Sorella, mio unico amore
La pastorale americana di Joyce Carol Oates

Sorella, mio unico amore. Joyce Carol OatesIl 25 dicembre 1996 JonBenét Ramsey, reginetta di bellezza di sei anni, figlia di una facoltosa famiglia originaria della Georgia, venne trovata morta nella cantina di casa a Boulder (Colorado), sollevando un caso giudiziario e mediatico senza precedenti.
Gravi leggerezze nella fase preliminare delle indagini, nonché le carenze del locale apparato investigativo, impedirono di giungere all’individuazione di un colpevole: nonostante l’autoconfessione di J.M.Karr – con precedenti per violenza sessuale a danno di minori, mai suffragata da riscontri probatori e ritenuta frutto di mitomania – e i pesanti sospetti che continuarono a gravare sui genitori, la vicenda rimase un cold case. A questo fatto di cronaca si ispira uno dei libri più feroci, lucidi, innovativi sul piano delle scelte stilistiche e narratologiche degli ultimi vent’anni, gioiello nascosto che credo meriti di essere (ri)consegnato alla necessaria attenzione: Sorella, mio unico amore di Joyce Carol Oates: 1938, National Book Award nel 1970, docente all’Università di Princeton e membro dell’American Academy of Arts and Letters.

Siamo nell’opulenta, pettegola, ultra-cattolica Fair Hills del tollerante New Yersey democratico, in un intreccio di stili architettonici (normanno, falso-coloniale, classico-contemporaneo, spagnolo, baronale francese) il cui elenco sembra ricordare la grottesca Brianza gaddiana della Cognizione ed è secondo solo a quello degli psicofarmaci che genitori e figli condividono: Soothix, Efexor, Dumix, Upixil, Oxycodone. Memorabile la scena dell’amichetto di Skyler, il fratello della bambina uccisa, che si autodiagnostica una “depressione prematura acuta” e gioca con colorate varietà di psicotropici quasi fossero biglie dai nomi fiabeschi.

Fra country/polo/golf/squash club più o meno esclusivi, rutilanti palestre, stuoli di strapagati nutrizionisti, dermatologi, psicoterapeuti, personal trainer, sciamani della moda, estetisti (per genitrici e figlie) – agguerriti e ambiti sacerdoti del corpo che officiano giudiziosamente i riti di una provincia americana timorosa delle rughe e dei chili in eccesso quanto del giudizio di un Dio che pure prega – si consuma l’ascesa sociale della famiglia Rampike, impegnata in una lotta senza scrupoli per affrancarsi da una inappagante medietà borghese.
Bix Rampike, “maschio alfa alto apparentemente goffo/vivace e competitivo”, ex-cadetto dell’Accademia militare Black Mountain, apprezzato atleta all’Università, reaganiano, manager emergente, ottimista, vitalista, razzista, potrebbe riempire con la sua saggezza a buon mercato “un grand canyon di biscottini cinesi” anche se è incapace di tradurre esattamente il detto Homo homini lupus, che cita spesso e adatta alle diverse situazioni. Alla fine è il tipico “ragazzone americano che si toglie il pane di bocca per te e ti assesta un pugno allo stomaco se gli insulti la moglie, i figli, la bandiera, il suo superiore, il suo Dio” e tanto ricorda Levov “lo svedese” della Pastorale americana di Roth.

Sua moglie Betsey, di origini modeste, bella sempre e comunque, “solo” bella, dominata da un’ambizione sfrenata e immorale che, dopo aver parlato direttamente con Gesù (Dawn, la moglie di Pastorale, è cattolica osservante ed ex-miss New Yersey…), pervasa da una fede egoistica e visionaria troverà nella giovanissima figlia Edna Louise, lo strumento inerme ed innocente per il suo riscatto sociale, lanciandola come precoce, talentuosa pattinatrice sul ghiaccio nel roboante mondo-carosello-baraccone delle manifestazioni pseudosportive per adolescenti. Questo dopo che il fratellino Skyler aveva amaramente deluso le sue attese: il primo tentativo di far pattinare il piccolo è una delle sequenze più intense del romanzo.

JonBenét Ramsey
JonBenét Ramsey

Infine loro, i due figli dei Rampike, straordinarie figure di ragazzi che rimarranno, ne sono convinto, “incredibilmente vicino” al cuore del lettore, si impongono come caratteri umani e letterari unici nel variegato panorama dei giovanissimi che la letteratura contemporanea e postmoderna ci ha consegnato: Edna Louise, la cui unica colpa è di essere radiosa come i suoi immensi occhi cobalto e in grado di disegnare, a soli quattro anni, traiettorie sicure sul ghiaccio senza mai poterne trovare una nella brevissima vita: la sua mente non trattiene nulla ma chiede sempre il perché di tutto a tutti, balbettando (proprio come Merry, la figlia dello “svedese”) struggenti invocazioni di aiuto che sono richieste di amore e normalità.
Alla fine consegnerà il suo nome e la sua anima ad una bambola (“Sai, Skyler, questa è Edna Louise”) per divenire Bliss, campionessa vitaminizzata ai limiti del lecito di una interminabile serie di gare e bambola lei stessa, truccatissima vittima sacrificale dell’ambizione materna, offerta al voyeurismo insaziabile di pubblico e media nei suoi scintillanti, indecenti completi bianchi di tulle arricciato, raso e paillettes rosa fragola, seta plissettata, chiffon e lustrini.

E poi c’è Skyler, “personaggio” timido, introverso, avido come e più della sorella di un’attenzione esclusiva da parte dei genitori, che non può vantare la prestanza di un corpo vincente e che rimarrà claudicante dopo che il padre lo sottopone ad un assiduo corso intensivo di ginnastica che lo dovrebbe trasformare in un “vero Rampyke”. A loro non interessa minimamente la spiccata intelligenza della sua mente critica e curiosa che gli consente di citare (nel ruolo di voce narrante del romanzo) Beckett e Velasquez, Renoir e Whistler, Goya di “umore allegro” (!!) e Otto Dix per descrivere persone ed ambienti, e ancora Lucrezio, Nietzsche, Lacan e Dürer. Conoscenze cui si affiancheranno, tragicamente, quelle delle venti personali psicopatologie, classificate in rassicuranti, esplosive sigle (DDA, SCA, DCDA, DPS, PMP) che gli verranno diagnosticate quando, dopo l’omicidio di Bliss – nessuno viene escluso dai sospetti – e la conseguente deflagrazione della famiglia. Il padre coronerà la sua carriera divenendo direttore di una multinazionale della ricerca, la madre gestirà in modo spregiudicato e cinico l’immagine della figlia dopo la morte, mentre per Skyler, potenziale border line dalla nascita, inizia la discesa agli inferi dei riformatori psichiatrici e degli istituti che, a suon di dollari, fanno finta di nulla.

Originalissima la tecnica narrativa attraverso cui si esprime questa denuncia spietata di un’America che insegue, drogata e incurante, un successo senza scrupoli né pudore.

Appartiene a Edna Louise (Bliss-Hyde non esiste più…) il cadavere legato e ritrovato nel locale caldaia di casa Rampike. Di fatto, Sorella, mio unico amore (pubblicato da Mondadori) è il referto-confessione scritto da Skyler a “nove anni, dieci mesi e sedici giorni” dall’omicidio della sorella (avvenuto il 29 gennaio 1997), quando il protagonista, all’età di 19 anni, avverte la necessità “terapeutica”, ma anche legata ad una circostanza che, ovviamente, non svelo, di ricostruire i fatti intercorsi tra il 1994 e la tragica circostanza. L’intuizione geniale della scrittrice è di attribuire al narratore tutte le incertezze, i ripensamenti, i vuoti di memoria dovuti non solo alla sua giovane età al tempo degli eventi – tra i 6 e i 10 anni – ma anche alle precarie condizioni psicofisiche dello Skyler diciannovenne determinate, fra l’altro, dal fatto che, pur essendo rimasto il caso irrisolto (come nella realtà storica della vicenda Ramsey), il sospetto di omicidio – gelosia/attrazione nei confronti della sorella? complesso edipico inibito per le mancate premure della madre? – lo aveva direttamente coinvolto. E qui dobbiamo fermarci, dato che l’autrice di I grado scioglierà l’intera vicenda con un colpo di scena.

JonBenét e suo fratello Burke Ramsey
JonBenét e suo fratello Burke Ramsey

Una ardita struttura narrativa, articolata in un testo di I livello ed un intrigante metatesto affidato alle note. In questo sorprendente intreccio, Skyler narratore alterna la I persona alla III, spesso giustapponendole (“Sempre che non mi sbagliassi, perché Skyler si sbagliava di frequente”). Nelle note “vive” Skyler (“Ehi, lassù. Skyler è quaggiù. Per tanto tempo ho dimorato nelle note a piè di pagina”) e spesso ammette la sua inaffidabilità di narratore, dovuta al rimosso per la terribile esperienza vissuta a nove anni, oltre che all’uso di psicofarmaci. Perciò Skyler mette costantemente in dubbio, prende le distanze, addirittura sconfessa quanto scritto nel testo principale e interagisce con se stesso e con gli altri personaggi che sta scrivendo: “Fuori da questa pagina” grida al padre dalla nota in un momento per lui particolarmente doloroso da rievocare.

Solo nell’epilogo la scrittura si salderà in un testo organico e unitario: segno che Skyler sta uscendo dalla bipolarità schizofrenica della sua tormentata personalità tradotta dalla Oates in una irrequieta bipolarità stilistico-espressiva?
La copertina, insopportabile e kitsch nel suo squillante rosa confetto e con quell’inquietante volto che, si badi, non è di una bambola ma di una adolescente in carne e ossa, è perfetta, assolutamente aderente ad un romanzo eccessivo e, a tratti, sgradevole. Chi si stupirà di vedervelo fra le mani o sotto il braccio, ignora che state leggendo un piccolo capolavoro.

ooooo

Nota della redazione

Casting JonBenet è un bellissimo documentario, realizzato quest’anno da Netflix sul caso. Attori, vicini di casa, concittadini vengono provinati per le parti dei protagonisti. I diversi attori provinati per lo stesso ruolo, discutono su come interpretare la scena, analizzano i comportamenti in base alle loro esperienze personali e dicono la loro su chi ritengono colpevole. I principali indiziati sono i tre membri della famiglia presenti in casa. Patsy e John Ramsey, madre e padre, e il fratello Burke. La reginetta di bellezza è stata colpita alla testa e strangolata. Il suo corpo, con fratture e segni di molestie sessuali, viene trovato avvolto da una copertina bianca, in cantina. Tra le cause ipotizzate per l’omicidio c’è il fatto che JonBenet, a sei anni, facesse ancora la pipì a letto, cosa che faceva infuriare la madre. Questo è il trailer.

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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