The Young Pope, ovvero la grande bellezza invisibile agli occhi.

Hanno voluto un pontefice che non conoscono e se ne pentiranno.
Pio XIII

Si è conclusa il 18 novembre scorso, dopo 10 puntate con una media di ascolti di oltre 600.000 spettatori televisivi e quasi 1,5 milioni on demand, la serie Tv scritta da Paolo Sorrentino e prodotta da Sky, HBO, Canal+. Con un esordio i cui ascolti hanno travolto quello della più nota Gomorra (il primo episodio di The Young Pope è stato visto da 1.142.187 spettatori medi contro i 658.241 spettatori della prima puntata di Gomorra), la serie ha da subito generato grandi aspettative dichiarandosi come una grande sfida. Che secondo me ha vinto senza ombra di dubbio. Ma non senza lasciar vittime lungo la strada.

La storia. Lenny Belardo (l’affascinante Jude Law, in quella che ritengo la migliore interpretazione della sua carriera) è un cardinale americano di 47 anni eletto papa sotto la spinta del Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Angelo Voiello (un Silvio Orlando in grandissima forma anche quando recita in inglese). Scelto dalla Curia come Papa fantoccio, un bel volto con cui conquistare mediaticamente i fedeli, Pio XIII delude tutti, spiazzando per primi proprio i fedeli. Egli incarna, infatti, ogni tipo di contraddizione umana: è un orfano, eppure diventa padre della Chiesa, dovrebbe essere il tramite terreno della luce divina e invece decide di rimanere un’ombra, desidera una Chiesa rivoluzionaria, ma si comporta come il più intransigente dei conservatori, non crede in Dio, eppure riesce a compiere miracoli, indossa l’abito bianco, ma esso, oltre ad esaltare la sua bellezza e la profondità dei suoi occhi blu, simbolizza ben poca purezza, visto che molto spesso Lanny sembra più un demone che un dio.

Investito del più grande potere di visibilità concesso a un essere umano sulla Terra, Lenny, anziché mostrare la sua gratitudine offrendo il suo volto al marketing, nega a tutti la sua presenza. Il suo primo discorso a San Pietro è minaccioso, la sua figura una silhouette avvolta dalla quasi totale oscurità. Egli tradisce ogni aspettativa, è un Papa traditore che in più occasioni si mostra miscredente, ma invece di essere punito è lui che punisce i fedeli, portando avanti i dettami di una chiesa vecchia maniera. Prende così le distanze da un segretario di Stato concupiscente verso una Venere preistorica, dall’omosessualità dilagante, dalla pedofilia, da cardinali con figli segreti, dalle escort di lusso, dagli adulteri, ecc. E come ogni traditore, rinnegando qualcosa/qualcuno, in realtà lo riafferma in modo diverso. (vedi il trailer).

Evviva la Chiesa aperta e pronta alla tolleranza, ma “senza finestre, di cemento” per tornare ad essere desiderabile. Perché Dio non si può vedere, ma soprattutto non si può riprendere, non si può immortalare. Un dato di fatto che ci porta ad interrogarci: e l’uomo invece, davvero lo si può vedere? Lo si può riprendere, immortalare nella sua essenza?

Così il Papa non appare diverso da chiunque altro: il suo ruolo viene completamente demitizzato, dietro a sfumature dello stesso bianco ingombrante ed annullante insieme. Perché la Verità è sempre un’altra, mentre tentiamo di afferrarla ci sfugge e quando cerchiamo di comprenderla ci tradisce. Per vedere Dio non abbiamo altra alternativa che guardare in noi stessi, ma se cerchiamo Lui guardando in noi, le nostre contraddizioni affiorano, comprese quelle di vedere il divino dove si nasconde il diabolico. Senza percepirne differenza.

In questo viaggio tra l’intimistico, il contingente ed il trascendente, il giovane Papa è affiancato da un insieme di attori straordinari: oltre al già citato Silvio Orlando, il machiavellico Cardinale Voiello, Javier Cámara, che interpreta il Cardinale Gutierrez, il vero buono della serie, James Cromwell nei panni del Cardinale Michael Spencer, mentore di Belardo, la sempre impeccabile Diane Keaton, nei panni di Suor Mary, suora che ha cresciuto il Papa all’orfanotrofio, Cécile De France che interpreta Sofia, la responsabile del marketing del Vaticano, infine Esther, fervente cattolica che frequenta una delle guardie svizzere, interpretata da Ludivine Sagnier. Cast stellare per una operazione commerciale mai tentata prima in Italia, in cui gli investimenti per The Young Pope, per l’80% provenienti dalla produzione estera, sono stati usati per far fruttare al massimo i vantaggi alla madrepatria del regista. Operazione riuscita sia in termini di costi che, più in generale, di diffusione di cultura popolare italiana (un approfondimento a parte, in questo senso meriterebbe la scelta della colonna sonora dell’intera serie).

Insomma una sfida accattivante, una battaglia vinta, una guerra dai risvolti ancora tutti da esplorare. E che ci lascia davanti ad una riflessione. Con una sequenza che dal dettaglio passa a un campo sempre più largo, la serie termina affermando anche visivamente la centralità dell’uomo, data dalla consapevolezza della sua marginalità. Se sotto la maschera di Pio XIII c’è l’uomo, che sotto la maschera dell’uomo, forse, ci sia Dio?

Semiologa del testo multimediale, Project manager e Consulente di marketing strategico. Insegna per passione, scrive per dedizione, progetta per desiderio.

  1. “The Young Pope” è sicuramente una scommessa vinta dal lato del marketing e del commercio. Per quanto riguarda l’aspetto artistico e dei contenuti penso che la migliore cosa è guardarsi l’imitazione che Crozza fa di Sorrentino, che a sua volta fa l’imitazione (quotidiana) del regista rivoluzionario e geniale (Fellini). Riguardo l’ultima domanda dell’entusiastico commento a cotanto capolavoro (“che sotto la maschera dell’uomo, forse, ci sia Dio?”) penso di avere una risposta più che certa: “no”. Accontentiamoci di dire che Jude Law è un gran bel figo e mettere un tale figo nei panni non solo di un prete (ricordate la miniserie “Uccelli di Rovo”?), ma addirittura in quelli di un Papa è stata una trovata commerciale geniale.

    1. Indubbiamente Jude Law è un bell’uomo, e indubbiamente scrivere una serie sulla figura del Papa rappresenta una trovata di marketing e comunicazione, che fa molto gioco al nostro Paese. Cosa che ho scritto nel mio articolo. Ridurre però la serie ad un solo successo commerciale personalmente ritengo sia riduttivo. Non credo di aver scritto di essere di fronte ad un capolavoro, ma riconosco un grande valore artistico ed estetico al lavoro di Sorrentino in questa prova. Divergiamo anche sull’opinione che il suo talento sia solo imitativo. Ammiro il lavoro del regista sebbene non abbia apprezzato allo stesso modo tutti i suoi film.

      1. Si, le nostre opinioni divergono un bel po’… L’unica cosa che mi piace di Sorrentino è l’imitazione che ne fa Crozza. Naturalmente, però, ritengo le sue opinioni altrettanto valide e rispettabili delle mie.

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