I giorni dell’abbandono
di Elena Ferrante

Pam Hawkes

Mario, ingegnere, abbandona la moglie Olga in un pomeriggio d’aprile, subito dopo pranzo. Lei ha trentotto anni e due bambini ancora piccoli. Si è preso una cotta – un innamoramento – per una ragazzina, cara amica di famiglia. Ha atteso in segreto i suoi diciotto anni per andarsene di casa, per ricostruirsi la vita accanto alla nuova compagna-bambina, illudendosi così che il futuro passi per un ritorno al passato: una nuova giovinezza.
Ne I giorni dell’abbandono (2002) Elena Ferrante racconta la storia di un deragliamento. Chi ha letto L’amica geniale è avvezzo al linguaggio della smarginatura: quando l’essere umano soffre si scopre inesperto dinnanzi al proprio smarrimento. Incespica, perde i propri confini e precipita in un vuoto di senso.

La sospensione della consapevolezza è, in questo romanzo da cui Roberto Faenza ha tratto l’omonimo film, ambivalente. Mario non ama più Olga ma ci impiega del tempo per capirlo. Il suo, inizialmente, è un semplice sentimento di I giorni dell'abbandono filmapatia, un’incredula incomprensione verso se stesso. È avvezzo a comportamenti simili: è stato un uomo incerto in giovinezza, un ragazzo vigile ai propri sentimenti ma al contempo incapace di comprenderli. Dopo il matrimonio, nella fase dei bambini piccoli attraversata da dolciastri odori di semolino e dagli aliti tiepidi al sapor di latte, la moglie si è trasformata per lui in una figura materna, protettrice.
Olga se lo confessa quando ormai è tardi: accade nei giorni febbrili del post-trauma quando, svuotata dall’abbandono del marito, è costretta alla riflessione.
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Mario è scomparso. «Mi farò vivo io» ma non chiama, manca all’appello.
Non c’è un indirizzo, un numero a cui rivolgersi. A poco servono le maldestre inchieste che Olga svolge tra gli amici. Le bocche sono cucite, la collettività tace nascondendosi dietro ad uno scudo di pudore. Come se restare al di fuori della faccenda sia un modo per preservarsi dalla malattia che ha intaccato la coppia. Il morbo pare contagioso: meglio fuggirne.

Olga, così, è costretta a riflettere.
Il romanzo altro non è che un lungo flusso di coscienza, il racconto sbandato, quasi vertiginoso, di una caduta verso il basso e del suo disperato tentativo di risalita. Gli anni trascorsi insieme, il matrimonio, i figli, il periodo del fidanzamento, hanno avuto un senso? Se sì, per quale motivo Mario se ne è andato? Non è chiaro se l’abitudine allo stare insieme costituisca un deterrente, se la noia sopraggiunta dopo un certo tempo sia il motore – la spiegazione – della loro stessa fine.
Ma c’è dell’altro.
Non è solo il corpo di Olga che invecchia o la mancanza di desiderio seppellita sotto anni di abitudini, consuetudini grevi. Il desiderio si è smorzato nel tempo – ma è solo una supposizione – a causa dei figli, dei lineamenti che si modificano, della moglie che non è più solo femmina e corpo sessuato ma madre, nutrice, faccendiera impegnata nel lavoro domestico. Olga intuisce che i figli sono una causa, ma non l’unica.

elena_ferrante_i_giorni_dell_abbandono1Olga ha fatto l’errore di presentarsi a Mario come una sposa-madre.
Lo ha fatto prima che ci fossero i figli, in tempi non sospetti, in quella fase della giovinezza che rima con turbine sessuale: dove regna l’amore feroce e violento – l’amour fou – che non trova ragione se non in se stesso.
Ha seguito il marito per lavoro, ha cambiato città, si è annullata senza accorgersene o peggio, consapevolmente, felicemente. Ha lavorato accanto a lui, giorno e notte, ma non per se stessa, né per il bene della coppia, quanto piuttosto per la riuscita professionale ed emotiva di Mario. Ancora lui. Lo ha fatto gratuitamente, con la spontaneità cieca del genitore: un sentimento che non ha altra ragione se non l’istinto. È quel legame affettivo – sanguigno (sanguinario?) – che lega ogni umano al proprio figlio. Si è fonte primaria di sussistenza, si diviene corazza contro il mondo.

Così, nei giorni bui della separazione, Olga è costretta ad ammettere la propria colpa. L’errore. Rilegge il passato con inquieta lucidità. È stata madre dei suoi figli ma anche, e soprattutto, una madre per Mario. L’abbandono di lui, ora, altro non può essere che una ferita insanabile, brutale, inspiegabile come la violenza ingenerata dal fallimento di una relazione madre-figlio, figlio-madre. Olga è madre di Mario ma ne subisce il distacco con la stessa incredulità muta che avrebbe la figlia tradita, perduta, esiliata dal consorzio famigliare senza spiegazione, data in pasto ad estranei, allontanata e per questo privata, per sempre, del proprio nome.

I giorni dell’abbandono affronta dunque, attraverso il ritmo serrato dei brevi capitoli, il disperato tentativo da parte della protagonista di salvaguardare la propria integrità fisica e sentimentale. Olga si modifica, cambia abitudini, teme – più di tutto – di non riuscire più a badare a se stessa, ai propri figli, al cane Otto che apparteneva a Mario. È stato amato, cresciuto da lui e ora viene scaricato, assieme alla famiglia, come un pacco vecchio senza più utilità. È una donna che teme di perdersi: non ha più l’amore – si è fatta abbandonare – e per questo ha orrore di se stessa. Lo squadernamento è in agguato: smette di truccarsi, esce di casa in pigiama, è vittima inconsapevole degli umori del proprio corpo. Le urgenze fisiche – la paura, la dimenticanze, gli impulsi intestinali – paiono avere la meglio sulla testa che sbanda, incede zoppicando, ha perduto la strada.

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La Ferrante è tra i finalisti al prestigioso Man Booker International Prize

Da scrittrice che era – ma la sua produzione letteraria risale a molte epoche fa – modifica il suo linguaggio, diviene volgare, sguaiata. La bocca rigurgita parole acide e mal accorpate che si scagliano ora contro l’impiegato della telefonia ora verso gli operai che aggiustano la serratura. Il marito stesso, in una delle rare visite, si vede aggredito da una foia animalesca che oscilla tra il tentativo di seduzione e il desiderio di vendetta.

Non si riconosce più: i gesti, gli oggetti stessi perdono di consistenza, si smarginano trasformandosi in antagonisti. I telefoni non funzionano, gli amici voltano le spalle, il lavoro personale (la scrittura) non è più sinonimo di creatività ma si fa sfogatoio privato di lunghissime lettere rivolte al marito, recriminazioni, inutili tentativi di rappacificazione. I figli, lo stesso cane, il vicino di casa Carrano, violoncellista enigmatico e schivo, seppur di buon cuore, partecipano come burattini inermi alla vorticosa descente aux enfers di Olga, ne sono i capri espiatori ma al contempo costituiscono la cifra inconsapevole di una possibile guarigione.

Se per Elena Ferrante il bisogno d’amore resta una delle «esperienze centrali dell’ esistenza di ciascuno» non sorprende come la perdita di tale sentimento s’accompagni ad una vertigine oscura, angosciosa, che viene raccontata nel romanzo attraverso le tinte annichilenti di un incubo ad occhi vegli. L’impulso amoroso è un motore. È l’azione che permette all’essere umano di agire sulla terra: muoversi, respirare, inventare. Deprivati dal proprio bene si è condannati ad errare privi di meta, accecati da sentimenti ostili e contrari, atti solo all’ottenebramento delle facoltà intellettive. L’uomo, abbandonato, sprofonda così nella palude del non-senso.

Simone De Bouvoir
Simone de Beauvoir

Ne La frantumaglia (2003) l’autrice associa la potenza dell’innamoramento alla figura di Didone. Nel IV libro dell’Eneide la costruzione di Cartagine si arresta quando la regina si innamora: un’azione terrena è presto sostituita dal sentimento amoroso che è, per sua stessa natura, edificazione stessa dell’agire umano. Ma quando Enea se ne va la regina si uccide e la città, da potenziale luogo d’«amore», muta il proprio indirizzo divenendo veicolatrice d’odio.
Olga, al contrario di Didone, reagisce all’abbandono rifiutando il deragliamento. Piegata da se stessa e dal peso del quotidiano, si impone una disciplina dolorosa e quasi militaresca. Resiste allo spavento rifiutando i panni della Femme rompue (la donna spezzata) alla Simone de Beauvoir. Si riabilita all’esistenza accettando il vuoto lasciato da Mario. Il percorso verso la risalita è complesso: l’incubo della Poverella, la donna annegata nel mare a seguito di un amore finito, risorge dal passato. Eppure Olga non ci sta: oppone all’immagine della donna-medusa – un’«alice salata» senza più lacrime – quella di una femminilità forte, mutevole, cosciente dei propri limiti. Il percorso è in pendenza, le pareti scoscese, spesso scivolose. Eppure, animata dalla sua stessa vitalità, non cede e s’aggrappa all’unico monito capace di tracciarle la via: «Lui è andato, tu resti».

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Ilaria Moretti

Ilaria Moretti

Italiana di nascita ma francese d’adozione, dopo una laurea in letteratura e un paio d’anni di dottorato approda all’Opéra de Lyon. Scrive, legge e nel tempo libero corre su e giù per la città fino ad avere il fiato corto.

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