Il punto cieco di Javier Cercas

Quando lo hanno invitato a tenere una serie di conferenze di Letteratura Comparata all’Università di Oxford, Javier Cercas ha temuto che fosse uno scherzo e si è ricordato di quanto gli aveva raccontato il suo editor spagnolo Miguel Aguilar.
“Da giovane Miguel giocava a rugby e, un giorno, uno dei suoi compagni di squadra ricevette la notizia che era stato convocato dalla Nazionale spagnola. Il compagno di Miguel non era un gran giocatore, in realtà era un giocatore fra i tanti, se non uno dei peggiori della squadra, però, superato il primo momento di perplessità, entrò in uno stato di euforia, sentì che finalmente veniva riconosciuto il suo talento di rugbista e trascorse un fine settimana meraviglioso, godendosi quel riconoscimento inatteso; finché il lunedì gli comunicarono la cattiva notizia: non era stato convocato dalla Nazionale, il convocato era un altro, si era verificato uno spiacevole errore”.

Quando Cercas è stato chiamato a tenere delle conferenze che prima di lui erano state affidate a George Steiner, Vargas Llosa e Umberto Eco, ha temuto lo scherzo o l’errore, ma si è preparato come se fosse vero. 


Il punto cieco
è il bellissimo libro che ne è risultato, in cui Cercas riflette sulla scrittura, i suoi meccanismi e i suoi segreti. Molti sono gli argomenti trattati, come la non fiction novel iniziata da Truman Capote e proseguita dai tanti – Cercas incluso – che provano “questo prurito di fedeltà al reale”. Oppure tratta di quando gli scrittori fanno i critici e c’è sempre il sospetto che si facciano pubblicità, o che non parlino di ciò che realmente hanno scritto ma di quello che immaginano di aver fatto, o che vorrebbero aver fatto. Dice che oggi qualunque scrittore, che gli piaccia o meno, si sente come un venditore ambulante, visto che passa una buona parte del tempo a concedere interviste, partecipare a presentazioni e a discussioni sulla sua opera. Certo, non si può parlare di un libro mentre lo si sta scrivendo, come sosteneva Hemingway (vedi Il principio dell’iceberg), ma una volta pubblicato è diverso, a quel punto il suo proprietario diventa il lettore, oltre che lo scrittore.

Sono d’accordo con Cercas (e Auden): dopo che il libro è stato pubblicato lo scrittore inizia un dibattito con se stesso sulla propria opera. Ma forse, è meglio che questo dibattito resti privato. Qui si aprirebbe una riflessione interessante sul fatto che oggi ogni autore è sovraesposto, ma il tema centrale del libro è un altro, è Il punto cieco.

Il punto cieco di cui parla Cercas è un enigma su cui si regge il romanzo, una domanda alla quale non c’è risposta, che però dà senso al romanzo e lo mette in contatto col lettore.
Perché Bartleby, lo scrivano di Melville, quando il suo capo gli chiede di svolgere certi compiti risponde “preferirei di no”?
Eppure è un uomo tranquillo e remissivo. Allora, perché lo fa?

“Il punto cieco è una crepa, un minuscolo punto di fuga di significato che è allo stesso tempo la fonte principale di significato”.
Questo rende il romanzo enigmatico e ci spinge a interrogarci.
Il lettore è invitato a entrarci e a dare una sua risposta anche se alla fine il quesito resta sospeso e irrisolvibile. Quando leggiamo il Don Chisciotte ci chiediamo se fosse pazzo o meno. Invece la domanda in Moby Dick è: la balena incarna il bene o il male?
Leggendo Lo straniero di Camus la domanda inevitabile è: perché lo uccide? Il suo gesto non ha senso, sembra non avere nessuna spiegazione. Il dubbio mina il romanzo e ne assicura la longevità perché questi libri continuano a interrogarci.

“Il romanzo è il genere delle domande e non quello delle risposte”, o almeno lo sono i romanzi del punto cieco che piacciono a Cercas. E’ attraverso il punto cieco che questi romanzi vedono, è proprio attraverso quell’oscurità che illuminano.

D’accordo, ma vorrei chiedere a Cercas: che ne facciamo degli altri romanzi, quelli che non hanno questo punto cieco, questo mistero al centro, come Guerra e pace, La Certosa di Parma, Madame Bovary, I miserabili, David Copperfield, Le illusioni perdute e così via? Li consideriamo di serie B, o non sono romanzi?
Secondo me il problema non è tanto che ci sia un’unica domanda al centro del romanzo, quanto che la narrativa, la finzione, è per sua natura polisemica e ambigua. Sono tante le domande che ci vengono poste persino dalla narrazione più realistica. Ogni romanzo va interpretato ed esistono tanti romanzi diversi quanti sono i lettori. Anche quelli apparentemente più “definiti” contengono un’ambiguità e uno spazio in cui il lettore può infilarsi per creare il mondo che l’autore ha evocato.
E soprattutto non credo che “quanto più ambigua è un’opera, meglio è”. Esagerare in ambiguità e indeterminatezza, certo permette che il lettore ci metta del suo, ma può essere stancante. Penso a certe opere di Murakami in cui questo meccanismo viene spinto al limite estremo e non sai più di che si sta parlando, che storia è quella e se davvero è una storia.

Nella sua critica al postmoderno, David Foster Wallace parla dello scetticismo congenito che ha colpito la nostra cultura e gli scrittori, del sarcasmo, il cinismo, la diffidenza nei confronti di qualunque autorità e ideologia, dell’incapacità di scrivere delle vecchie certezze e delle verità del cuore, della onnipresente e corrosiva ironia… e io concordo con lui perché in tutta questa “aperta” ambiguità il rischio è di non dire più niente.

E torniamo all’aneddoto del rugbista che mi pare calzi a pennello per lo scrittore. Più che mai bistrattato nel mare del web, dove si dice tutto e il contrario di tutto, lo scrittore fa fatica a riconoscere chi è e confrontarsi con il reale. Anche perché spesso la telefonata non arriva, ma intanto hanno già chiamato un altro giocatore.

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Per approfondire vedi anche:
l’intervista fatta a Javier Cercas da Bruno Arpaia che è anche il suo traduttore.

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

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