I segreti della traduzione
Falsi d’autore di Daniele Petruccioli

petruccioli-falsi-autore-copertina-b“Il traduttese sarebbe una lingua tutta appiattita su supposte regole di eleganza stilistica dell’italiano scritto. Una lingua di stilemi, insomma, che si ripetono costantemente a prescindere dal libro, da chi lo ha scritto, da dove lo ha scritto e da come lo ha scritto. Tipicamente, questa lingua non ripete mai due volte le parole “disse” o “andò”. Se dunque, nel libro che avete comprato, vi trovate davanti a una pletora di “sostenne”, “dichiarò”, “insisté”, alternati a “rispose”, “replicò”, “ribatté”, siete probabilmente in presenza di traduttese allo stato puro”.

Filippo La Porta e Martina Testa – traduttrice di romanzi americani e editor – parlano con Daniele Petruccioli del suo libro Falsi d’autore, in cui svela i segreti della traduzione.

Filippo La Porta
E’ un libretto che ha una qualità straordinaria, è molto divertente e leggero, però vi assicuro che vale un trattato sul tradurre. Qui dentro ci sono tutti i problemi della traduzione, affrontati uno per uno. Ovviamente all’inizio c’è tutta la parte del lamento, ma questo è inevitabile parlando di traduttori.

Io non sapevo che addirittura per decreto regio, il traduttore dovrebbe stare sulla copertina, o sul frontespizio. C’è una legge che dovrebbe imporlo, invece evidentemente gli editori italiani se ne sono sempre fregati e a volte il nome del traduttore sta nelle ultime pagine del colophon, dove nessuno lo va a leggere. Recentemente c’è un po’ la moda di metterlo in copertina, ma siccome Daniele Petruccioli è un traduttore, quindi per definizione “sfigato”, pensa che sia una moda. Quindi nel suo libro c’è una parte di giusta protesta e di giusto lamento: è verissimo che io ho amato dei classici stranieri e non so chi li ha tradotti. Per esempio ho molto amato una versione di Viaggio al termine della notte di cui non ricordo il traduttore, che è piena di errori e toscanismi, però io ci sono affezionato. Poi è uscita quella di Ferrero che probabilmente è più accurata, però io ero legato all’altra. Eppure è un bel falso d’autore. In questo libro ci sono dei capitoli irresistibili sul traduttese e sul tradiano, che l’autore chiama anche doppiaggese, la strana lingua le cui frasi sono un calco della lingua originale. Chi traduce in tradiano, quando incontra “What’s your name?” non traduce con “Come ti chiami?”, come dovrebbe, ma con “Qual è il tuo nome?” Poi c’è il vero tormentone che è “fottuto”, “fottutissimo”, che ormai ha contagiato anche la fiction televisiva italiana, dove ogni due secondi lo dicono. In Italia nessuno dice “fottuto”, o comunque non così tanto come in inglese si dice “fuck”. Un mio amico americano a cui avevo ho chiesto: “Ti piace quella cosa?”, nella mail, per dire “absolutely” mi ha risposto: “abso facking lutely”. In America è veramente un tormentone che entra addirittura dentro le parole.

retrospective-dherve-guibert-photographe-L-0lvL0qPoi c’è il traduttese che è una lingua troppo pulita, dice Daniele, una lingua troppo asettica. Voi sapete che i traduttori italiani hanno la fobia della ripetizione. Magari c’è uno scrittore americano, o francese, che sceglie deliberatamente di ripetere la stessa parola. No, al traduttore italiano questa cosa non piace, la trova inelegante, la trova rozza. C’è la famosa prima pagina di Glamorama, dove nell’originale per quattro o cinque volte Easton Ellis dice semplicemente “the bus”, l’autobus. Se prendete l’edizione Einaudi, troverete, “autobus”, poi “corriera”, “mezzo pubblico”… il traduttore non voleva ripetere “autobus”: è una cosa incredibile. Perché il traduttese deve rispondere a delle regole di eleganza un po’ artificiose. In questo traduttese, che è una lingua completamente insapore, inodore, asettica, si evitano il più possibile i morfemi, cioè quei pezzetti di parole che le modificano, come i diminuitivi, gli accrescimenti, “le manone”, “gli occhietti”, perfino i superlativi. Nel traduttese è difficile trovare “case bellissime”, troverete “case molto belle”. Insomma ci sono tutta una serie di caratteristiche di questa lingua un po’ irreale.

Daniele dice che il traduttore è percepito come dilettante in Italia. Non viene riconosciuta a questa figura una vera e piena professionalità, infatti è un lavoro sotto pagato. Per una pagina di traduzione, credo si oscilli intorno ai quindici euro, ma in realtà ci sono editori che pagano addirittura sette euro, fregandosene di tutto. E’ un lavoro sottopagato e quindi spesso è fatto male. Oppure la traduzione viene fatta da un signore che di professione fa un’altra cosa, che “conoscicchia” un po’ l’inglese. C’è questo pressappochismo che è un mancato riconoscimento della qualità della traduzione. Ma arriviamo alla sostanza del libro, alla tesi di Daniele secondo cui tutte le traduzioni sono Falsi d’autore. Ogni traduzione è un’invenzione. Da questo punto di vista è vano cercare errori, come qualcuno un po’ pedantemente fa. Non è quello il punto. Perfino il vecchio dualismo di Croce che ci ha afflitto per anni per cui le traduzioni, o sono belle e infedeli, o brutte e fedeli, deve essere superato. Visto che ogni traduzione è un’invenzione, noi dobbiamo chiedere a una traduzione di essere bella e coerente. A questo punto può perfino essere molto infedele. L’importante è che lo dichiari espressamente.
In America c’è una traduzione di Menzogna e sortilegio di Elsa Morante, in cui hanno eliminato dei capitoli e ne hanno addirittura cambiato l’ordine. Hanno voluto renderlo il più possibile vicino al gusto medio americano. Un’operazione aberrante che però era spiegata chiaramente nella nota introduttiva. L’utopia che persegue Daniele Petruccioli è che di ogni libro straniero dovrebbero esserci molte versioni. Soprattutto dei classici. Lui auspica che per ogni libro ce ne siano mille e tre.

Dulce Maria CardosoPhilippe Djian

 

 

 

 

 

 


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Daniele Petruccioli è il traduttore di Dulce Maria Cardoso e di Philippe Djian, entrambi pubblicati da Voland.

Martina Testa
Io ho tradotto un sacco di libri ma ho anche lavorato per molto tempo come editor in una casa editrice e quindi sono stata una datrice di lavoro e “revisionatrice” di traduttori. Quindi un po’ sono sulla stessa sponda di Daniele e un po’ sono sulla sponda opposta. In genere quando mi si propone di leggere o di parlare di traduzione, penso sempre: “Che palle ‘ste teorie”. Alla fine questo lavoro lo impari facendolo, lo capisci facendolo. E’ tutta pratica e c’è poco da parlare. In realtà il libro di Daniele è godibilissimo e anche illuminante perché di teoria ce n’è poca. Ci sono un sacco di idee, ma partono dalla concretezza del mestiere e quindi non sono vani sproloqui. Si sente che padroneggia una materia viva e questo anche grazie al tono appassionato, scherzoso, polemico al punto giusto, senza essere lagnoso e rivendicatorio con quell’acrimonia che a volte caratterizza i discorsi dei traduttori perché questo mestiere è sempre meno apprezzato e riconosciuto di quanto si dovrebbe. Daniele ha un approccio bio alla traduzione: che cos’è il lettore bio compatibile?

Daniele Petruccioli
Devo dire che la moda del bio non sempre la condivido. In realtà inventarsi un movimento di lettori bio consapevoli serve solo a poter parlare di traduzione, che è la cosa che mi interessa. Questo non è un saggio sulla traduzione, forse è più che altro una raccolta di cose che, facendo questo mestiere e parlando con i colleghi, vengono fuori. Cose che sappiamo già tutti, ma che io avevo voglia di vedere tutte insieme.

IMG_8792Martina Testa
Una di queste cose è che il lavoro della traduzione è un lavoro collettivo. Il traduttore non è mai solo ma ha intorno una serie di persone con cui si confronta: autore, traduttore, editore.

Daniele Petruccioli
C’è un po’ la mitologia romantica dell’autore che è unico e indivisibile nella sua torre d’avorio, anche se credo che i traduttori abbiano sempre parlato con le persone necessarie per quello che stavano traducendo. Sto pensando ad esempio al bellissimo libro di Angelo Morino Quando internet non c’era. Ma il mio libro più che ai traduttori è rivolto ai lettori.

Martina Testa
Tu dici che il traduttore è un interprete, è un esecutore, è come se avesse davanti uno spartito e lo deve suonare. Per come vedo il mio mestiere di traduttrice, io credo di essere l’esecutrice materiale di un piano, come se ci fosse un mandante e io avessi ricevuto dall’autore degli ordini, delle istruzioni precise. Ritengo che tutto quello che devo fare sta già nel testo e me l’ha già detto l’autore. Sono io che devo capirlo. Tutte le istruzioni sono contenute nel testo e io le devo trovare. Questo è tanto più vero, quanto più il testo di partenza è consapevole e raffinato. Io come traduttrice mi sento poco libera.

Daniele Petruccioli
Mi piace questa idea del traduttore come killer che ha un mandante e va lì a distruggere le cose. Non lo so. Soprattutto quando si tratta di grande letteratura, ho la sensazione di qualcuno dietro che punge, di una strada estremamente chiara da dover riscoprire, come se fosse una caccia al tesoro. Però mi rendo anche conto, soprattutto lavorando con dei revisori bravi che invece mi fanno vedere delle cose diverse, che non è detto che sia l’unica strada. E questa è una cosa che mi hanno messo in testa gli scrittori: più ci parlo e più confessano una pluralità di intenti, non sempre consapevoli. Quando un’opera è potente, ha talmente tante cose dentro e non è detto che neanche chi l’ha scritta le sappia tutte. Se questo è vero, è altrettanto vero che le interpretazioni forti, giuste, corrette e potenti possano essere almeno due, o probabilmente anche di più, come diceva Roland Barthes.

IMG_8808Filippo La Porta
Oggi il lettore si trova davanti una fortissima concentrazione editoriale, una presenza sempre più invasiva dei best seller. Questo lettore critico e consapevole mi pare sempre più spaesato e frastornato. Come farà a scegliere?

Daniele Petruccioli
Io fingo grande pessimismo ma in realtà sono un inguaribile ottimista. Certo tutto quello che dici è vero, a cominciare dalle percentuali di lettori che abbiamo in Italia. Io scrivo libri, faccio figli e penso che fondamentalmente fino ad adesso sono stato sfigato, ma domani andrà meglio. Invece ho un grande amore per i lettori di tutto il mondo e anche italiani. Penso che non è affatto vero che sono così sprovveduti.

Pubblicato da

Tiziana Zita

Tiziana Zita

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di fiction per la tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

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