Nihil traducendum…
Quali sono i romanzi che ci fanno ridere?

Antonio Rotari, Ragazza con un libro - Versione 2Dunque, dov’ero rimasta? Ah, sì, il secondo libro che mi ha fatto ridere fino alle lacrime.
È Zia Mame, di Patrick Dennis, un libro che ogni aspirante scrittore dovrebbe leggere se non altro perché ha una storia editoriale piena di speranza (non mi fate divagare troppo: chi non la conosce, la troverà su Wikipedia). L’ho letto qualche anno fa, quando Adelphi pensò bene di ristamparlo, e ancora non ho capito se mi ha divertita tanto perché mi ha ricordato il film (un gioiellino che avevo visto da ragazza, con una strepitosa Rosalind Russell che ci guadagnò persino una nomination agli Oscar – il titolo in italiano è La signora mia zia); o perché è tradotto benissimo, con quell’italiano pieno di termini eleganti, ricercati, un po’ desueti ma sempre efficaci che a me piacciono un mondo; o infine perché mi ha fatto tornare in mente la mia, di zia, molto meno svagata di zia Mame ma altrettanto spassosa, che mi aveva lasciata da poco (a proposito: qualcuno mi sa dire perché gli attori che sono belli da bambini non riescono a invecchiare come Dio comanda? Il piccolo che fa la parte di Patrick nel film è diventato un uomo assai bruttarello, un po’ come il Macaulay Culkin di Mamma, ho perso l’aereo. Le femminucce ci stanno più attente, Shirley Temple docet).

Stasera-in-tv-Mamma-ho-riperso-laereo-su-Italia-1-5Chiudo qui il discorso su Zia Mame perché, come dicevo l’altra volta, quello che fa ridere me magari lascia indifferente qualcun altro, e non mi sembra manco il caso di star qui a dilungarmi su un libercolo il cui unico pregio è quello di far ridere. Ma è un libro che mi fornisce l’occasione di affrontare un tema che mi sta a cuore: quello della traduzione.

E comincerò proprio col dire che il libro di Dennis fu un autentico trionfo negli Stati Uniti, mentre in Italia fu un flop – ci sono voluti più di cinquant’anni, e tre ristampe a cura di altrettante case editrici, perché da noi avesse il successo che comunque meritava. Vi siete chiesti il perché?
Io sì, e mi sono anche data la risposta: perché quel tipo di umorismo alla fine degli anni Cinquanta poteva andar bene negli USA, ma non in Italia – siamo giusti: in quel periodo da noi la televisione muoveva i primi passi e c’era il secondo governo Segni: andatevi a vedere la composizione (a) del palinsesto e (b) del governo, e poi ditemi se potevamo apprezzare quel tipo di umorismo. Mezzo secolo dopo, grazie anche a un processo di globalizzazione già rodato da tempo, siamo stati in grado di farlo. Ma il discorso è più ampio.

screenshot_32Così come, a livello micro, ognuno di noi possiede un proprio personale senso dell’umorismo, a livello macro anche un popolo ha il suo. Il famoso humor inglese, ad esempio, si basa principalmente sull’understatement e sulla litote, quello italiano sull’enfasi. I francesi ridono della gestualità, i tedeschi della solennità – chi è estraneo alla cultura francese difficilmente riderà con Coluche, così come una scarsa conoscenza di quella inglese non potrà far apprezzare, butto lì un nome, un Charles Chilton (la cui infanzia tribolata, peraltro, tutto avrebbe dovuto fare fuorché spingerlo verso il genere comico).
Sarei curiosa di leggere Zia Mame in inglese per vedere se mi fa lo stesso effetto che mi ha fatto la traduzione italiana, ma sono ancora troppo in qua con gli anni per dedicarmi alla rilettura ignorando le nuove produzioni. Il problema principale, secondo me, è che bisognerebbe sempre, nei limiti del possibile, leggere un autore (o, se è per questo, vedere un film o una pièce teatrale) in originale: una lingua è traducibile a spanne, c’è tutto un mondo dietro un’espressione, e non è detto che quell’espressione trasposta in un’altra cultura susciti le stesse emozioni.
È un discorso complesso, che andrebbe affrontato più in profondità di quanto consenta lo spazio gentilmente messoci a disposizione da Tiziana, sicché cercherò di spiegarmi con qualche esempio.

IMG_4338 - Versione 3

IMG_4327L’anno scorso mia nipote mi regala La vita davanti a sé, di Romain Gary, dicendomi che le era piaciuto molto. Senza dirle che anni prima avevo letto la versione originale, perché mia nipote è orgogliosa di mettermi a parte delle sue scoperte letterarie, comincio a rileggerlo. A distanza di tanto tempo ricordavo le vicende per grandi linee, ma rileggendole provavo una strana sensazione: da un lato mi tornavano in mente alcuni particolari della trama, dall’altro avevo la netta sensazione di aver letto una storia completamente diversa. Per farla breve, metto a confronto le due versioni, e scopro che il traduttore italiano ha fatto un lavoro eccellente: una lingua elegante, un’accurata scelta di avverbi e aggettivi, una sintassi raffinata – un bell’italiano, insomma. Peccato che Gary aveva scritto quel libro a volo radente, con l’ottica di un bambino d’una decina d’anni che è poi l’io narrante, mentre il traduttore ha volato alto, scrivendo come un bambino non scriverebbe mai. Ha detto quel che ha detto l’autore, ma – per dirla con la Tosca pucciniana – l’ha detto male.

au-bonheur-des-ogresStessa sensazione con Pennac. Mi ero letta la trilogia in italiano e mi era piaciuta, niente di più. Tempo dopo me la regalano in francese: non pensavo di rileggerla, ma tornando da Parigi ero rimasta senza niente da leggere, e in aereo comincio a sfogliare il primo libro, Au bonheur des ogres (Il paradiso degli orchi). Spesso mi è capitato di scoppiare a ridere, cosa che con l’italiano non mi era successa, e non per imperizia della traduttrice ma perché ci sono cose – tanto per riallacciarmi a ciò che dicevo prima – che se dette in francese mi fanno ridere, mentre in italiano mi lasciano impassibile (il più grande regalo che mi ha fatto la zia di cui parlavo in apertura è una seconda lingua materna: ecco perché ho la fortuna di apprezzare certi originali).
A proposito di Pennac: sarei curiosa di sapere perché il suo ultimo lavoro è stato tradotto Storia di un corpo, quando il titolo originale era Journal d’un corps: non so se un’Anna Frank o un Jean Genet sarebbero stati contenti di vedere i loro “diari” sminuiti a livello di semplici “storie”. Diceva Eduardo: la parola c’è, perché non usarla?
Bisognerebbe sempre rispettare le intenzioni di chi scrive. Tanto per polemizzare: se io sono di madrelingua francese e voglio dire “lettuccio”, dirò “petit lit”; se voglio dire “finestrella”, dirò “petite fenêtre”, perché la lingua francese non usa le desinenze come l’italiano per i diminutivi. E allora, porca paletta, se io mi chiamassi Antoine de Saint-Exupéry e scrivessi un libro intitolato Le petit prince, perché diavolo non dovrei vederlo tradotto in italiano con Il principino, com’era nelle mie intenzioni?

auntie-mameZia Mame
In conclusione, la mia proposta è la seguente: case editrici di tutto il mondo, quando pubblicate la traduzione di un saggio, di un romanzo, di un’opera teatrale, di una poesia (soprattutto di una poesia), prendete la buona abitudine di pubblicare la versione originale col testo a fronte. Chi conosce bene la lingua potrà apprezzare in pieno le intenzioni dell’autore o autrice che sia, chi la conosce un pochino avrà l’opportunità di migliorarla, chi non la conosce affatto potrebbe avere un incentivo in più per mettersi a studiarla o, male che vada, per macinare un sacco di pagine più in fretta ignorando completamente la parte sinistra del volume.

P.S.  L’invito riguarda solo gli autori più importanti e le lingue più diffuse: immagino che pubblicare tutto il pubblicabile in quel modo farebbe lievitare enormemente i costi di produzione, con un impatto rovinoso sui prezzi di copertina. Senza contare il fatto che stampare Достоевский o 三島由紀夫 in versione originale e tradotta potrebbe perplimere la quasi totalità dei lettori più maniacali (ai quali mi rattristo di appartenere) e ridurre drasticamente il già esiguo spazio a disposizione sui loro scaffali.

Lavoratrice dipendente prestata alla scrittura, sta tentando di pubblicare il suo primo romanzo, un polpettone di 400 pagine che finora è stato letto – neanche troppo spontaneamente – solo da amici fidati.

  1. C’è una cosa che mi colpiesce in quello che scrivi, Gae, ed è che Pennac ti ha fatto ridere quando l’hai letto in francese – a prescindere dalla traduzione – perché così eri nel “mood” francese, eri nella cultura francese dal di dentro. Mentre la stessa cosa letta “da italiana” non ti ha fatto ridere. Mi pare un test molto interessante da sperimentare su di sé. E’ come se ci fossero due identità culturali distinte: quella francese non ride alla battute italiane e viceversa.
    Per quanto riguarda “La vita davanti a sé”, anch’io l’ho letto in francese, ma la mia amica Silvia, che l’ha letto da poco in italiano e ne è entusiasta quanto e più di tua nipote, l’ha molto apprezzato proprio a livello linguistico. Vedi il suo commento di pochi giorni fà…
    Sulla traduzione mi viene in mente un aneddoto che ci hanno raccontato all’università al corso sull’intelligenza artificiale. Riguarda uno dei primi traduttori automatici, esposto a New York nel 1964. Traduceva dall’inglese al russo e quando gli hanno dato in pasto il versetto della Bibbia “lo spirito è forte, ma la carne è debole” ha tradotto “la vodka è forte ma la carne è marcia” 🙂

  2. È esattamente come dici tu, Tiziana: è tutta una questione di mood.
    Molto ben fatto il commento di Silvia su “La vita davanti a sé” – non l’avevo letto perché in realtà risale a quasi due anni fa, quando ancora non conoscevo le Cronache… Ma noto che anche lei è rimasta colpita dallo stile di Momo: è un bambino che scrive, non dimentichiamolo (o forse è il traduttore italiano che non avrebbe dovuto dimenticarlo…).
    Peccato che non abbia qui né i libri di Gary né quelli di Pennac, se no andrei a cercare qualche esempio. Posso citarne uno a memoria: in francese avere le borse sotto gli occhi si dice “avoir des valises sous les yeux”, ma Pennac – parlando di Petit, il bambino con gli occhiali rosa – dice qualcosa del tipo (cito a vent’anni di distanza, quindi prendila col beneficio d’inventario) “sotto gli occhi aveva delle borse tali che ci sarebbe entrato un chilo di pere”. Non sono andata a cercarmi la traduzione italiana di una frase da niente, ma il contesto francese mi ha fatta ridere, quello italiano mi aveva lasciata indifferente al punto che nemmeno mi ricordavo il passaggio…
    Ho lavorato come traduttrice per tanti anni, anche se in un campo economico-finanziario (e quindi principalmente dall’inglese), e ho rifiutato due o tre offerte di traduzioni letterarie dal francese perché credo che non ne verrei mai a capo – per fare il primo esempio che mi viene in mente, nel tempo ho letto almeno dieci traduzioni diverse della locuzione “eh ben dis donc”, e non ce n’è una che mi convinca: può essere “questa poi…”, “ma insomma”, “e che diavolo”, “figuriamoci” e cento altre, dipende dalla frase che precede, dalla musica e dal ritmo della conversazione, e soprattutto da chi la pronuncia – in bocca a un adolescente ha un senso, se detta da un’anziana signora ha tutt’altra valenza. Per farla breve: è intraducibile.
    Solo una volta mi sono cimentata con l’incipit dei “Canti di Maldoror”: ci ho messo due ore per tradurre cinque righe, e non sono riuscita a fare un lavoro soddisfacente – per me, Lautréamont o te lo leggi in originale, o è meglio non leggerlo affatto perché come la metti la metti, il contenuto ne sarà snaturato.
    Poi, quando avrò un po’ di tempo, cercherò una lista di strafalcioni divertenti che ho compilato nel corso degli anni – accidenti alla memoria, me ne ricordo solo uno: in una T-shirt la targhetta delle istruzioni sul lavaggio recitava:
    Dry clean only
    Nettoyage à sec
    Lavare seco
    Figurati la scena: dal cestone dei panni sporchi tiro via la maglietta incriminata, mi spoglio, me la infilo, mi ficco sotto la doccia, lavo me stessa e la maglietta, riasciacquo bene, poi esco, me la tolgo (prima di buscarmi una polmonite), la stendo e il gioco è fatto!
    🙂
    Buona serata e buon weekend a tutti!
    G.

  3. Provate “La scure d’argento”, di Marotta. Una notte, quando avevo 16 anni, quasi caddi dal letto dal ridere, sicchè adesso non ho il coraggio di rileggerlo per tema della delusione. Ma se andate avanti voi… 😉

  4. Delle traduzioni a dir poco inefficaci si potrebbe parlare per ore, basti pensare ai tanti titoli di film completamente appiattiti, snaturati, banalizzati o travisati…E se a volte il corrispettivo italiano suonerebbe male, altre è proprio pressapochismo delle case di distribuzione. Penso al recente “The immigrant” di James Gray, che da noi è diventato “C’era una volta a New York”, evidente richiamo a Sergio Leone…In questi casi sorge spontanea la domanda: perché?
    Per tornare invece ai libri che fanno ridere, da cui tutto era partito, a parte la mia devozione a zia Mame, vi suggerisco Douglas Adams e il ciclo di “Guida galattica per autostoppisti”: non lasciatevi frenare dal fatto che sono romanzi di fantascienza, perché la genialità dell’autore e il suo brillante humour britannico sono meravigliosi! Ricordo momenti indimenticabili di risate trattenute a stento in metropolitana… 🙂

  5. Vero verissimo !
    Testo originale obbligatorio per greco e latino, affiancato da traduzione in italiano (almeno non ci assale la certezza di aver sprecato cinque anni di liceo classico). Testo originale fortemente consigliato per le lingue più studiate e/o capite in Italia (inglese, francese, spagnolo, tedesco ?), specie per le poesie.
    E comunque la sua “intraducibilità” è il dono che una lingua ti fa per averla incontrata e amata nella tua vita. Come il bacio ricevuto dal tuo amore. Piacere esclusivo e difficile da raccontare con altre bocche.
    E poi non è solo sintassi, grammatica, voci idiomatiche. C’è troppo altro di non trasferibile in mondo diverso da quello che la parola scritta ha evocato.
    Prova, Gae, a tradurre in francese il tuo bellissimo (divertentissimo) racconto “Flussi, influssi, deflussi” …
    Basterebbe, da sola, l’impossibilità (anche urbanistica e sociopolitica !) di tradurre la Metro in métro.
    Franco

  6. Ma te la immagini, Franco, una conducente della RATP che durante il suo turno di lavoro litiga per telefono col marito, prende appuntamento per far riparare la lavatrice, chiama la figlia della portiera perché vada a prendere il bambino a scuola? Credo che se avessi scritto quel raccontino in francese mi avrebbero, se non citata in giudizio per diffamazione, quantomeno bandita dai trasporti pubblici in tutta l’Île-de-France…
    🙂
    Ma sapere che l’hai apprezzato mi fa molto, molto piacere.

    Grazie anche a Franco Mimmi e a Marzia per i loro consigli: ne avrò bisogno quando uscirò (viva, voglio sperare) dalla lettura delle “Considerazioni di un impolitico”…

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