La femmina nuda
di Elena Stancanelli

Il premio Strega è alle porte e la rosa dei 12 finalisti è annunciata. Elena Stancanelli è in lizza con La femmina nuda per la neonata casa editrice La nave di Teseo.

È la storia di una rottura. Anna e Davide non si amano più. Vivono una fase limbica di abbandono: lui ha delle amanti, donnette più o meno importanti. Lei lo scopre per caso, per un errore di lui che invece di riagganciare lascia la comunicazione aperta. Ascolta la confessione sboccata di lui, meccanico, a un collega d’officina: la voglia irrefrenabile di «farsele tutte», indistintamente. Tutte tranne una: Cane. Anna la chiama così perché è una ragazza, trentenne, che ha un cane di nome Cane. Niente di più banale. È cliente di Davide. La differenza con le altre, e con Anna in particolare, è che lui la ama «da impazzire».

Il libro si apre dunque sulla rottura che durerà fino alla fine. Perché Anna e Davide sono incapaci, pur facendosi del male, di mettere un punto alla loro storia d’amore. Una storia che si è logorata da tempo: «lui era aggressivo, io ero noiosa, bastava una parola, una frase, e si accendeva la rissa». Vivono insieme da cinque anni, lui se ne va ma poi ritorna. È un tira e molla strano, logorante. Poi Anna diviene una stalker, lo segue, conosce le password del suo cellulare, l’account di posta elettronica, il codice d’accesso a Facebook, l’applicazione della «pallina blu» che le permette, da casa, di reperire gli spostamenti del compagno grazie alla geolocalizzazione del suo Iphone.

Perfetti sconosciutiCosì inizia il trauma, la lenta discesa verso l’anoressia, la paranoia, l’insonnia e l’angoscia dei nuovi giorni. Valentina è l’amica a cui Anna racconta tutto in forma di lettera: le è stata vicina durante quell’anno che «non le ha insegnato niente» perché gli errori si fanno, la vita prosegue ma, ci spiega la protagonista, non si è immuni dalla sofferenza, soprattutto l’infelicità è nociva e stupida. Perché può ricapitare.

Il tunnel è fatto di pedinamenti, ossessioni tecnologiche da bulimici dell’iper-connessione. Gli ingredienti sono quelli della follia contemporanea da guardoni a tutti i costi: ci sono le foto che Cane manda a Davide, foto sconce, improponibili, di lei nuda. Più specificatamente sono le foto di quella parte lì, di un’intimità violata sbattuta on-line tramite la chat di Facebook. Uno modo per fare sexting, per messaggiare eccitando l’altro. Anche Anna si eccita, anche Anna prova passione per quel corpo – parte di corpo – depilato, perfetto, quasi che fosse solo lei, Cane, ad avercela così: bella e invitante.

La spirale dell’auto-umiliazione è contorta: appare come una gora di digiuni, lacrime e succhi di frutta al mirtillo. Sono i cracker sparsi per la casa come unico pasto quotidiano. Il ventre si svuota, la testa si riempie di nefandezze, gesti sconsiderati, perdita del controllo di sé, incontri a tu-per-tu con la rivale, Cane, che ha un negozio di vestiti vintage a Campo dei Fiori. Cane che pippa cocaina, che si fa foto pornografiche, ha tatuaggi, capelli nero corvino e una frangetta improbabile da pin-up anni Cinquanta.

You let our love dieÈ una storia di ordinaria miseria che, ci dice Anna, ci dice Stancanelli, non insegna nulla. Viene dunque da chiedersi perché. Quale è il senso di una simile operazione?
Il linguaggio è sboccato, crudo, ma non fa male, non sferza, non ha la violenza di altre storie d’abbandono e pentimento, non i contorni grigio-fumo delle donne spezzate, i disgusti della Ferrante, la periferia infelice e incolta di Alice Munro, la quiete meditativa di Annie Ernaux, la poesia gridata di Marina Cvetaeva. Perché raccontare la fine si può: è possibile fare letteratura attraverso l’abbandono, il dolore, la fame d’amore che diviene – per ossimoro – fame di morte.

Ma Stancanelli inciampa. Tenta l’operazione della nudità, della perdita di sé, chiama «femmina» la sua donna perduta, trasforma l’amante in una cagna, scende in basso: c’è il vomito, il trucco colato sulle guance, scazzottate liberatorie, maglie trasparenti che lasciano intravedere pezzi di carne, capezzoli. L’invidia della rivale monta sotto l’ossessivo refrain del cos’ha lei più di me? Ma fare della letteratura e trasformare l’esistenza del proprio personaggio in un motivo di racconto non è, semplicemente, raffigurare l’abisso quotidiano attraverso una terminologia da social network. Fare letteratura non è raccontare dall’esterno le ossessioni della protagonista, il concetto del perdersi e il lento (quasi nullo) tentativo di risalita. Perché la sensazione, malgrado l’intero romanzo sia una lunga lettera – un famigerato flusso di coscienza che non tralascia dettagli osceni – è quella di una superficialità che non scalfisce, che non comunica con il lettore, che non fa delle parole un mezzo di riflessione. L’abisso è descritto ma non raccontato, non è vissuto fino al fondo, galleggia mollemente sulla superficie oliata di una prosa che certo scorre ma che riporta alla mente certe sceneggiature da mélo tardo-adolescenziale, da letteratura rubata da internet confezionata per ragazzine infelici che amano sottolineare frasette da inserire sul diario o, visti i tempi, sul profilo Whatsapp.texting-mani

Persino l’uso della tecnologia appare posticcio. I nuovi social network, le applicazioni, l’umanità da tre telefoni (come Cane) ossessionata solo dai propri ghirigori emotivi appaiono come la squallida rappresentazione di un salotto televisivo di quart’ordine. Non ci sono sentimenti, non c’è compartecipazione effettiva tra personaggi: solo stati emotivi da bacheca Facebook, un blues lento e faticoso che trascina il lettore negli abissi di una patologia contemporanea che suscita pena. Non empatia, non desiderio di comprensione.

Non vogliamo essere Anna, non vogliamo essere Cane. E ammettendo pure che su questa terra esistano molte Anne e molti Cani, risparmiateceli, per favore. Che la letteratura torni ad essere letteratura, che i premi letterari ritornino al loro statuto di celebrazione della bella prosa: non noiose riproposizioni di starlette da copertina. Che persino la poesia, oggi, passa per essere una condizione “emotiva” da sbandierare tra i propri compagni virtuali e non nutrimento – necessità – del nostro essere uomini.

La femmina nuda è edito da La nave di Teseo

Italiana di nascita ma francese d’adozione, dopo una laurea in letteratura e un paio d’anni di dottorato approda all’Opéra de Lyon. Scrive, legge e nel tempo libero corre su e giù per la città fino ad avere il fiato corto.

  1. Non aggiungo altro a quanto già scritto: “Che la letteratura torni ad essere letteratura, che i premi letterari ritornino al loro statuto di celebrazione della bella prosa”.

  2. Se l’onda appare proficua non si può che cavalcarla, sicché era ovvio che dopo le “sfumature” sarebbero arrivati tratti più decisi: non ci resta che aspettare “Va dove ti porta la vagina”. Certo che fare tante storie per la fusione Mondazzoli per poi esibirsi con una storia siffatta… Ma Teseo non era molto affidabile, basta chiedere ad Arianna.

  3. Un’occasione persa, è vero. Peccato perché sull’ondata delle “sfumature” s’è persa anche tanta liricità tipica di una certa letteratura erotica: penso ad Anaïs Nin o a Catherine Millet. Per una casa editrice capitanata dal nostro Eco ci s’aspettava qualcosa di più. Ma la tristezza più grande, forse, è nello Strega. Tuttavia les jeux ne sont pas encore faits: stiamo a vedere.

    1. La storia c’è, le intenzioni pure. Lo stile è scarno – per scelta stilistica suppongo. Ci sono svariate immagini vivide, che riescono a raggiungere chi legge, ma moltissime altre che non riescono a farlo e rimangono lì, sulla carta, incapaci di muoversi. Molti passaggi sembrano obbligati, raccontati per dare mossa alla storia. Sarà forse che l’idea della lettera come tecnica letteraria a me non prende, ma diciamo che mi aspettavo di più. Non posso dire che sia una brutta storia, a tratti è angosciante certo, essendo un viaggio nell’ossessione di una donna lasciata per un’altra più cretina di lei. Il romanzo ha il pregio di raccontare il contemporaneo, di affrontare quello che è diventato il nostro quotidiano nei social (chi non vorrebbe frugare nei telefonini di altri, chi non manda foto e tresca sui social?), di narrare lo “spionaggio” on-line. Però ci sono alcune cose che non mi convincono: Anna comincia a scrivere la lettera a Valentina quando è ormai fuori dal regno dell’idiozia, ma nel racconto non è descritta, semmai solo accennata, la rinascita (ma forse non era nelle intenzioni dell’autrice) e inoltre non mi convince il fatto che lei e Cane siano uscite con Guido e Alessandro, mi sembra una trovata un po’ da commedia americana. Poco credibile insomma. Brava a descrivere l’ossessione, buona quella delle parti anatomiche di Cane, sempre efficaci e reali.
      Traendo le somme, è un romanzo dignitoso che però poteva ambire ad essere molto di più. La storia c’era. Mi ha lasciato un po’ senza niente, “appesa”, come si dice in Campania. Ci sono alcuni difettucci che lo fanno essere poco convincente: io, è vero, non sono riuscita ad entrare dentro Anna.

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