Al posto tuo. 2a parte
Così web e robot ci stanno rubando il lavoro

Al posto tuo, il libro che Riccardo Staglianò ha presentato alla biblioteca Moby Dick, parla di come le macchine sostituiscono giornalisti, medici e professori universitari, ovvero del rapporto diretto fra innovazione tecnologica e disoccupazione. Un problema spesso così angosciante che si preferisce non vederlo, aspettare che passi la crisi e che tutto torni come prima. Ma stavolta non sarà così. Questa è la 2a parte, se volete leggere la 1a cliccate qui.

Com’è possibile che colossi come Facebook e Google che non vendono nulla e ti offrono tutto a titolo gratuito, poi hanno delle capitalizzazioni di borsa enormi? Siamo noi che in qualche modo stiamo fornendo loro questa ricchezza?

Riccardo Staglianò
Non c’è dubbio che siamo noi che alimentiamo il mostro. Google serve perché mette ordine nel caos della rete. Ogni informazione che esiste su internet è stata creata da qualche essere umano. Google è molto utile perché ti consente di cercare qualsiasi informazione, ma senza queste informazioni create da milioni di esseri umani non servirebbe a niente. Google è bravissimo nell’estrarre da questo caos informativo da noi creato, del denaro. Moltissimo denaro.

Le prime aziende al mondo capitalizzate in borsa sono tutte aziende tecnologiche. Facebook senza i nostri gatti e i compleanni dei nostri figli, sarebbe una piazza vuota. Come possiamo far sì che noi che lavoriamo per Facebook e Google possiamo partecipare un po’ alla ricchezza che loro estraggono dal nostro lavoro? Non è una domanda banale.
Qualcuno ha detto: obblighiamo Facebook a condividere con noi il valore della pubblicità che loro intascano. Il problema è che avendo 1,7 miliardi di utenti, quello che ogni utente produce sono una ventina di dollari all’anno. Anche se facessimo a metà – e dubito che Facebook sarebbe così generoso – incasseremmo una decina di dollari all’anno. Per Google ognuno di noi vale di più ma siamo sempre su una quindicina di dollari all’anno. Quindi dire “voglio la mia parte” è suggestivo ma poi la mia parte non è niente.
Allora come ne usciamo, come pretendiamo il dovuto? L’unica maniera che mi viene in mente è la ridistribuzione della ricchezza in maniera più giusta. Mazzetti ha ricordato un momento piuttosto cupo che è la crisi che poi ha dato il via al Terzo Reich. Ci sono delle agghiaccianti somiglianze fra quel periodo e adesso. Guardate il documentario di Robert Reich, che era il ministro del lavoro sotto Clinton e adesso insegna a Berkeley, si intitola Inequality for All, cioè “disuguaglianza per tutti”. Lui mostra un grafico (vedi qui sotto) per cui la disuguaglianza economica negli Stati Uniti è stata a livelli così alti solo un’altra volta: nel 1928. Perciò sarebbe il caso di intervenire prima che accadano tutte quelle brutte cose. Si tratta di un livello di diseguaglianza insostenibile per cui a un certo punto la gente scende in strada.

Se Apple è capace di trarre dalla propria azienda tanta ricchezza è anche perché va in Irlanda dove paga lo 0,05 per cento di tasse. Fa un accordo con lo Stato Irlandese che in cambio di investimenti gli azzera le tasse. Certo Apple fa dei bei prodotti però non sono contento che mentre io pago le tasse per comprare i loro prodotti, loro non le pagano, o ne pagano una percentuale così irrisoria. Perché con le tasse si fanno tante cose buone, si pensa a un welfare più generoso e si fanno cose che indirettamente aumentano il reddito delle persone che hanno perso il lavoro perché sostituite dalle macchine. Se lo Stato prende i soldi da chi ne guadagna quantità pazzesche come Google, Amazon, Apple ci fa gli asili pubblici e le cliniche per gli anziani che non costano niente, mentre quelle private costano tantissimo. Sono tutte forme di sostegno del reddito: se una persona ha dei servizi gratis è come se guadagnasse di più. Premetto che non ho niente contro la creazione di ricchezza, va benissimo, ma io la metà del mio stipendio lo pago di tasse. Ne sono anche orgoglioso, perciò non capisco perché Apple faccia un accordo con lo stato per cui il 98 per cento delle tasse gli sono condonate. Questo è così grave che sono meravigliato che tutti i politici italiani non siano con gli occhi fuori dalle orbite per reclamare e non dicano a Apple: “Ci devi restituire 13 miliardi di euro perché questa è concorrenza sleale”. Non parlo solo di tutte le forze di sinistra, sempre che ce ne siano in circolazione, ma anche di qualsiasi forza politica normale.

Quando l’ex Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è andato in gita alla Silicon Valley, non molto tempo fa, dopo l’esito infausto del referendum, ha incontrato alcune di queste persone. Ha incontrato Brian Chesky, che è uno dei due fondatori di AirBnB, e ha raccontato l’incontro con dei post entusiastici sul suo blog: un personaggio straordinario. Quello che forse Matteo Renzi non sapeva è che nel 2014 Airbnb in Francia ha pagato tasse per 84 mila euro. Il settore alberghiero, che è quello che Airbnb sta prendendo a picconate, ha pagato tasse per 3,5 miliardi di euro. Pagare 84 mila miliardi di tasse è come non pagarle. Allora io mi aspettavo che Renzi gli dicesse: “Brian, sei un fenomeno, però paga ‘ste tasse, come faccio io e come fanno tutte le persone oneste”. Non solo, Renzi ha anche incontrato persone come il chief financial di Apple, che è un italiano brillantissimo che si chiama Luca Mestri. Dal post che ha scritto e che tutti potete leggere sul suo blog, si evince che subisce una fascinazione pazzesca ma non gli è venuto in mente di dire: “Mi spieghi perché pagate così poche tasse? Siete così bravi a organizzare tutti questi schemi elusivi per cui non pagate niente?”.

La differenza fra gli imprenditori di una volta e quelli di adesso è che quando Henry Ford nel 1954 andò a visitare la fabbrica più automatizzata dell’epoca, il sindacalista dell’epoca, il Landini della situazione, gli disse: “Attento che se le fabbriche te le fanno le macchine, tu non avrai più gli operai che comprano”. Per quante Ferrari possano comprare i miliardari, non saranno mai quante le utilitarie che poteva comprare il ceto medio in via d’estinzione.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: “Questa è la storia dell’umanità, le macchine sostituiscono gli uomini, però dopo un primo periodo stanno tutti meglio. Troveremo il modo di vivere con mestieri che ora noi non siamo neanche in grado di immaginare. Ci sono dei mestieri oggi che non esistevano cinque, o dieci anni fa. Ad esempio i social media editor, quelli che vengono qui, fanno una foto, la mettono su Twitter, taggano Moby Dick e fanno girare quello che ci siamo detti stasera (NdR io praticamente…). Io li conosco ma devo dirvi sinceramente che non è che se la passino molto bene. Si può obiettare che io non sono in grado di immaginarmi i lavori che ci saranno fra dieci anni. Ma volete sapere qual è la percentuale di americani che lavora in aziende nate dopo il 2000, quindi tutte quelle di cui parliamo ossessivamente come AirBnb, Uber, Instagram e così via, alla fine del 2016? E’ lo 0,5 per cento.
Bastano poche persone per produrre una quantità di ricchezza pazzesca. Uber da sola ha una capitalizzazione in borsa di 70 milioni di dollari, 68 per l’esattezza. E’ un’azienda che non ha macchine e non ha dipendenti: Uber è un’infrastruttura di software.

Esistono degli studi che dicono che da qui al 2020, i posti di lavoro persi nel mondo occidentale saranno cinque milioni. McKinsey, che è una grande agenzia di consulenza, ha fatto il conto da qui al 2025 e dice che ci saranno meno 7 milioni di posti di lavoro nell’Occidente industrializzato. Il capo economista della Banca d’Inghilterra, che si chiama Andrew Haldane, ha fatto un calcolo di meno 15 milioni di persone. Ci sono tantissime previsioni e tutte hanno un segno meno davanti. Nessuno prevede che il numero dei posti di lavoro aumenti.

Ma quali sono le soluzioni?
Staglianò
sostiene che mentre prima quelli che perdevano il lavoro nel breve periodo, poi trovavano un posto diverso e quindi la loro condizione migliorava, stavolta è diverso e crede che la loro condizione non migliorerà. Cosa si può fare per aiutare la gente del ceto medio? Bisogna che le tasse funzionino molto meglio di adesso e che le paghino anche quelli che non le pagano. Con quello che si recupera dalle tasse si possono fare tante cose, si può fare educazione permanente. Con questa formazione permanente le persone si reinventano, facendo qualcosa di nuovo.

Giovanni Mazzetti (vedi prima parte del post) fa la proposta di una drastica riduzione dell’orario di lavoro. E’ d’accordo con lui Domenico De Masi che si è occupato della scomparsa del lavoro in un recente saggio intitolato Lavorare gratis, lavorare tutti. De Masi sostiene che gli altri paesi, il lavoro lo hanno già ridotto: ad esempio in Germania si lavorano 1400 ore all’anno contro le 1800 italiane. Se anche noi adottassimo l’orario tedesco non avremmo un disoccupato. Gli esseri umani stanno realizzando il sogno di produrre sempre più beni con sempre meno sforzo. Non siamo che all’inizio di questo processo. In futuro potremmo lavorare gratis e lavorare tutti. Un dato inquietante è che oggi otto persone hanno la ricchezza di metà umanità. Questa, dice De Masi, è la morte del capitalismo.

 

Pubblicato da

Tiziana Zita

Tiziana Zita

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di fiction per la tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

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