Where vision gets built
Qualcosa sui Lehman

Era il 15 settembre del 2008 quando la Lehman Brothers Holding Inc. dichiarò di volersi avvalere del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense: il codice bancarotta. Fu un fallimento clamoroso che innescò la crisi economica che ancora oggi attanaglia l’Occidente. Un effetto domino che mise in luce le contraddizioni e la fragilità del capitalismo rapace e cinico. Perché la Lehman Brothers non era una banca qualsiasi. Era la banca d’affari per antonomasia. La banca che aveva contribuito più di ogni altra alla nascita e all’affermazione del capitalismo made in USA. Per intenderci, quella che fece scuola nell’inventare nuovi modelli di business che oggi si danno per scontati: dagli investimenti spregiudicati in ogni settore, al finanziamento dei primi film hollywoodiani (ad es. Via col vento), dai prestiti a rate per l’acquisto degli elettrodomestici, ai famigerati mutui sub prime. Lehman Brothers contribuì alla creazione del mercato azionario di Wall Street insieme a altri colossi come Rotschild e Goldman Sachs.
Qualcosa sui Lehman è un testo che ripercorre la storia della Lehman Brothers dalla fondazione al crack. L’autore è Stefano Massini, il drammaturgo italiano attualmente più acclamato e rappresentato al mondo. 

Il testo di Massini è difficile da definire. Non è un romanzo ma non è un testo teatrale in senso stretto. Come scrive Luca Ronconi nella prefazione all’edizione Einaudi del 2013 (col titolo Lehman Trilogy), la drammaturgia non si occupa di cronaca, è più uno spazio di analisi. Tuttavia ciò che colpì Ronconi è la natura dichiaratamente ibrida dell’opera: sistema complesso, dove la letteratura scorre limitrofa al teatro, la narrazione perde i propri confini per sfociare nel dialogo e poi riprendere, non in forma di romanzo ma di saggio. Letteratura e teatro si contaminano. Ma quel che caratterizza Qualcosa sui Lehman è il ritmo serrato da ballata. Ciò che convinse Ronconi a farne il suo ultimo spettacolo teatrale di grande successo.

La torre dei Lehman a New York non è più il posto “dove si creano i nuovi orizzonti” come recitava lo slogan che lampeggiava intorno alla base del grattacielo.

L’intento di Massini non era scrivere un’opera storica, né di esprimere un giudizio di valore sul capitalismo. La storia dei Lehman è il classico sogno americano. Inizia nel 1847 con lo sbarco sul molo 4 del porto di New York di uno smarrito Henry Lehman. Sono centosessant’anni di storia del capitalismo in cui possiamo ritrovare quei modelli e quelle icone culturali che hanno formato e influenzato la vita della maggior parte di noi, dai blue-jeans al caffè, dai computer al cinema, dagli acquisti a rate del boom economico, alla smaterializzazione delle merci e del denaro.
Henry Lehman è il figlio maggiore di un mercante di bestiame di Rimpar, Bavaria, Germania. Famiglia ebrea ashkenazita, osservante, ortodossa. Dopo lo sbarco a New York, su consiglio di un rabbino newyorchese il giovane Henry va in cerca di fortuna a Montgomery, Alabama, profondo sud, schiavismo e cotone. Qui apre una merceria. Capisce subito da che parte tira il vento. Per prima cosa importa la famosa tela di Genova e commercia blue-jeans, stoffe di ogni genere, filati e bottoni. Lavora, lavora, lavora. A malapena chiude per lo Shabbat ma la domenica è aperto perché gli altri non lavorano.

Nel giro di tre anni il suo business fiorisce così bene che da Rimpar, Bavaria, Germania lo raggiunge prima il fratello Emanuel, capelli neri come la pece, baffi da prussiano, carattere focoso, poi, neanche un mese dopo, il terzo dei fratelli: Mayer detto Bulbe, patata. E a questo punto l’insegna del negozio cambia: da Lehman diventa Lehman Brothers.
I tre fratelli sono complementari: Henry è la testa, Emanuel il braccio e Mayer chiamato patata… beh, lui è il mediatore. Henry decide che non basta più vendere stoffe e abiti. D’ora in poi i Lehman Brothers venderanno anche semi e attrezzi per le piantagioni.

Il primo salto di qualità arriva con le disgrazie altrui: i campi di cotone vanno in fiamme, tutto il raccolto è perduto. L’affare è d’oro: i Lehman Brothers potranno vendere sementi, attrezzi e carri nuovi ai padroni delle piantagioni. Ma senza cotone questi come pagheranno i Lehman Brothers? Qui Mayer da patata si fa genio: ci pagheranno con un terzo del nuovo raccolto e saremo noi a vendere il cotone grezzo direttamente alle industrie del Nord.
Da qui ad avere l’esclusiva nell’acquisto di tutto il cotone grezzo è un gioco da ragazzi. Ed è ancora lui, Mayer Bulbe che dà il nome alla nuova, promettente professione che i tre hanno inventato. Ecco cosa siamo noi Lehman Brothers: mediatori.
La febbre gialla si porterà via Henry ma l’insegna del negozio è sempre Lehman Brothers. Tutto il cotone del Sud ormai passa nelle loro mani. Dall’Alabama alla Florida, dal South Carolina a New Orleans. Il vero mercato però non sta dove ci sono i campi bensì laddove il cotone si trasforma in montagne di banconote: New York. A capirlo stavolta è Emanuel braccio focoso. Sono trascorsi 15 anni da quando Henry – HaShem l’abbia in gloria – aprì il negozio a Montgomery, Alabama, e ora viene inaugurata l’apertura della prima filiale dei Lehman Brothers a New York: la Lehman Brothers Cotton from Montgomery, Alabama.

Settembre 2008, dopo la bancarotta spariscono le insegne della Lehaman Brothers, sostituite da quelle della banca britannica Barclays.

Così Emanuel dirà addio all’Alabama mentre Mayer continuerà a reggere le sorti della sede madre dal profondo sud. Emanuel è scaltro. Resta sempre un braccio più che una mente, un impulsivo, ma inizia a tessere relazioni con le famiglie che contano – tutte ebree – che occupano i primi posti nel nuovo mercato e nella sinagoga: Rothschild, Sachs, Blumenthal, Singer. Con loro fonderà la Borsa del Cotone.

Neppure la Guerra Civile fermerà l’ascesa dei Lehman. Mayer al Sud, Emanuel al Nord sapranno sfangarla nonostante la guerra cancellerà il mercato del cotone. Ma i due seguiranno strade diverse. Mayer specula sì con le forniture di vestiario all’esercito, ma aiuta orfani e vedove. Emanuel specula e basta fornendo armi all’esercito nordista, anche se è già proiettato oltre la fine del conflitto: basta cotone, il nuovo business è il caffè. Al termine della guerra Mayer si proporrà al governatore dell’Alabama per gestire i soldi pubblici per la ricostruzione. È talmente convincente da riuscire nell’intento: fidatevi di me. Fidatevi dei Lehman Brothers. E così, sotto l’insegna Lehaman Brothers comparirà per la prima volta la fatidica parolina: Bank. Bank for Alabama. Voi affidateci i vostri capitali. Penseremo noi a farli fruttare.

Esportare caffè fa guadagnare, certo, ma non fa arricchire, sostiene Emanuel Lehman. Lui vuole scoprire nuove fonti di business e vuole farlo prima di ogni altro. Oltre al caffè per cui tutta New York e il vecchio mondo impazziscono, ora c’è l’industria. C’è l’America intera da riempire di capannoni, stabilimenti tessili, siderurgici, meccanici chimici, farmaceutici, distillerie, ferrerie. Il braccio focoso di Emanuel ha capito ancora una volta in anticipo dove il vento porta l’odore dei soldi. Propone all’Ispettore capo dell’Unione Industriali di stare nel mezzo: io vi fornisco le materie prime e se volete posso costruirvi pure le fabbriche. Ma Emanuel non ha il talento della comunicazione. Ci vuole Bulbe. Così Emanuel ritorna dopo anni a Montgomery, Alabama per convincere il fratello a trasferirsi a New York. Non come impresa: come banca. Ma serve un terzo per decidere se lasciare l’Alabama o no. La decisione è affidata al figlio di Henry il fondatore. Che dice sì con un cenno del capo, va bene, tutti a New York. La svolta dei Lehman Brothers è fatta.

‘Lehman Thrilogy’, tratto dal libro di Stefano Massini, è stata l’ultimo spettacolo messo in scena da Luca Ronconi.

La vera svolta porta il nome di Philip, figlio di Emanuel. Nato a New York. Nel suo sangue non scorre più alcuna goccia della Germania, né dell’Alabama. Puro USA. Lehman Brothers ha investito nella costruzione delle ferrovie, nel petrolio, nel gas. Ma ora le contrattazioni non si fanno più nella Borsa del Cotone, il ferro non si vende più nella Borsa del Ferro. Hanno costruito un’unica Borsa, la chiamano Stock Exchange. Letteralmente significa scambio di materie prime. Però c’è un piccolo particolare: nel nuovo tempio del commercio non ci sono materie prime. Quello che conta è il valore non l’oggetto. Realtà smaterializzata. Incomprensibile per Mayer Lehman, incomprensibile per Emanuel Lehman. Invece, a “the golden Philip” piace Wall Street.

Con lui la musica cambia e si realizza la definitiva perdita delle radici della famiglia Lehman. Spregiudicato, maniaco dei calcoli, cinico, non esita a passare sui cadaveri dei parenti. Tanto da dare il benservito al padre e allo zio. Nel 1906 crea un’alleanza esplosiva con Goldman Sachs per sferrare l’attacco decisivo al sistema e diventare la banca numero uno.

Una banca moderna per un’America al passo coi tempi.
Una banca di tutti per un benessere diffuso.
Una banca di oggi per finanziare il tuo domani.
Una banca coraggiosa pronta a ogni sfida.

Sono gli slogan che “the golden Philip” fa scrivere a caratteri cubitali su striscioni di 20 m, sui treni e sui battelli. Non vi sembrano gli stessi slogan di oggi?
Il ragazzo ha scoperto l’efficacia persuasiva della pubblicità.
Non mancarono figure dissidenti all’interno della famiglia. Herbert, ad esempio, considerava Wall Street un covo di serpenti. Sigmund non resistette a lungo al cinismo necessario per sopravvivere nell’alta finanza e alla figura dominante del fratello Philip: finì per abbandonare tutto, insieme alla moglie.
L’alleanza con Goldman Sachs durerà vent’anni. Philip lascerà la guida nel 1925 a favore del figlio Robert che la condusse fuori dalle acque melmose della crisi del 1929, dedicandosi soprattutto alle attività di venture capital. Robert morì nel 1969 lasciando la società in acque tutt’altro che buone e da allora non ci fu più nessun membro della famiglia Lehman alla guida della Lehman Brothers. Declino della famiglia, declino dell’impresa. Il resto è storia recente.

Pubblicato da

Roberto Concu

Roberto Concu

Poeta, a volte narratore, folle lettore. Web specialist, monaco zen della scuola Soto, permacultore appena può coltiva la passione per la terra.

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