Svegliare i leoni
di Ayelet Gundar-Goshen

Svegliare i leoni. Quali leoni?
Con un titolo enigmatico, l’autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen ci propone il suo secondo romanzo, tradotto in Italia da La Giuntina.
Ayelet in ebraico significa gazzella. E come una gazzella questa giovane scrittrice si muove con una scrittura, ora elegante ora travolgente, ora sognante ora spietatamente realista.
Il romanzo d’esordio di Ayelet Gundar-Goshen dal titolo sempre efficace, Una notte soltanto Markowitch, si rifaceva ai canoni classici della letteratura ebraica sia nel soggetto che nel tono della scrittura. Storie di coloni dal cuore tenero ma capaci di gesti eroici e amori passionali, raccontati con la leggerezza ironica, a tratti onirica tipica di certa narrazione ebraica di ispirazione chassidica.
In maniera inattesa, la scrittrice in Svegliare i leoni rovescia la prospettiva e il linguaggio e racconta una storia reale ambientata in una città periferica e polverosa di Israele…

Beer Sheva, svelando via via una realtà che non immaginavi, animata anche lì da emigrazione e delinquenza, corruzione e divisioni sociali. Il tutto narrato con una scrittura diretta, anche cruda, che non concede nulla al sognante ma mette a nudo l’ambiguità, uno dei tratti caratteristici delle relazioni umane attuali (vedi L’ambiguità di Simona Argentieri). Soprattutto ridona al romanzo una dimensione morale, per non dire una funzione critica.

Eitan Green è un neurochirurgo dell’ospedale di Beer Sheva, cittadina del sud di Israele, la più grande del deserto del Negev. Eitan Green è un uomo dai saldi valori morali, onesto e conscio della posizione sociale che ricopre. Su “consiglio” della moglie Liat, commissario di polizia, ha preferito autoesiliarsi nel “deserto”, piuttosto che affrontare la battaglia contro la corruzione del suo capo, maestro e mentore. Una notte, anziché rientrare a casa dopo il turno di lavoro, decide di sfogare la propria frustrazione lanciandosi a tutta velocità nel deserto col fuoristrada. Sembra un gioco innocuo ma…

Lungo la traiettoria del fuoristrada corre il caso, o il destino, o come lo si voglia chiamare, che ha il volto di un uomo, un uomo di colore che si confonde con l’oscurità della notte, un migrante, un eritreo. Un tonfo sordo. Il dottor Green si ferma, scende dal fuoristrada, ultimo grido. Una ferita mortale. Se foste voi a investire un migrante cosa fareste?
Preso dal panico l’integerrimo dottor Green dà la sua risposta. In fondo, l’uomo potrebbe cavarsela, qualcun altro potrebbe soccorrerlo e comunque sarà sicuramente uno di quei migranti clandestini che dall’Africa, attraverso l’Egitto e il deserto, stanno invadendo Israele. Legittimo quindi rifugiarsi dietro la porta blindata e le quattro mura sicure (!) della propria villetta di lusso.

La sua fuga incrina da subito la sua vita e la sua coscienza. Incrinatura che, pagina dopo pagina, diverrà spaccatura, voragine e infine buco nero. Forse, se l’episodio dell’investimento si fosse chiuso semplicemente con la fuga del dottor Green, le cose sarebbero andate diversamente. Ma il tocco di Ayelet Gundar-Goshen è magico. E introduce un primo colpo di scena.
La mattina dopo l’incidente è Sirkit, la moglie del povero eritreo investito mortalmente a bussare alla porta di casa di un sempre più frastornato Eitan Green. Come abbia fatto la donna a sapere che è stato lui a travolgere il marito, come abbia fatto a risalire all’indirizzo di casa son dettagli che lascio alla scoperta del lettore.

Il fatto è che Sirkit è una donna bellissima e coraggiosa. O meglio, sin da ragazzina la vita le ha insegnato a cavarsela da sola e che, qualunque cosa le accada – compreso un marito violento – niente e nessuno può privarla della sua dignità. Lei ordina al dottore di recarsi a una certa ora della notte in un certo posto e il dottor Green obbedisce, cede a quello che crede un ricatto e si reca sul posto col denaro. Ma Sirkit non vuole denaro, non lo ricatta in senso stretto. Tutto ciò che vuole è che lui metta la sua arte di medico a disposizione della sua gente, di tutti quegli eritrei che non possono permettersi di curare neppure una ferita della carne.

Inizia così per Eitan Green un viaggio nella notte, notte dopo notte, in territori geografici e interiori di cui non sospettava neppure l’esistenza. E tra lui e Sirkit nasce un rapporto ambiguo, fatto di repulsione e attrazione. Lei è bellissima, affascinante ma se Eitan l’incontrasse per strada non la degnerebbe di uno sguardo. E non è solo il colore della pelle a renderli inavvicinabili. Lo sanno bene entrambi. Dunque nell’animo umano ci sono ancora condizionamenti così forti che neppure l’amore riesce a annientare?

Intanto, notte dopo notte, crolla definitivamente l’impalcatura personale e sociale che Eitan e la moglie avevano costruito attorno e dentro di loro. Eitan entra nel vortice di Sirkit e del mondo underground dell’emigrazione. Inventa bugie sempre più strutturate, sempre più strampalate per nascondere le sue assenze notturne da casa e dall’ospedale. Trascura la moglie – che nel frattempo ha iniziato a indagare sull’omicidio dell’eritreo – e i figli. Preso per mano da Sirkit scopre un Eitan Green diverso dall’immagine che si era costruita sino ad allora. Scopre un uomo capace, nel bene e nel male, di sentimenti, azioni e omissioni inconcepibili.
Più s’addentra nell’ombra, più tutto attorno a lui va in frantumi. Ogni sicurezza si rivela fragile e ingannevole. Chi siamo veramente? Fino a che punto conosciamo la persona che abbiamo accanto e pensiamo di amare ricambiati? Quanto è complicato il labirinto dell’animo umano e delle relazioni?
Ayelet Gundar-Goshen non cessa di porci domande, suscitare dubbi.

La dimensione personale della storia è inscindibile da quella storica, sociale. L’intreccio delle vicende personali porta alla luce, su più livelli, le crudeli contraddizioni di una società come quella israeliana. La denuncia della condizione in cui versano i migranti è chiara e forte come il sole del deserto che hanno attraversato per arrivare nel ricco, promettente Israele. Ridotti, come spesso da noi, a svolgere i lavori più umili, a vivere in alloggi di fortuna, a dormire ammassati sul pavimento di una roulotte senza un minimo di intimità, trovano slanci di dignità umana coltivando ostinatamente un roseto, come fa Sirkit, oppure rinfocolano antichi odi tra poveri. Eritrei contro beduini che qui fanno la parte dei cattivi, dedicandosi al traffico di droga e prevaricando i loro simili.

Quest’autrice non si limita a risvegliare i leoni personali e collettivi. Non le basta far emergere le false certezze morali, né denunciare le contraddizioni di una società – quella israeliana – che s’ispira al modello culturale occidentale. Ayelet Gundar-Goshen è audace, osa e arriva in maniera intelligente a rimettere in discussione il fondamento stesso dello Stato israeliano. Attacca uno dei pilastri culturali su cui questo è stato creato. Come?

Ce lo rivela un episodio in apparenza secondario nell’economia della storia. A pag. 82, il dottor Green è di ritorno a casa dopo la prima notte in cui Sirkit l’ha costretto a curare una schiera anonima di eritrei. Dentro di sé rievoca il ricordo di quando andò in visita ad Auschwitz con la scuola, durante l’ultimo anno di liceo. Lui e i compagni di scuola erano stati radunati nel cortile principale del campo. La guida spiegava, qui c’erano le guardie, qui le docce, le camere a gas. Al che uno degli alunni aveva alzato la mano e chiesto: “Ma perché non cercavano di scappare?”. La guida rispose che era impossibile. Ma l’alunno aveva insistito: “C’erano più prigionieri che guardie. E comunque non avevano nulla da perdere”. La guida perse la pazienza. Chi non aveva mai provato quella paura non poteva giudicare, disse, e soprattutto che non cominciassero con la storia delle pecore al macello.

Una volta in albergo il compagno di scuola riprese l’argomento: “Io non lo capisco. Perché non hanno tentato di ribellarsi? Si sono comportati da finocchi”.
Eitan Green richiama questo episodio dell’ultimo anno di liceo perché non capisce a sua volta come gli eritrei possano accettare passivamente una condizione così miserevole e servile.
Il parallelismo che l’autrice qui propone tra ebrei e migranti eritrei è coraggioso. Anzitutto perché porta la narrazione su un piano universale al punto da sconfinare nella Storia e nel Mito. In secondo luogo perché denuncia la falsità di uno dei Miti su cui lo Stato di Israele è stato fondato e che può spiegare molti aspetti dell’attuale stato di conflitto nei territori occupati.

Qui chiamo in causa, non un romanziere ma un politico israeliano, figlio di due fondatori dello Stato israeliano: Avraham Burg. Per anni membro del Knesset, figlio del fondatore del partito religioso nazionale, il Mafdal, Avraham Burg ha scritto un libro pubblicato nel 2007 (in Italia nel 2008 per Neri Pozza) dal titolo Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico.

L’uscita di questo libro ha suscitato dolore e polemiche, tanto che Burg è stato accusato di essere un antisionista. Questo perché in maniera diretta e alla luce della memoria dei suoi genitori, dimostra come lo Stato di Israele abbia perduto lo spirito universalistico e culturale dei padri fondatori. Dice apertamente che l’Israele di oggi è uno stato militare, basato sulla forza e razzista. Razzista anche nei confronti di quegli ebrei che sopravvissero ai campi di sterminio al punto che molti furono costretti ad andare via persino da Israele, la terra in cui pensavano di aver trovato pace e protezione. La loro colpa era di essersi lasciati deportare e sterminare come pecore al macello. Di non essersi ribellati. Ecco il nesso col romanzo di Ayelet Gundar-Goshen.

Avraham Burg racconta nel suo libro come scoprì l’amara verità e cioè che il modello cui si ispirava e si ispira lo Stato di Israele non è quello delle pecore al macello, ma di quei pochi che tentarono la rivolta nel ghetto di Varsavia. Loro sono gli eroi che incarnano il vero spirito dello Stato di Israele. Come se le vittime della Shoa fossero compensate dalla resistenza eroica, come se gli israeliani di oggi, moderni maccabei, fossero la naturale, storica prosecuzione di quella resistenza. Lascio a voi trarre le conseguenze da una tale prospettiva.

Pubblicato a febbraio, Svegliare i leoni è già alla terza edizione italiana. Comunque vada a finire e sebbene si arrivi a un certo punto della storia con la sensazione che l’autrice fosse indecisa su quale direzione farle prendere, nulla cambia del valore e della portata letteraria del testo. Finalmente un romanzo che riscopre la dimensione etica e critica della letteratura.
Chiudo con una domanda: Ayelet, Ayelet, il prossimo romanzo sarà un’altra bella e scomoda sorpresa? Io credo che comunque riuscirà ancora una volta a stupire noi lettori e a farsi amare…

Pubblicato da

Roberto Concu

Roberto Concu

Poeta, a volte narratore, folle lettore. Web specialist, monaco zen della scuola Soto, permacultore appena può coltiva la passione per la terra.

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