Leopardi era un licantropo?

cronache-letterarie-io-venia-pien-dangoscia2Questa è la domanda che si pone il curioso libro di Michele Mari, Io venia pien d’angoscia a rimirarti. Chi indaga è il fratello Orazio, di tredici anni, mentre Tardegardo (si chiamava Tardegardo Giacomo) ne ha quattordici e Pilla, la sorella, dodici. Orazio adora il fratello, ma negli ultimi tempi ha notato in lui delle stranezze e quindi comincia a seguirlo e spiarlo.
Il giovane Tardegardo è un pozzo di scienza e s’interessa a tutto. Ha sempre la testa tra le nuvole, perso in pensieri lontani. “Un saccentuzzo imbrattacarta”, lo definisce la madre, anche se l’ingegno del giovane Conte è senza dubbio al di sopra dell’ordinario.

I tre fratelli passano il tempo nel palazzo di famiglia con tanto di galleria di quadri degli avi, biblioteca, scuderie e servitù. Orazio e Tardegardo sono tenuti a studiare per proprio conto, ma i loro studi sono controllati dai severi genitori. Tardegardo però esagera e sceglie anche materie non previste dal programma del padre, come l’astronomia.
Il libro è una specie di giallo. Vengono trovate delle pecore dal collo squarciato e si pensa a dei lupi: sì, ma allora perché non se le sono mangiate?

Cover_IoVenia.qxp:Cover CdF 14x21Al giovane Leopardi gli è venuto il pallino per la luna e legge e si documenta sull’astro. Racconta al fratello “che il primo uomo ch’arrestossi in contemplare la Luna segnò l’uscita dell’Umanità dallo stato animale” e che ella è insieme la dea della castità e dell’amore perché casta è la dea ma lascivi i furori ch’ella ispira ai mortali. Un altro suo pallino sono i lupi mannari: d’altro canto la licantropia è detta anche “mal di luna”.

Al fratello, Tardegardo racconta tante “cose illuminanti”: “Ascoltami Orazio, l’uomo è la sua propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola”. In pratica potrà addomesticarla. Se l’uomo trova un percorso per passare incolume dentro alla propria paura, poi ne avrà di meno, avrà trovato un suo cammino per affrontarla, un rito.

Oppure gli dice che “un Vero” quanto più è lungo, tanto più è bello; le verità difficilissime a cogliersi, una volta afferrate hanno una bellezza quasi divina. Alla fine dei lunghi collegamenti, risplendono la luce della comprensione e la bellezza.

Intanto però i fatti strani continuano e la notte prima del plenilunio una creatura sbrana un giovane garzone, nella tenuta del conte. E poi c’è quel misterioso avo, nella galleria di famiglia – che hanno tentato di nascondere dalle linee genealogiche – che era stato perseguitato dall’inquisizione perché licantropo.

michele-mari-io-venia-a-rimirarti-pien-dangosciaIl tutto è scritto con un linguaggio ottocentesco che rifà il verso a Leopardi, una lingua colta, ma comprensibile e godibile. D’altro canto anche l’autore, come Leopardi, sembra avere una grande erudizione: forse Leopardi è quello che lui vorrebbe essere, o magari quello che lui sente di essere.

“E’ il primo scritto di Mari che leggo. Mi resta l’idea (falsa e) latente di non avere ‘assaporato’ il vero scrittore, ma un suo eccellente esercizio di stile, di alto livello culturale, capillarmente documentato”, è il commento di un lettore, che pure ha molto apprezzato il libro, su Goodreads. Vorrei rispondergli che questo è il vero stile di Mari che scrive Dickens come Dickens (Roderick Duddle) e Leopardi come Leopardi: potremmo dire che è post moderno al massimo.

Che si tratti di un giallo, un inno alla luna, un compendio sui lupi mannari, Io venia pien d’angoscia a rimirarti è un libricino pieno di verità. Eccone una che anche a me, quando l’ho pensata, ha tolto il respiro: “E però ascolta ancor questo, mio dilettissimo Orazio. Ognuno trova ciò che vuol trovare e che digià conoscea, è questa la verità che poc’anzi risfolgorommi improvvista e che mi tolse il respiro”.

Chiuderei con la poesia di Tardegardo Alla luna, anche se in questo libro non l’ha ancora scritta:

O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, nè cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

  1. Bella recensione! Fa venir voglia di leggere questo libricino su licantropi, giovani nobili e cercatori del vero, nonché del bello….

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