Noi adoratori di Borges

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In piazza Ponte Milvio, davanti al bar libreria Pallotta, lo scrittore argentino Alan Pauls presenta il suo libro Il fattore Borges. Con lui, malgrado abbia l’influenza, c’è Goffredo Fofi. L’incontro avviene in mezzo a gente che passa da tutti i lati, macchine, autobus, motorini, il suono dei clacson, donne e bambini a passeggio, uomini e cani, gente che va nella vicina trattoria, o che ne esce per fumare, oppure si dirige negli svariati locali del quartiere. E intanto noi, qui seduti, con l’impressione di stare al centro di tutto, cerchiamo di capire che cos’è Il fattore Borges.

Goffredo Fofi
Borges è un continente, è uno di quegli scrittori che continua a interrogarci, a provocarci, a cambiare le carte in tavola, a giocare con i lettori in una sorta di vertigine della scrittura e delle idee. E’ un autore che non ci racconta solo delle belle storie. Ci costringe a ragionare, forse questo è il suo pregio maggiore.
Con Borges la mia generazione ha avuto dei rapporti forti e conflittuali fin Il fattore Borgesdai primi anni Sessanta. In quegli anni io vivevo a Torino e correggevo bozze, facevo editing come si dice ora, per la Einaudi, che era una piccola casa editrice. Nel 1961 Borges pubblicò con Einaudi Ficciones ma con un titolo molto diverso che era La biblioteca di Babele.

Nel 1961 il libro vinse il Premio Formenton che era un premio dato da un gruppo di editori internazionali ed era una sorta di anti Nobel che ha premiato i maggiori scrittori di quel tempo: il primo anno Borges e Beckett ex aequo. Allora anche Beckett era quasi sconosciuto in Italia. Io, essendo figlio di genitori emigrati in Francia, ero corso a vedere Aspettando Godot in un teatrino con un’emozione straordinaria. FinzioniNel 1962 premiarono Uwe Johnson, un grandissimo scrittore tedesco di cui ancora non si riconosce la grandezza, e nel ’63 Gadda. Poi Nathalie Sarraute, forse la più grande degli scrittori dell’avanguardia francese di quegli anni, Saul Bellow e infine Witold Gombrowicz, polacco, che fu costretto dalla situazione bellica a emigrare in Argentina. Visse molti anni a Buenos Aires e ha scritto un libro bellissimo che si chiama Trans-Atlantico in cui c’è anche una sorta di parodia di Borges e del mondo culturale bonaerense.

Borges entrò di prepotenza nella storia delle nostre letture con i racconti di Finzioni. Non vinse il Nobel. Il Nobel lo hanno dato persino a Dario Fo, quindi non è un gran premio. Lo hanno dato a Giosuè Carducci, vi rendete conto? O a Salvatore Quasimodo… per fortuna l’hanno dato a Montale e a Pirandello. C’è un aneddoto che mi ha raccontato Esther Calvino, la vedova di Italo Calvino, che era molto amica di Borges e anche di Cortázar: un’argentina in esilio, traduttrice all’Unesco, che conosceva tutti. Mi ha raccontato che Borges aspettava di sapere – perché in fondo ci teneva – la notizia “a chi hanno dato il Nobel quest’anno”. Forse erano proprio a casa loro. Quando la notizia è arrivata e non l’avevano dato a lui, ha commentato: “Esta de no darme el Nobel es un antigua tradición escandinava”.

Incontro con Italo Calvino
Calvino e Borges

Una stupenda ironia. Questo libro a me è piaciuto tantissimo per il motivo fondamentale che mi ha aiutato a capire meglio Borges. E’ una funzione importante per un libro di critica perché quelli che fanno la critica troppo interna agli autori, alla fine si identificano, oppure rivaleggiano con l’autore. Non lo amano veramente. Chi ama veramente un autore tende a farlo capire e apprezzare da altri. Il fattore Borges va in questo senso: si capisce meglio Borges e si ama meglio Borges anche nelle sue contraddizioni che sono enormi e filosofiche. E’ ovvio che Borges non era e non è ancora un autore facile. Le contraddizioni, più che le contraddizioni le sue sfaccettature, sono analizzate da Alan splendidamente e questo è quello che rende il libro così bello.

Alan Pauls presenta "Il fattore Borges" a Ponte Milvio
Alan Pauls presenta “Il fattore Borges” a Ponte Milvio

Il grande discorso di Borges, se uno dovesse sintetizzarlo, è che la vita è un mistero, che la letteratura è una chiave insufficiente per capirla, ma è una chiave con cui ci si può interrogare e si può entrare dentro questo mistero. La scrittura diventa uno scavo, un percorso per arrivare a mettere in luce le contraddizioni della nostra esistenza. Borges è un filosofo che scrive e molti degli autori che gli piacevano erano del suo tipo, anche se poi si lasciava andare con un’emozione e un divertimento senza pari alla lettura di quegli scrittori che tranquillizzavano, nel senso che raccontavano veramente e non filosofavano, a una letteratura di pura narrazione come L’uomo che fu giovedì di Chesterton, L’isola del tesoro di Stevenson, L’uomo invisibile di H.G. Wells.

LAlephC’è un’altra cosa che intriga molto nel discorso che Alan fa di Borges ed è il rapporto di questo intellettuale ricco, borghese, austero, sotto certi aspetti anche un po’ dandy, che ama le storie trucide, le storie dei compadritos come si dice in Argentina, dei mafiosetti di quartiere, di quelli col coltello facile, le storie delle zuffe del sotto borgo della città, di una parte della città che normalmente i borghesi come Borges non frequentavano. Lui si rifà alla tradizione più antica dell’Argentina e di Buenos Aires, più che a quella degli immigrati italiani e spagnoli, i due gruppi forti che hanno cambiato la storia argentina. Lui si rifà ai gauchos e alle guerre d’indipendenza nazionale; aveva anche degli antenati in quella storia. Lui ne ha nostalgia e arriva a scrivere dei racconti come Emma Zunz (in L’Aleph) che in Italia sarebbe un racconto di camorra, una storia di sangue e vendette. Un’esperienza umana che a lui mancava essendo un borghese austero, forse sotto certi aspetti anche un po’ represso, con una madre imponente e una memoria famigliare ingombrante.

A quei tempi, parlo sempre degli anni Sessanta, in Italia ci fu una guerra tra quelli che erano per Roberto Arlt e quelli che erano per Borges. Io per Arlt ho un’affezione grandissima. Credo di essere stato io a farlo tradurre in italiano: prima Il giocattolo rabbioso, che ho portato a Umberto Eco che per fortuna lo lesse con entusiasmo e poi I sette pazzi e I lanciafiamme, il capolavoro di Arlt. Lui racconta un’altra Buenos Aires, non è il grande intellettuale, è quello che parte dal romanzo d’appendice, magari con un po’ di Dostoevskij, che scrive in modo trasandato, un giornalista, che però racconta Buenos Aires come Borges non riesce a fare, racconta la società reale, il popolo. Quindi c’erano quelli che erano per l’uno e quelli che erano per l’altro e poi trovammo una soluzione perché arrivò Julio Cortázar che era la via di mezzo che ci entusiasmò perché c’era una completezza della società, c’era anche un impegno maggiore. Lui era un po’ filo castrista, forse anche troppo, però era a cavallo tra una letteratura di tipo altamente letterario, che non sarebbe esistita senza Borges, e un’anima più popolare che gli veniva da Roberto Arlt.

Julio Cortazar

Vorrei citare un altro grande scrittore argentino di quegli anni, uno dei più grandi intellettuali oggi viventi che è Ricardo Piglia. Ha scritto cose ammirevoli sul fronte critico e sul fronte letterario, ha scritto dei romanzi, anche romanzi che vanno verso il poliziesco, bellissimi. Anche lui è figlio di queste due tradizioni. Tra l’altro ha scritto un bellissimo saggio su Gombrowicz a Buenos Aires, considerandolo come uno scrittore argentino, visto che il suo romanzo e i suoi scritti venivano elaborati in una specie di bar osteria, in cui si faceva aiutare un po’ da tutti per la lingua, le situazioni, per non dire sciocchezze su Buenos Aires e l’Argentina. Gombrowicz, che io amo tantissimo, è il grande cantore dell’immaturità umana, dell’impossibilità di crescere, il suo capolavoro Ferdydurke racconta il mondo come se fosse un primo liceo. E’ un mondo agghiacciante, pieno di quindicenni goffi che non sanno bene chi sono: ora ci stiamo arrivando.

Goffredo Fofi e Alan Pauls a Ponte MilvioPerò Gombrowicz venne considerato come uno scrittore di destra. Anche Borges veniva considerato di destra. Era contro Peron e quindi era di destra. Si dice che il Nobel non glielo dessero per questo motivo. Alla lunga ovviamente aveva ragione lui. Però in Francia, dove io in quel periodo vivevo, c’era un gruppo di intellettuali molto intelligenti, molto aristocratici, molto di destra, che facevano una rivista dedicata a un singolo autore e dedicarono un numero a Gombrowicz e uno a Borges. Io sono molto orgoglioso di comparire nel volume su Borges, nell’ultima riga, per una cosa che avevo scritto su Borges e il cinema.
Avevo scoperto alla Biblioteca Nazionale di Parigi una collezione incompleta di Sur e mi ero copiato, avendo un amore forsennato per il cinema, le recensioni di Borges. Io ho imparato a scrivere le mie recensioni cinematografiche, leggendo quelle di Borges. Perché Borges in una pagina di 2000, 2500 battute, riusciva a dire molto di più che Guido Aristarco, o Luigi Chiarini in tutti i loro volumi. Questa capacità di sintesi era meravigliosa.

Io vedo Borges come un grande scrittore barocco che ha più a che fare con la letteratura del Cinque, Seicento che con i suoi contemporanei dell’engagement (dell’impegno), con i vari Sartre, o anche con quelli grandissimi come Camus. Borges è uno scrittore barocco. Carlo Emilio Gadda, scrittore barocco come pochi altri, quando gli chiesero: “Cosa pensa del Neorealismo?” Rispose con una frase secca: “Barocco è il mondo e allo scrittore non resta che raccontarne la baroccaggine”.

Alan PaulsBorges, non solo ha scritto dei tanghi e delle milonghe, ma ha anche scritto delle sceneggiature cinematografiche per un mio amico che si chiama Hugo Santiago. L’Invasión era una bellissima sceneggiatura. Lui non si risparmiava queste incursioni nel popolare. La cosa che rimpiango di più leggendo questo libro è il Borges che parla. Alan Pauls dice che gli argentini si sono accostati a lui soprattutto attraverso la radio, attraverso le sue conversazioni. Prima era timidissimo poi alla fine, essendo mezzo cieco, quello diventava un modo di esprimersi. Mi piacerebbe molto che ci fossero dei dischi con la voce di Borges. Dei tanghi scritti da lui ci sono e io ce l’ho. Borges è barocco. Quel suo gusto della vertigine, dell’andare sempre più dentro fino a perdersi in tutte quelle cose che inquietano, ma costringono a ragionare e rendono più intelligenti. Il libro di Alan Pauls rende più intelligenti su tutte le questioni sollevate da Borges.

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Essendo la presentazione lunga e interessante, l’ho divisa in due parti. Prossimamente la seconda puntata in cui Alan Pauls racconta come e perché ha scritto Il fattore Borges.

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

  1. Articolo con foto stupendo! Goffredo Fofi è un grande, che ha vissuto da protagonista il mondo della critica letteraria e cinematografica dagli anni ’60 in avanti. Chissà come deve sentirsi in questo presente fatto di mediocri con grandi smanie di protagonismo… E’ bello che sia proprio uno come lui a raccontarci di Borges, un gigante della letteratura. La recensione di Tiziana è ottima, perché permette a coloro che non era presenti di vivere insieme a lei questo bel pomeriggio romano di arte, letteratura e amabili conversazioni… Attendo con ansia la seconda puntata!

  2. Be’ Vincenzo, mi fa piacere di aver ricreato un po’ l’amosfera di quella bella serata romana. Anche la seconda parte è interessante, ci sono tutte le domande… ci sto lavorando… 😉

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