamente perché una pagina tira l’altra. Una trama gialla incalzante, un buon ritmo (anche se qui e là si poteva asciugare), una struggente storia d’amore, la straordinaria ambientazione nel New Hampshire e il rapporto maestro-allievo rendono il romanzo godibile e trascinante, anche se la credibilità dei due scrittori è scarsa e Dicker li dipinge come sfigati e incapaci di vivere.

Pubblicato da

Tiziana Zita

Tiziana Zita

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di fiction per la tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

11 pensieri su “L’era degli scrittori
Il caso Harry Quebert”

  1. Non l’ho letto e non mi piace (tanto che ho letto il tuo articolo solo fino al punto in cui incomincia a descrivere il libro 🙂 )

    1. E no Franco, continua… il libro è solo un modo per parlare della scrittura come va oggi e ci tengo che tu lo legga fino in fondo 😉

  2. Cara Tiziana, sono reduce dalla lettura dell ‘ultimo Vargas Llosa, infumabile , sicché mi mancano le forze. Ma per sapere come la penso sui consigli di Harry puoi sempre ricorrere alla lettura (finalmente) del mio “Corso di lettura creativa”… 🙂

    1. Di Vargas Llosa ho letto solo “La zia Julia e lo scribacchino” e mi è piaciuto moltissimo! Hai ragione, il tuo Corso voglio proprio leggerlo, ma non intendevo propinarti le regole di scrittura di Quebert-Goldman-Dicker…

  3. “Questi consigli dimenticano che scrivere è un piacere, che lo fai per te stesso prima ancora che per gli altri, che serve a esprimerti, che lo faresti anche se nessuno ti leggesse (o no?) e che non è una specie di medicina da prendere tutti i giorni. ”
    Condivido il pezzo e però rivendico il diritto di scrivere, vedi sopra!

  4. Ciao Tiziana, grazie per ogni tuo post, dai quali riesco sempre a trovare ottimi spunti di pensiero. Concordo con te sul fatto che i personaggi principali (Harry e Marcus) siano scarsamente credibili, ma ho comunque tratto molto da loro; la solitudine di Marcus, il peso sulla coscienza di Harry e la sua continua attesa in un fantomatico ritorno della sua amata Nola (che poi si concretizzerà in una tragica realtà e in una dolorosa rassegnazione), hanno avuto su di me un forte impatto, poiché queste loro fragilità sembrano essere molto vicine alle mie.
    Ti ringrazio per aver dedicato il tuo tempo nella lettura di questo mio commento.

    1. Ciao Angelica, grazie!
      La “verità” dei personaggi è importante perché determina il nostro grado di empatia e immedesimazione. Se i due protagonisti non avessero anche zone di “verità” non potremmo continuare a leggerli…

  5. Ho letto pareri decisamente discordanti su questo romanzo che, al momento, non ho ancora letto. E i più lo trovano esageratamente lungo e banale. Probabilmente lo spunto relativo all’essere scrittore o all’avere la fama di scrittore è interessante (mi è molto piaciuto il tuo commento/analisi in tal senso). Ciò che mi lascia perplessa è la bontà del libro. Che Dicker si sia immedesimato troppo nei suoi personaggi?

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