Mindhunter. Ed ora ci mancherà Charles Manson

C’era un tempo in cui i cattivi si cercavano e si mettevano in galera sperando che il mondo li dimenticasse al più presto. Poi è venuto un tempo in cui si è cominciato a pensare che i cattivi  fossero di fatto una parte dell’umanità e che, per prevenire alcuni comportamenti devianti, fosse utile, se non necessario, dialogare con loro. Per capire le loro perversioni. E provare ad evitarle. Se possibile.

Mindhunter
Il libro di John Douglas e Mark Olshaker

A questo periodo di ricerca psicologica è ispirato “Mindhunter”, un libro scritto a quattro mani da John Douglas e il produttore cinematografico Mark Olshaker, in cui John racconta la sua vera storia. Quella di un agente speciale che per anni decide di interrogare in carcere assassini e stupratori seriali, per dare la caccia ad altri mostri. Un agente che nel 1980 fondò un’Unità investigativa di supporto dell’FBI, adottando il programma di “Criminal Profiling” che avrebbe cambiato per sempre le tecniche di indagine sui serial killer. Infinite sono le conversazioni che John ebbe con uomini del calibro di Charles Manson, il più famigerato serial killer della storia, recentemente scomparso; con John Wayne Gacy, l’uomo che uccideva vestito da clown; o James Earl Ray, il sicario di Martin Luther King, solo per citarne alcuni. Un libro che ha segnato un passaggio anche nella letteratura di genere, inaugurando il concetto di “crime fiction” come lo conosciamo oggi.

A questo libro si ispira la crime serie dell’anno: Mindhunter (guarda qui il trailer) prodotta da David Fincher e Charlize Theron, la cui prima stagione è andata in onda su Netflix a partire dal 13 ottobre 2017. La serie vede Fincher anche nei panni di regista di 4 episodi (i primi due e gli ultimi due). David Fincher, che non è nuovo alla direzione di serie tv – ricordiamo che è sua la regia delle prime due puntate di House of Cards – si è appassionato al libro subito dopo la sua uscita. Quindi ha deciso di affrontare il lavoro, convinto dal progetto di Joe Penhall, ideatore della serie (ha scritto una bibbia di ben 5 stagioni!) e sceneggiatore assieme a Jennifer Haley. La storia è intrigante e merita una profonda attenzione ai personaggi e ai dialoghi. Dunque chi meglio di Joe Penhall, drammaturgo inglese che per il cinema aveva sceneggiato trasposizioni impegnative come L’amore fatale, dal romanzo di Ian McEwan, e The Road, da quello di Cormac McCarthy? Ma sono necessarie anche ricerche di archivio e approfondimenti sulle persone citate che sono tutte ispirate al reale. Per questo il progetto ha impiegato 8 anni prima di vedere la luce.

Ma alla fine eccolo qua. Una stagione che non decolla probabilmente alla prima puntata – pazientate mi raccomando –  ma che cresce vertiginosamente, stupisce, intriga ed è destinata a segnare una nuova svolta nella narrazione seriale contemporanea.

Mindhunter
I protagonisti della serie

I due protagonisti sono gli agenti speciali dell’FBI Holden Ford (Jonathan Groff), la cui costruzione del personaggio è ispirata a John Douglas, e Bill Tench (Holt McCallany). Il principio che anima le loro azioni è molto semplice: far cambiare strategia investigativa all’FBI e studiare il Male guardandolo dritto negli occhi e provando a comprenderne le radici, affrontandolo in prima persona. Questo principio però nasconde in sé un paradosso. Che è poi la molla che rende interessante tutto il progetto. Da un lato l’esigenza di attenersi ad una precisione scientifica per ottenere dei dati affidabili e comparabili; dall’altro il desiderio di lasciarsi andare e farsi guidare dall’istinto per ottenere risultati più efficaci. Un paradosso enfatizzato dalla mirabile scelta del protagonista Jonathan Groff, con il suo aspetto da perfetto bravo ragazzo, quanto di più distante dallo stereotipo del detective duro e noir. Un protagonista che, usando ed essendo usato dai mostri che interroga,  affonda nell’ignoto, cambia la propria vita e la propria personalità e ci trascina nella sua discesa negli abissi.

Manson
L’agente Ford di fronte al caso Manson

La serie ci fa immergere nell’immaginario visivo e sonoro dell’America degli anni Settanta, tra citazioni cinematografiche – il primo episodio si apre con uno dei capolavori di Sidney Lumet, Quel pomeriggio di un giorno da cani – e musicali, dai Talking Heads passando per David Bowie, fino ai Led Zeppelin. E mentre ci culla con le sue musiche, ci regala delle riflessioni per nulla scontate, pur originandosi da dilemmi apparentemente banali. L’eterna riflessione dell’essere umano sul mistero del Male, che ci dovrebbe vedere schierati dalla parte dei buoni nella caccia al mostro, nella serie ha un finale aperto. L’alter ego primario dell’agente Ford in questa prima stagione, il serial killer Edmund Kemper (un superbo Cameron Britton), mentre si comporta come una incarnazione lucida e fredda della malvagità, allo stesso tempo ci contagia. E nel suo essere estremo ci disarma, mettendoci di fronte a qualcosa di più grande di noi. Molto più grande di noi. Forse troppo. E per questo incomprensibile.

Edmund Kemper
Edmund Kemper e il suo interprete Cameron Britton

Un lavoro di scrittura e sui personaggi impeccabile, che sulla scia della prima stagione di True Detective, ci porta a ristabilire dei parametri di qualità nella produzione seriale contemporanea. Un lavoro tanto apprezzato che Netflix ha annunciato la sua seconda stagione prima ancora di terminare la messa in onda della prima. Peraltro è lo stesso Fincher che sta terminando le riprese  della stagione 2 proprio in questi mesi, ad anticiparci alcuni aspetti della trama. Egli dichiara in una intervista a Billboard: “L’anno prossimo ci concentreremo su una serie di omicidi di bambini ad Atlanta, quindi avremo molte contaminazioni di musica afroamericana. Sarà molto bello”.

Non so voi. Ma io non vedo l’ora.

Lascia un commento

*