Non tutto ciò che accade a Las Vegas, resta a Las Vegas

Il wifi dell’aereo è ancora una novità per me. Controllare WhatsApp sorvolando l’Atlantico, dopo che per anni ti hanno chiesto di spegnere il telefono prima del decollo per una precauzione al limite del paranoico, rientra tra quelle cose che un “non nativo digitale” fa con una sorta di micro-entusiasmo. Leggo un messaggio del mio amico Mario, uno che scrive poco, anzi quasi mai: “State bene? Ho visto quello che è successo a Las Vegas”. 

E siccome sugli aerei adesso c’è anche la Tv, vado sulle notizie live. Scopro che qualcuno, da una finestra del Mandala Bay, ha sparato sulla gente.
I morti sono già una ventina (alla fine saranno 59, contando il killer) ed io e quella che da poco è diventata mia moglie avremmo potuto esseri li. 

Ci sono posti che appena arrivi ti sembra di esserci già stato, per quante volte li hai visti nei film o in televisione. Las Vegas, nonostante venga celebrata abbastanza regolarmente in ogni forma di produzione mediatica, non è uno di questi. O almeno non lo è stato per me. Insomma, dal vivo, questa scintillante oasi nel deserto del Nevada mi è sembrata diversa. 

Se dicessi di esserne stato deluso, sarebbe inesatto, perché in effetti è stata una delle tappe più importanti della mia vita. Ma se a New York il fumo che esce dai tombini ti fa pensare: “ma allora è tutto vero!”, nulla a Las Vegas ti porta a pensare una cosa del genere.
Perché è
tutto finto. Anche l’aria cambia odore a seconda di come gli hotel hanno deciso di profumare i marciapiedi davanti al loro ingresso.

Le gondole del Venetian fanno quasi tenerezza, così come i turisti che decidono di salirci, ma è il Canal Grande pieno di boutique al suo interno che svela il grande gioco. Un cielo sempre azzurro è pitturato sul tetto. Lì non fa mai notte. Una città costruita sull’illusione, che, però, ti regala la fotografia più intima dell’America e non solo.

Qui la gente viene a vivere il proprio sogno e lo fa senza pudore. Accetta le regole del gioco e abbassa le difese. 

Tutto era iniziato dall’intuizione di un gangster ebreo di nome Bugsy. Proprio quando la Seconda Guerra Mondiale stava per finire, Mister Siegel convinse le famiglie della “Commissione”, la cupola della Mafia Americana, a finanziare l’apertura del “Flamingo”, il primo casinò di Las Vegas.

Le cose per lui non andarono secondo i piani. L’amante scappò con il malloppo prima dell’inaugurazione di quello che sarebbe stato il primo hotel della Strip (la strada in cui si concentrano resort e casino). Nemmeno due anni dopo, nella sua villa di Beverly Hills, una pallottola gli trapassò il cranio.
Ma il più era fatto. L’oasi nel deserto aveva fatto il primo passo per diventare il più divertente tra i non luoghi.

La strada che collega Los Angeles a Las Vegas è surreale. Una striscia continua di macchine in movimento taglia un deserto che tra due città così: non può essere banale. Qui hanno condotto la maggior parte dei test nucleari in territorio americano e, sempre qui, c’è l’Area 51, uno spazio a 150 chilometri da Las Vegas, grande come la Sicilia, la cui esistenza è stata solo vagamente ammessa dal governo.

Se uscite dall’autostrada per fare una sosta a Baker, vi accorgerete di come qui gli Alieni siano diventati un business.

Las Vegas è un posto per tutti. Dal gruppo di amici che celebrano un addio al celibato, alla famigliole. E questo non me lo sarei aspettato. Al suono dei potenti aspiratori dei casino, si palesano scene che sembrano d’altri tempi: mamme con passeggino bevono il loro milk shake a pochi metri da giocatori compulsivi che fumano una sigarette dietro l’altra, recitando il mantra delle slot. Si può fumare più o meno ovunque. Ovunque ci sia una slot e, quindi, dappertutto.

Ma limitare Vegas ad un gigantesco parco giochi per adulti sarebbe miope.

Il contributo che la città ha dato al mondo dell’intrattenimento è gigantesco. E lo ricordano i nomi delle strade.  Frank Sinatra Drive, Dean Martin Drive, Elvis Presley Boulevard sono solo alcuni dei tributi resi agli uomini che qui si sono esibiti, entrando nella storia della musica. Probabilmente lo stesso accadrà a David Copperfiled e le Cirque du Soleil che,  non so da quanti anni ormai, vanno in scena tutte le sere.
L’offerta è davvero ampia e non è fatta solo di grandi nomi. Molti di quelli che arrivano a Broadway passano di qua.

Il 1° ottobre 2017, appunto, quasi 22 mila persone stavano assistendo ad un concerto di musica country lungo la Strip. Durante l’esibizione, il cantante Jason Aldean sente degli spari. Non sono fuochi d’artificio. Qualcuno dalle finestre del Mandala Bay hotel sta sparando sulla folla. 

58 persone perdono la vita, 489 rimangono ferite. L’Isis, ormai alla frutta, si affretta a rivendicare la paternità dell’attentato, ma la realtà è diversa. Quattro giorni prima, un tizio aveva affittato una stanza in quell’hotel, portandosi dietro 10 valige, la maggior parte delle quali piene di fucili semiautomatici, tutti regolarmente in suo possesso. Quella sera, senza un motivo apparente, aveva deciso di usarli. Ha spaccato la finestra e vuotato i caricatori sulla gente. 

Se quel week-end fossi rimasto a Las Vegas, probabilmente tra di loro ci sarei stato anche io. Non che sia un appassionato di musica country, ma già dopo due giorni di permanenza avevo finito le cose da fare in città e il concerto avrebbe senz’altro potuto rappresentare una divagazione interessante.

Dicono che “quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas” e sono indubbiamente tante le cose da fare che conviene dimenticare appena usciti da quella bolla luccicante.  Ma lo slogan ha qualche eccezione. 

Io e la mia compagna non eravamo arrivati per caso in città. La mia prima tappa dopo aver lasciato le valigie in hotel (il Circus  Circus di Paura e Delirio a Las Vegas ) è stata un ufficio della contea di Clark. Di solito gli uffici pubblici chiudono alle 17, questo ufficio invece è aperto fino a mezzanotte ed è una tappa necessaria per quelli che qui decidono di sposarsi.

Sembra un ufficio come tanti altri, ma gli avvisi per le persone in fila fanno la differenza. Quello che mi ha colpito di più è il foglio A4 con cui viene specificato che chi si presenta in un visibile stato di alterazione è invitato a tornare dopo aver riacquistato la lucidità.

In fila con noi ci sono coppie di ogni tipo. Dalla famigliola con i bimbi che aspettano seduti mentre i genitori fanno la fila, al cowboy sessantenne con relativa dama in Crocks.  Bastano pochi minuti per mettere a posto le carte, poi arriva il  momento di scegliere la cappella. 

La scelta in effetti è enorme.
Appena fuori ci sono dei picchetti di persone che ti offrono depliant con ogni sorta di deal.
Ogni hotel ha la sua cappella matrimoniale, molte delle quali aperte h24.

Noi alla nostra ci arriviamo a piedi. E’ la Graceland chapel. Sembra che sia stato proprio Elvis a concedere ai proprietari l’utilizzo del nome della sua sconfinata tenuta di Memphis. Questa comunque è tra le più inflazionate. Un matrimonio ogni quarto d’ora, tutti i giorni, a tutte le ore.
Fuori campeggia la scritta che anche John Bon Jovi si è sposato lì e, tra le opzioni, c’è quella di arrivare all’altare con uno strampalato sosia di Elvis. 

Una volta lì, qualora ti fosse venuto il dubbio, ti accorgi di non essere pazzo. O, se lo sei, ti accorgi quantomeno di essere in buona compagnia. I ragazzi che si sono appena sposati mentre noi facciamo la fila alla reception per prenotare, indossano una T-shirt con su stampato il volto di un buffo signore. Dicono sia il professore canadese che li ha fatti incontrare e per quel motivo hanno deciso di indossare una T-Shirt in suo onore il giorno del loro matrimonio. Noi, visto che siamo italiani, prenotiamo per il giorno dopo, il tempo di rimediare qualcosa da metterci all’altezza del momento.

Las Vegas
Io e mia moglie subito dopo la cerimonia alla Graceland Wedding Chapel

Questo è il lato più speciale di Las Vegas. Il fatto che molte cose, altrove proibite, qui siano legali, ha creato un sistema di educata libertà. Affinché tutto possa essere possibile, tutto deve essere ordinatamente surreale.

Così almeno ho pensato passando davanti al Battlefield Vegas. Il parcheggio è pieno di carri armati. Per 2500 dollari te ne fanno guidare uno e sei libero di passare sopra a una macchina. Hanno 350 tipi di fucili automatici, da quelli vintage della Seconda Guerra Mondiale a quelli oggi usati in Medio Oriente (così recita il sito).

E’ il re di tutti i poligoni. Sì, perché questo era il profondo West. In Nevada, puoi comprare un’arma senza una licenza. Basta mostrare un documento e compilare un modulo con le tue informazioni personali. Il venditore ha l’obbligo di controllare che, in base ai dati forniti, tu sia legalmente abilitato all’utilizzo di armi. That’s it. Ne sa qualcosa Dan Bilzerian che spesso su Instagram posta video e foto scattate nel deserto del Nevada mentre insegna alle sue pin up in bikini come si usa un fucile d’assalto.

C’era anche lui al concerto. Quando si è accorto che qualcuno sparava se l’è data giustamente a gambe. 

Peccato che, il giorno dopo, qualcuno lo abbia addirittura insultato dandogli del vigliacco. Per questo Dan ha ritenuto doveroso postare un altro video. Un video in cui si avvicina ad un poliziotto chiedendogli un’arma. Dopo essergli passato lo spavento, evidentemente voleva tornare all’attacco. Per quale motivo Dan ritenesse legittimo che un poliziotto gli mettesse un’arma in mano, non si capisce, ma la risposta è chiara: “I don’t care, I don’t know what you want”. Una risposta che la dice lunga su un certo tipo di mentalità.

Mentre la Tv dell’aereo mostrava l’aumento del numero delle vittime di minuto in minuto, mi è tornato in mente il poligono. Ci sono persone che affermano di sentirsi più sicure con un’arma in tasca, pur nella consapevolezza che anche lo sconosciuto seduto a fianco al ristorante potrebbe averla.
In circostanze normali, avrei ritenuto banale affermare quello che penso al riguardo, cioè che ritengo in assoluto inappropriato e pericoloso ammettere che un privato cittadino possa andare in giro armato: figuriamoci dopo un evento del genere.

Fatto sta che in nessun posto come a Las Vegas, “The show must go on” e già il giorno dopo la strage, tutto è ripartito. Basta un’ora per capire che quella è una macchina che non può permettersi di fermarsi.

Chissà quanti clienti avrà avuto il Vegas Batterfield il 2 ottobre…

Luigi Maria Perotti è un regista di film documentari. I suoi lavori sono distribuiti a livello internazionale al cinema ed in televisione. Attualmente lavora come reporter per la Rai e gira il mondo alla ricerca di storie.

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