House of Cards

2774_szd_02Il 27 febbraio arriva la 3a stagione in America e in Italia.

Torna in contemporanea con gli Stati Uniti la terza stagione di House of Cards. Freschi delle efferatezze di Cesare Borgia, personaggio ispiratore de Il principe di Machiavelli le cui ultime vicissitudini sono state trasmesse su Sky a dicembre, siamo pronti a rincontrare Frank Underwood, portavoce dello stesso richiamo alla più cruda Realpolitik cinque secoli più tardi. La sostanza è sempre la stessa: “Il fine giustifica i mezzi”. O per dirla con Underwood : “C’è solo una regola: cacciare o essere cacciati”.
Estromesso dal ruolo di segretario di stato, Frank Underwood, interpretato dal Premio Oscar Kevin Spacey, non si dà per vinto nelle prime due serie e, senza esclusioni di colpi, inizia la sua scalata verso il potere manipolando a man bassa e arrivando persino a uccidere, ove necessario.

Non è un caso che tale triste verità sia la sentenza che chiude il trailer della 3a stagione:
Claire: “Siamo degli assassini, Francis.” (Sì, la moglie è l’unica a chiamare così Frank…)
Frank: “Siamo dei sopravvissuti.”

House of Cards ripropone in un contesto statunitense il libro omonimo di Michael Dobbs del 1989, edito in italiano da Fazi nel 2014. Il romanzo di Dobbs diede vita negli anni Novanta a una miniserie della BBC. La versione statunitense su cui si basa la serie televisiva House of Cards ha sostituito il Parlamento inglese con il Campidoglio americano.
Storia acclamata da pubblico e critica, non stupisce che il villain cinico e risoluto piaccia a noi comuni telespettatori, ma sorprende alquanto che i capi di stato strizzino l’occhio alle nefandezze di Frank Underwood. Non è un mistero che Barack Obama ne sia un fedele fruitore e addirittura inciti i suoi seguaci su Twitter a non fare inutili spoiler. Più inquietante il fatto che Matteo Renzi abbia acquistato una copia del libro, tanto che Michael Dobbs si è sentito in dovere di inviargli una nota per ricordargli che “il libro è solo intrattenimento e non un manuale d’istruzioni”.

Ironia tutta britannica, forse, ma c’è un inquietante parallelo tra l’ascesa di Renzi, avvenuta senza elezioni democratiche, e la presidenza ottenuta per vie traverse da Frank Underwood.
Negli Stati Uniti tutti gli episodi vengono rilasciati contemporaneamente su Netflix, per consentirne una fruizione compulsiva, o comunque non mediata dall’attesa settimanale della puntata successiva. E sempre seguendo un gioco che miscela ad arte finzione e realtà – come quando Frank si rivolge direttamente ai telespettatori per lanciare perle di saggezza politica – mercoledì 11 febbraio tutti gli episodi della terza serie sono stati resi disponibili per un’ora a causa, forse, di un bug.

p9691630_n533472_cc_v9_ab“Questo è Washington.” Hanno twittato da House of Cards. “C’è sempre una fuga di notizie. Tutti i tredici episodi saranno lanciati il 27 febbraio.”
Benissimo. Li attendiamo anche se la storia, diciamolo chiaro, sarebbe ormai conclusa. Riassumendo in una frase le prime due serie: “un membro del congresso gioca sporco per diventare presidente e ci riesce”. Con la terza sfilza di puntate entriamo, quindi, nella fase pericolosa delle serie TV, quella in cui si decide di continuare comunque visto il successo ottenuto, correndo il pericolo che il personaggio diventi caricatura, le efferatezze si ripetano senza tregua e non s’inserisca nulla di veramente nuovo.

Sarebbe un peccato perché i due personaggi principali, due psicopatici, a volerne dare una definizione clinica, completamente esenti da empatia, ci avevano in qualche modo conquistato. L’elegante Claire, interpretata da Robin Wright, vincitrice di un Golden Globe come migliore attrice, è donna dai modi squisiti, ma sa essere dura e glaciale quando necessario. È la compagna perfetta per Frank-Kevin Spacey. Lo lascia libero di avere relazioni extraconiugali così come lei coltiva le sue. L’unica volta che li vediamo fare l’amore è quando lo fanno in tre con la guardia del corpo. Lei lo stimola a prendersi cura del fisico e condivide in pieno la decisione precoce di non avere figli. Un solo vizio li accomuna, oltre alle tendenze omicide: una sigaretta fumata a metà a tarda sera, ma anche questa debolezza verrà fatta sparire perché gli anni avanzano. Un rapporto di mutuo sostegno, quindi, in nome di un amore viscerale per il potere. E i due, colti nell’intimità delle mura domestiche fanno quasi tenerezza, con Claire che indossa una vestaglia di cachemire grigio chiaro. In queste occasioni ci mostrano che lavorano sodo fino a tarda ora e inviano, forse, un messaggio diverso all’audience, ovvero che “volere è potere” e che il lavoro duro alla lunga ripaga. Purtroppo, nel loro caso, anche quello sporco.

16584-house-of-cards Più che moglie e marito, quei due sembrano dei complici. Questo è un tema caro a David Fincher, il regista di Seven, Fight Club e The Social Network che è executive producer della serie e ne ha diretto i primi due episodi. Basta pensare al suo recente Gone Girl – L’amore bugiardo, dove la coppia di amanti diabolici si spinge ancora più in là. O no? Staremo a vedere: “Let The Butchery Begin!” (che la carneficina cominci!)

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Con questo post Letizia Draghi, scrittrice di thriller e romance, inizia la sua collaborazione con Cronache Letterarie.

Sono una scrittrice che ama saltellare tra generi come il fantasy, il romance e l’ironico. Ho pubblicato per Delos, Libromania e Rizzoli. Adoro le serie TV, in modo particolare “Il trono di spade”.

  1. ! caldo benvenuto alla new entry Letizia e buon lavoro! si sono d’accordo nelle prime 2 serie mi pare si sia compiuto tutto un viaggio fino alla sua elezione a presidente! che altro potrà fare la diabolica coppia? forse se diventassero buoni sarebbe un twist interessante

    1. Grazie Patrizia! Nutro seri dubbi che gli Underwood cambino. Se così fosse, li vedrei bene preda di una conversione radicale, magari anche una setta.

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