L’eredità di Edmund De Waal

Si può dire di conoscere veramente sé stessi senza conoscere la storia della propria famiglia?
Edmund De Waal ha dato una involontaria risposta scrivendo due splendidi libri che si muovono a passo leggero sul confine fra memoir, saggio storico e manuale di storia delle arti minori. Il métissage di generi, spesso forzato e fonte di confusione nel lettore, appare nel suo caso, naturale trasposizione di un flusso di co(no)scienza di sé e della sua famiglia. Non è un caso che abbia visto la luce prima Un’eredità di avorio e ambra, incentrato proprio sulle vicissitudini della sua famiglia di origine attraverso la storia di una collezione, e poi La strada bianca che racconta in parallelo il percorso biografico-professionale di De Waal e la nascita della porcellana in Oriente e in Europa. Di memoria in memoria, di generazione in generazione nasce la consapevolezza sulle sue pagine.

Edmund De Waal è l’erede della famiglia di banchieri ebrei di origini russe von Ephrussi, passati dal monopolio del grano a Odessa, ai fasti di Parigi e Vienna. Una vera e propria dinastia, la cui storia affascinante diventa significativa testimonianza di due secoli di trasformazioni del Vecchio Continente quando De Waal ne ripercorre le ramificazioni, seguendo il percorso di un’eredità particolare: una collezione di netsuke giapponesi. I netsuke erano delle piccole sculture in legno o avorio che fungevano da fermo per legare alla cintura del kimono una scatola-contenitore. Piccoli capolavori di artigianato, furono oggetto di un collezionismo sfrenato verso la metà dell’Ottocento, quando esplose in Europa la mania del japonisme che ispirò fra gli altri gli Impressionisti e Van Gogh.

Edmund De Waal, artista ceramista di fama internazionale, nato e cresciuto in Gran Bretagna, si ritrova nel 1994 a ereditare dall’amato zio Iggie Un’eredità di avorio e ambra, ovvero una collezione di 264 netsuke. Ed è allora che arriva la prima consapevolezza: Possedere questo netsuke, averne ereditato un’intera collezione significa che mi è stata affidata una responsabilità nei loro confronti e nei confronti delle persone che li hanno posseduti prima di me. De Waal è un ceramista, dunque sa che il valore fisico degli oggetti nasce anche dalla bellezza dei gesti che li hanno creati, così come dal significato che essi hanno per chi li ha posseduti. Ha una vaga conoscenza della storia della dinastia mitteleuropea da cui discende, ma non vuole farsi risucchiare dalla loro epopea. Vuole sapere da dove arrivano e quali vie hanno percorso i suoi netsuke. Così si mette a studiare, va in biblioteca, acquista libri, raccoglie le carte di famiglia, fa la valigia e segue le tappe storiche della collezione palazzo per palazzo, ricostruendo atmosfere e disposizione dei mobili, incappando quasi per caso nel magico punto di contatto fra quotidianità e Storia.

Prima nella Parigi inaspettatamente antisemita di Proust, dove Charles Ephrussi, critico d’arte, magnate e collezionista (forse modello per lo Swann proustiano) acquistò in blocco la sua raccolta di netsuke. Per esporli nel suo Hôtel Ephrussi comprò anche un’apposita vetrina, con uno specchio sul fondo per poterli ammirare a tutto tondo. E con quella vetrina i netsuke arrivarono a Vienna, nel 1899, dono di nozze per il cugino Viktor von Ephrussi, banchiere appena sposatosi con la bellissima e brillante Emmy Schey von Koromla. Un dono insolito, che non trova spazio negli ambienti imponenti, tutti marmo e oro, del Palais Ephrussi sulla Ringstrasse. I netsuke finiscono relegati così in uno spazio intimo, privato: lo spogliatoio di Emmy, la stanza dove passava più tempo, dove salutava i suoi figli, ai quali era permesso di giocare con le piccole sculture giapponesi.

Dalla Vienna dell’età d’oro, quella di Franz Joseph e della Secessione, dei ricordi d’infanzia della nonna e dello zio di De Waal, si arriva alle ristrettezze della Prima Guerra Mondiale, al peso della sconfitta e della fine dell’Impero, ai rancori antisemiti. Gli Ephrussi si ritrovano quasi sul lastrico, eppure mentre i figli emigrano Viktor e Emmy restano a Vienna fino al dramma dell’Anschluss. I nazisti e i loro simpatizzanti austriaci entrano nel Palais e lo saccheggiano, fanno razzia delle opere d’arte, Viktor è costretto a firmare la rinuncia al Palais. Dopo aver riparato nello chalet di famiglia in Svizzera, dove Emmy muore, Viktor emigra in Inghilterra insieme ad Elisabeth, la nonna di De Waal, mentre zio Iggie, trasferitosi negli Stati Uniti, si arruola e torna in Europa passando per lo sbarco in Normandia. E i netsuke?

Si salvano miracolosamente e passano in eredità a Iggie, che nel frattempo ha lasciato gli Stati Uniti per il Giappone, dove trascorrerà il resto della sua vita e dove i netsuke passeranno nelle mani di De Waal, chiudendo il cerchio. De Waal è bravissimo nel ricreare l’atmosfera di un luogo e di un’epoca, condividendo con il lettore interrogativi e curiosità, trasmettendo l’entusiasmo per una scoperta inattesa. La scrittura è sincera e curata, colta e scorrevole, piena di rispetto e affezione.

Non è, fra l’altro, solo una questione di oggetti che hanno una storia. Le storie stesse sono in qualche modo cose concrete. Questa epifania, giunta alla fine di un emozionante percorso di riscoperta delle proprie radici, sembra condurre naturalmente De Waal a un secondo viaggio, in un certo modo ancora più intimo e personale: quello che segue La strada bianca, una ricerca quasi mistica dell’oro bianco, la porcellana.
Il segreto custodito a Jingdezhen, in Cina, dove la ricetta per la perfetta composizione di caolino e petunzè è stata messa a punto, è quello di un equilibrio di materiali e cottura che ha affascinato i primi europei che hanno messo piede in Cina, da Marco Polo a padre d’Entrecolles, gesuita missionario che con le sue lettere a metà Settecento svelò la magia. De Waal si muove proprio in compagnia di questi scritti, ripercorre i passi del gesuita e la concomitante “ossessione per il bianco” scoppiata in Europa. Il gusto per l’esotico e la sfida a trovare la formula giusta in Occidente e l’approccio protoindustriale delle manifatture cinesi al servizio dell’imperatore. Oggi la diamo per scontata, ma produrre porcellana di qualità, sottile e resistente, leggera e quasi trasparente, di foggia elegante e ben decorata, è un rompicapo di cui l’Occidente è venuto a capo da pochi secoli.

Dalla Cina De Waal torna in Europa, seguendo le orme di Ehrenfried Walther von Tschirnhaus, matematico e filosofo naturalista. Fu lui che Augusto II di Polonia, che aveva contratto il “virus ceramicus”, affiancò a un vero e proprio alchimista, Johann Friedrich Böttger, che si diceva avesse trasformato il piombo in oro e che visse gran parte della sua vita da recluso, costretto a tentare di replicare la trasformazione.

Dalla pietra filosofale alla porcellana, in fondo, a fine Seicento il passo era breve. Fu l’autocratica volontà di Augusto, unita alla sapienza e cocciutaggine dei due scienziati/alchimisti, a dare vita a quella che sarebbe diventata la più importante manifattura ceramica europea, quella di Meissen, sopravvissuta a tutto tranne che alla Seconda Guerra Mondiale. De Waal si appassiona alla loro ricerca come a quella di William Cookworthy, che scoprì in Cornovaglia i materiali perfetti per fare la porcellana, salvo mancare della vena artistica e del piglio affaristico necessari a battere il più sagace Josiah Wedgwood. Del resto anche De Waal nella sua carriera, di cui ripercorre i passi parallelamente a quelli di questi pionieri, è passato attraverso fasi di transizione: da artigiano ad artista, dai vasi alle installazioni.

Le sue pagine sono ricche di risonanze, e ne creano di nuove con il lettore, perché non si resta mai indifferenti di fronte alla passione altrui. Il racconto di una ricerca è dopotutto sempre un romanzo di formazione per il protagonista, l’autore e il lettore.
Ci sono anche momenti drammatici, come il racconto del funzionamento della fabbrica di porcellana nazista di Allach, impiantata vicino Monaco di Baviera usando la forza lavoro fornita da Dachau.
Non era facile rendere appassionanti le arti minori, ma De Waal ci riesce in pieno, proprio perché le trasforma in qualcosa di personale e coinvolgente, come la vita piene di false partenze e scoperte impreviste, a volte toccanti, altre entusiasmanti. Lasciarsi accompagnare dal suo passo pacato è insomma un piacere altamente consigliato, così come approfondire il suo lavoro d’artista, colto e intrigante.

Pubblicato da

Marzia Flamini

Marzia Flamini

Prima di approdare alla Minerva Auctions, sono stata assistente in una galleria d'arte a Via Margutta, guida turistica e stageur fra musei, case d’asta e la rivista ArteeCritica. Vivo circondata dai libri, vado al cinema più spesso di quanto sia consigliabile e viaggio appena posso.

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