Cultura e paura a Città del Messico

IL MIO AMICO Axel dice: “Qui, è difficile arrivare, e poi è difficile andarsene.”
Questo si riferisce sì, a quelli che come lui e come me dividiamo il nostro tempo fra la seconda città più grande delle Americhe e altrove. Ma non soltanto. Se si è fortunati, vale anche per chi, professione turista, viene qui per la prima volta e ci lascia il cuore.
Oggi, in deroga alla mia regola che “qui si fa soltanto una cosa al giorno”, ho pianificato una giornata molto ambiziosa, con persino una lista di cose da fare, e così mi alzo relativamente presto. Non serve la sveglia, il cantiere del palazzo vicino attacca alle otto. Mi preparo una cioccolata calda fatta con l’acqua bollente e delle tavolette di chocolate a la mexicana, un cioccolato particolare, granuloso e senza latte, che si fa solo qui. La bevo quasi subito appena pronta, siamo a duemila duecento metri d’altitudine e l’acqua bolle a novantatré gradi.
Mio fratello al quarto piano si affaccia.

“¿A dónde vas?” chiede.
“A mil lugares: a CU, al centro…”
M’interrompe: “¡Voy contigo!”
“Apúrate, pues. Ya me estoy yendo.”

Quattro minuti più tardi usciamo insieme dal palazzo. Ci troviamo ne La Roma, ovvero la Colonia Roma, uno dei quartieri più gettonati e di moda a Città del Messico. Il quartiere ha ancora diverse belle case degli anni dieci, non tutte restaurate, e alcuni stupendi palazzi art déco degli anni trenta. Negozi e ristoranti nuovi e di tendenza (si, anche tacos vegani) si trovano mischiati a tintorie, vecchi negozi di artigiani, fondas dove si può mangiare una comida corrida, menu fisso, a quaranta pesos. Il Messico non si ferma mai, è in crisi da sempre ma i messicani vanno avanti imperterriti a creare nuove imprese e attività. Ci sono abituati.

Monumento all’indipendenza El Angel, simbolo di Città del Messico
El Angel, simbolo di Città del Messico

Qui alla Roma, come in altri quartieri centrali della città, chi vuole può andare ancora a piedi, oppure in bici con un sistema di bike sharing che miracolosamente funziona. Io preferisco andare a piedi, con questo traffico non mi fido. Dopo qualche isolato ci troviamo in Avenida Insurgentes, arteria rivale in lunghezza del più famoso Paseo de la Reforma, dove i viaggiatori possono trovare il monumento all’indipendenza – El Angel, simbolo della città – gli alberghi di maggior lusso, il famosissimo Museo Antropologico, il Museo d’Arte Moderna o MAM, oltre che gli uffici corporativi delle banche e delle imprese più importanti. Sia Reforma sia Insurgentes partono dal centro e portano verso fuori: Reforma porta verso la città di Toluca, attraversando i più lussuosi quartieri residenziali della città; Insurgentes porta verso CU, la Ciudad Universitaria, e vi si trovano “soltanto” migliaia di negozi, ristoranti, centri commerciali e cinema.

Saliamo sul Metrobus che percorre Insurgentes verso CU. Questi autobus con corsia preferenziale tagliano tutta la città e sono molto pratici e affollati, esattamente come la metropolitana. E proprio come la metropolitana hanno zone solo donne, dove le donne parlano al telefono, schiacciano un pisolino, si rifanno il trucco. Le reti del metrobus e della metro muovono una buona parte degli oltre venticinque milioni di persone che abitano la zona metropolitana di CDMX. Viaggiando con i mezzi durante gli orari di punta possiamo intuire, rabbrividendo e non senza un pizzico di esaltazione, l’enorme volume di viaggiatori che si spostano qui per quattro, sei ore al giorno. Nulla di strano, tuttavia, se pensiamo che quando il conquistador Hernán Cortés si affacciò da queste parti, nel 1521, trovò già, in questa imponente città azteca costruita sul lago di Texcoco, sette milioni di persone.

Osserviamo il nostro rituale di silenzio mentre passiamo davanti ad una coppia di edifici costruiti negli anni Settanta da nostro padre, scherzosamente da lui chiamati “torri gemelle”. C’è sempre nostalgia in questo momento. Ci siamo abituati. Dopo due dozzine di fermate approdiamo alla fermata del Centro Cultural Universitario, dove si trova la sala di concerti Nezahualcóyotl (divertitevi a pronunciarlo tutto d’un fiato). Passando per un’accogliente piazza moderna con fontana, entriamo nella hall della Sala Neza a ritirare i biglietti per domenica mattina, quando suoneranno la quarta di Ciaikovskij e le danze sinfoniche di Rachmaninov. Da quest’anno, alla direzione artistica dell’orchestra filarmonica dell’UNAM (Universidad Nacional Autonoma de México) c’è l’Italiano Massimo Quarta. Il livello dell’Ofunam è eccellente, ed è in linea con la ricca offerta culturale del paese, che oltre alla qualità mira a rendere accessibili musica, arte e teatro. Basta dire che l’ingresso alle prove generali di molti concerti dell’Ofunam è gratuito. La Sala Neza è stata progettata da Arcadio Artis negli anni Settanta, seguendo l’allora controverso modello a pianta circolare della Philarmonie Berlin. Quel modello, a “vigneto” è stato poi ripreso da molti incluso Renzo Piano per la sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma.

“Bro, ¿te acuerdas cuando veniamos con mi papá?”
“Si, claro. Me acuerdo que me quedaba dormido, y ustedes se reian.”

Ridiamo, ricordando i concerti ascoltati quando eravamo ragazzini, proprio qui, con nostro padre, la domenica mattina – e le grandi dormite che mio fratello, di cinque anni più piccolo, non poteva non farsi…!
Fatti i biglietti, passiamo al palazzo accanto, il MUAC. Questo museo relativamente nuovo, progettato dall’architetto Teodoro Gonzalez de León, ospita sempre mostre di prim’ordine. Oggi è la volta di Yves Klein, visionario artista francese della corrente Nouveau Réalisme, amico di altri artisti e intellettuali come Arman, Pascal, Tinguely. Notiamo divertiti che casualmente la mostra è sponsorizzata da Calvin Klein. Yves Klein è stato uno dei primi a sperimentare con il pigmento puro, utilizzando un blu oltremare intenso che qualche decade più tardi verrà ufficialmente chiamato Blu Klein (sulla scia del marrone del pittore fiammingo Van Dyck).

Museo MUAC a Città del Messico. Mostra di Yves Klein
Museo MUAC. Mostra di Yves Klein

La sala principale alloggia un’installazione monumentale fatta di puro pigmento blu, sembra una piscina concettuale. Passiamo ad altre opere, c’è sempre il blu oltremare come dichiarazione, concetto, sperimentazione. Sono gli anni Cinquanta e Sessanta, queste cose allora erano nuove e folli. L’artista indiano Anish Kapoor vent’anni più tardi inizierà a sfruttare anche lui la forza, la semplicità ed il pericolo del pigmento puro. Mio fratello scatta alcune fotografie. Passiamo ad un’altra sala, questa volta il blu è sparito. Mi stupisco, vedo delle opere di Klein mai viste prima, altamente sperimentali, forme plasmate sulla carta utilizzando il fuoco, contorni bruciati di corpi di donna. Anche qui forza. Semplicità. Pericolo.

Museo MUAC a Città del Messico. Mostra di Yves KleinUsciamo dal MUAC chiedendoci cos’altro avrebbe creato Klein se soltanto non fosse scomparso a trentaquattro anni. Alziamo le spalle e facciamo due passi verso la metropolitana. Ad avere più tempo, saremmo andati a vedere altre fantastiche cose in questa zona: saremmo passati davanti allo stadio della CU, ovvero lo stadio dei Pumas, la squadra di calcio dell’Università, acerrima rivale del club corporativo America; saremmo andati alla biblioteca dell’UNAM, interamente rivestita in mosaico di pietre naturali con un’impressionante motivo dell’artista Juan O’Gorman ad ispirazione preispanica. E poi saremmo andati a fare due passi a Coyoacán, città una volta contigua ma da decenni ormai inglobata – e fortunatamente non ingoiata – nella megalopoli, con il suo sapore di paese coloniale, la sua piazza, la cattedrale, il mercato e le esoteriche case-museo di Frida Kahlo e Diego Rivera. Sempre qui vicino, il quartiere residenziale di San Angel, con il suo famoso Bazar del Sábado, calamita per turisti e signore “bene” alla ricerca di begli oggetti di artigianato per la casa.
Arriviamo alla fermata Universidad e prendiamo le scale infilandoci sotto terra. Paura? Macché. Sappiamo quali sono le fermate da evitare, siamo vestiti per l’occasione, siamo cosmopoliti. Il biglietto costa cinque pesos (pari a 25 centesimi), non importa dove si va. Ringraziando che l’ora di punta è passata, ci sediamo. Dopo qualche fermata inizia la solita sfilata di venditori: corsi d’inglese, cavi per cellulare, gomma da masticare, creme miracolose alla marihuana, quaderni.

“¡Le vale diez pesos!”
“¡Diez pesos, solo diez pesos!”
Notiamo che tutto stranamente costa sempre dieci pesos, e ridiamo.
ll

UNA DOZZINA di fermate e si arriva a Balderas.

Mio fratello mi saluta e scende per andare a sbrigare le sue cose. Io proseguo per il centro, ancora due fermate, scendo a Hidalgo. E’ mezzogiorno passato e ho tre posti in programma prima di pranzo, devo correre. Qui bisogna fare così, non ci sono mezzi termini. Questa è la patria dei contrasti e degli estremi degli estremi. Lentezza e fretta. Ricchezza e povertà. Allegria e tristezza. Gentilezza e violenza. La frase di De Gregori sta a pennello anche al Messico: qui è metà galera e metà giardino.

Palacio de Bellas Artes e Gran Cafè. Città del Messico
Palacio de Bellas Artes e Gran Cafè

Sorgo dalle profondità della metro tra venditori, marias (indigene che vendono o chiedono la carità), muratori, signore di mezza età, senza tetto, studenti, e mi avvio verso il Museo Franz Mayer. In un palazzo coloniale, il museo ospita una bella collezione permanente di mobili, sculture, tessuti e dipinti che risalgono al tempo in cui il Messico era una colonia spagnola. Le mostre temporanee spaziano tra arte e design contemporaneo di prim’ordine, e oggi mi sorprende una mostra sulla poco conosciuta storia dell’immigrazione giapponese in Messico, capeggiata da Enomoto Takeaki nel 1897. Il biglietto d’ingresso costa cinquanta pesos, ovvero due euro e mezzo… come per la musica, qui in Messico, la cultura e l’arte non sono solo per le élite, anche se quando entro il museo è pieno di señoras bien.

Da lì mi avvio verso il Museo José Luis Cuevas. Sulla strada, passo davanti a posti che nessun visitatore della città dovrebbe mancare: il Palacio de Bellas Artes, monumentale insieme di teatro e museo, interamente realizzato agli inizi del novecento in marmo traghettato direttamente da Carrara. Forse il formidabile peso, forse la posizione del palazzo in una zona particolarmente cedevole dell’antico lago, ma Bellas Artes – come viene chiamato dai locali o chilangos – negli anni è sprofondato diversi metri nel terreno. Come in ogni edificio che si rispetti in questo paese, nel suo bellissimo foyer stile art déco si affacciano murales di Rivera, Orozco, Siqueiros, Tamayo e altri.

Continuo il mio percorso sull’Avenida Cinco de Mayo, all’ombra della famosa Torre Latinoamericana – dai chilangos affettuosamente chiamata La Torre Latino – quarantaquattro piani di cristallo sorti nel ’48 per ospitare l’assicurazione Latinoamericana, grattacielo mai scalfito da nessun terremoto. Mi sfiora il pensiero che sono qui da settimane e ho visto un’eclisse ma il solito terremoto ancora no, di quelli che stai cenando, noti il lampadario muoversi, fai una battuta e continui a mangiare.

Casa de los Azulejos. Ristorante Sanborn’s. Città del Messico
Casa de los Azulejos e ristorante Sanborn’s

Passo il famosissimo ristorante della catena Sanborn’s Casa de los Azulejos, rivestito di maioliche blu, e il Gran Hotel de la Ciudad de México, visto nel recente film di James Bond con Daniel Craig. Attraverso come Bond la reception con soffitto in vetro piombato stile liberty, per arrivare ad un’altra location del film, El Zócalo. Qui vedo l’enorme bandiera che sventola, la cattedrale in pietra bianca e pietra vulcanica rossa locale o tezontle, il palazzo del governo o Palacio Nacional. Il palazzo è casa di altri imponenti e imperdibili murales di Diego Rivera, nonché scenario di El Grito, esortazione urlata duecentosette anni fa dal prete Miguel Hidalgo, che ha dato così inizio all’indipendenza del nostro paese. Settembre è il mese della patria e qui il presidente tra una settimana pronuncierà il famoso urlo davanti a migliaia di cittadini. Nel frattempo, vicino alle porte del Palacio, un centinaio di cittadini accampati in tende con striscioni, urlano in segno di protesta per tutto quello che qui non va, che è tanto.
Galera e giardino. Ma ci siamo abituati.

Il palazzo del governo o Palacio Nacional. Città del Messico
Lo Zocalo con la cattedrale e il Palacio Nacional

Arrivo al Cuevas e pago dieci pesos di “contributo”. Cuevas è stato un quotato artista messicano recentemente scomparso, uno degli artisti più di successo della generazione post-muralistas. Ospita, com’è logico, una collezione notevole delle sue opere, compresa una statua gigante in mezzo al cortile. La signora che raccoglie i biglietti m’indica, quasi sottovoce, che c’è una zona di disegni erotici del Maestro, e noto che non ci sono cartelli né è scritto sul volantino. Curioso, anche al Franz Mayer avevano una sezione di disegni erotici giapponesi, non indicata sul volantino ed indicatami sempre sottovoce. Penso alle signore bene e mi viene da ridere.

Il terzo museo nella mia lista non ha sezioni di disegni erotici, che io sappia: parliamo dell’Antico Collegio di San Ildelfonso. Una volta chiamata la Prepa Uno, ovvero la scuola preparatoria (liceo) n. 1, questo è stato il primo liceo pubblico della città ed è quello dove mia madre all’epoca ha preso la maturità. Oggi ha una mostra sul fotografo Colombiano Leo Matiz, che fotografò l’epoca d’oro del Messico e tutte le sue gemme: artisti, cantanti, muralistas, attori. Nella mia mente associo queste foto in bianco e nero a mia madre che, in una città che non esiste più, quella dei film di Maria Felix, è arrivata con il tram per dare l’esame di maturità. Il Collegio, potete immaginarlo, è anch’esso rivestito da murales: questa volta l’autore è Clemente Orozco, grande amico di Leo Matiz, e li realizza in una città già enorme dove miracolosamente si conoscono tutti.

Antico Collegio di San Ildelfonso. Città del Messico
Antico Collegio di San Ildelfonso

Le quattro meno un quarto, tempismo perfetto. Devo incontrarmi per pranzo (sì, pranzo) con la mia amica Ana ed altri amici. Ci conosciamo dalla scuola media. Oggi è il compleanno di uno del gruppo, percorro un paio d’isolati e me li trovo tutti lì davanti, all’ingresso dell’Hosteria di Santo Domingo. Entriamo, schivando tra risate i tavoli già pieni di turisti, ma anche di molte famiglie messicane, di quelle che si portano sempre dietro la nonna. Sui tavoli la botana, ovvero stuzzichini e antipasti, mentre si parla e più o meno si ascolta la musica dal vivo con tanto di cantante in vestito di paillette. Qui siamo in Messico e il kitsch è una parte integrante e indispensabile in tutto, anche nel linguaggio. La decorazione alle pareti è un misto, quindi, di quadretti, figurine, papel picado, foto di artisti con dedica, poster, cianfrusaglie indefinite. Il cameriere, sulla sessantina con capelli neri corvini pettinati con il gel e baffi ancora più neri, ci accompagna di sopra. Niente paura, anche sopra abbiamo un altro trio che suona, e ovviamente suona trios, genere musicale romantico degli anni Quaranta. Siamo praticamente in una foto di Leo Matiz, se non fosse per gli smartphone. Ci sediamo, ci danno il menu. Siamo affamatissimi e prima ancora di aprire il menu sappiamo già cosa chiedere.

“Joven, ¡chiles en nogada para todos, por favor!”
“¿De tomar?”
“¡Una dos equis!”
“Otra,¡gracias!”
“Un tequila reposado, con sangrita.”
“Un mezcal, ¿Qué marcas tiene?”
“¿Gustan unas tostaditas de botana?”
“Si, muy bien,¡gracias señor!”

Il piatto nazionale chiles en nogada. Cronache Letterarie

Avendo ordinato il piatto nazionale chiles en nogada, specialità del posto che si trova soltanto a settembre, già ci pregustiamo il peperoncino gigante ripieno di carne e uvetta, fritto in pastella, ricoperto di salsa di noci e melograno. Arrivano le nostre birre, la tequila con succo di pomodoro, il mezcal e le fritelle con pollo e salsa come antipastino. Siamo al settimo cielo. Sopra il vociare nostro e dell’altra gente, canzoni intramontabili e ultra kitsch come Quizás, quizás, quizás, Inolvidable, Maria Bonita.

Usciamo quasi alle sette, strapieni, contenti e qualcuno anche un po’ brillo. Ci vuole un po’ per trovare taxi o Uber per tutti, ma alla fine ce la facciamo. Qui in centro non si viene in macchina, almeno che tu non conosca un buon estacionamiento dove parcheggiare la tua macchina con la certezza di riaverla integra. Da qualche tempo i taxi sono bianco e rosa, un rosa particolare quasi fucsia chiamato rosa mexicano. Certo, è kitsch. E siamo abituati.
lll

Mezcal. Città del Messico. Cronache Letterarie
Mezcal, il distillato ottenuto dalle diverse varietà di agave

 

ALLA GLORIETA INSURGENTES, dove sono appena scesa dal taxi,

negli anni Novanta si girò la scena della metropolitana del film di fantascienza Total Recall. L’architettura è viva, vegeta e protagonista a Città del Messico, dove non si ha mai avuto paura di santificare subito le avanguardie più innovative, spesso declinandole con le cose nostre, come il rosa mexicano o i murales. Risultato? Vedere per credere.

Mi dirigo da mia madre, che vive alla Colonia Condesa, adiacente alla Roma. Anche la Condesa è gettonatissima. Facciamo due passi e poi ci infiliamo nel ristorante della catena Sanborn’s di questa zona. E’ decisamente meno bello di quello in centro, ma il menù è lo stesso e anche qui le cameriere indossano una blusa bianca con uno strano collo a triangolo e gonna lunga a strisce colorate, si direbbe la versione postmoderna dei nostri abiti tradizionali. Avete indovinato, anche loro sono kitsch. Le cameriere conoscono mia madre e quasi vorrebbero portarle “il solito”, ma sono troppo rispettose per farlo. Ordiniamo, io qualcosa di leggero, ancora mi sto riprendendo dal peperoncino gigante. Parliamo. Si fa quasi mezzanotte.

“Está temblando,” dice mia madre, di colpo ma inamovibile, indicando i lampadari.
“Uy, a ver”, noto il vocio delle persone, agitate. I lampadari si muovono ancora di più.

Guardo mia madre. Mi guardo intorno. Mi alzo. Si alza. Sediamoci qui, dico, indicando uno spazio accanto a una fioriera. Ci sediamo per terra e aspettiamo, tenendoci per mano. Il terremoto smette. Ci invitano ad uscire dal ristorante e finisce che usciamo mentre gli altri stanno già rientrando. Torniamo dentro e mentre aspetto alla cassa, sul mio telefonino una notifica di Rai News. Ah, però! Nemmeno cinque minuti dopo e la Rai ci dice già che è stato di magnitudo 8. Telefoniamo a mia sorella e glielo raccontiamo. Lei sta bene. Accompagno mia mamma e mentre sto tornando verso casa inizia ad arrivare una pioggia di messaggi whatsapp. Tutto bene, rispondo a tutti. Chiamo mia figlia. La chat delle mie amiche è particolarmente scatenata: un’amica sta a San Salvador e l’ha sentito, tutte e tutti stanno bene. Mio fratello nemmeno si è svegliato. Domani sapremo di più, ma intanto continuano i messaggi, i video, le barzellette. Un sacco di barzellette. Vado a dormire con nella testa la canzone di Chico Che y la Crisis, arrivata su whatsapp: ¿Dónde te agarró el temblor?/en medio de la cocina/¿donde te agarró el temblor?/bailando con Catalina…
Anche a questo, siamo abituati.

Città del Messico, 8 settembre 2017

 

Appendice

Il 19 settembre, due ore e un quarto dopo la simulazione di terremoto che è stata casualmente programmata in concomitanza con il trentaduesimo anniversario del terremoto che il 19 settembre 1985 devastò Città del Messico, sento la porta sbattere, così, da sola. Esco dalla cucina della casa di mio fratello, non c’è tempo per scendere quattro piani di scale, gli dico: “Sdraiamoci lì”, indicando lo spazio accanto al divano. Il movimento è sussultorio e sembra di essere in una jeep su uno sterrato… saltiamo su e giù, per la prima volta nella vita temo il peggio. Sopportiamo per un tempo lunghissimo.

Finalmente tutto si ferma. C’è uno strano silenzio. Ci guardiamo intorno, quadri caduti, libri per terra, corrente e telefono andati. Mio fratello chiude il gas, io prendo la borsa e scendiamo. Chissà se stasera riuscirò a prendere il volo per Roma. Per strada c’è già un sacco di gente. Parliamo con il vicino, è un architetto e dice che più tardi farà lui stesso la perizia all’edificio. Ci incamminiamo verso casa di mia madre, alcune strade sono chiuse. “Fuga di gas”, ci avvertono, “Per favore non fumate”. Camminiamo senza parlare. Questa è, da sempre, la zona più a rischio della città, dove ancora c’è acqua sotto ad amplificare perbene ogni scossa. Il silenzio è stato sostituito da un continuo suono di ambulanze e dalle voci delle persone che parlano fra loro. Nessuno parla al cellulare, non funzionano. Ci sono già un tavolino e un ombrellone con sotto delle persone che ti regalano un bicchiere d’acqua. Passa un ragazzo chiedendo a tutti se hanno un cric idraulico e delle torce. Scuotiamo la testa. Di lì a poco si saranno mobilitate persone da tutto il mondo, esperti, militari, ingegneri… ma soprattutto persone normali, come il ragazzo del cric. Persone che raccoglieranno viveri, soldi e vestiti, che faranno dormire o fare la doccia a quelli che per mille motivi non riescono a tornare a casa.

Terremoto settembre 19 2017 a Città del MessicoArriviamo ad un grande incrocio, Avenida Alvaro Obregón, una strada dove passiamo di solito. C’è una lunga striscia di poliziotti in tenuta antisommossa, scudi, caschi e tutto. L’atmosfera è tesissima, tengono lontana la gente. Nonostante una strana paura mi avvicino e chiedo: “Sapete qualcosa, quant’era forte?” Sono gentili ma dicono di non saperlo.

Dietro la fila di poliziotti, le macerie di un palazzo con due dozzine di persone attorno. Lì per lì mi sfugge la consapevolezza che c’è gente sotto quelle macerie – gente morta, gente viva e gente che da viva passerà a morta magari proprio nell’istante in cui sto parlando con il poliziotto.

Otto giorni e ottomila chilometri dopo, a Roma, di colpo mi arriva quella consapevolezza. E allora piango. Perché a Città del Messico è difficile arrivare, e poi è difficile andarsene.

Roma, 7 novembre 2017

jkjkj

Hopelessly devoted to pursuing happiness through travel, art, and words, Paola de Santiago Haas has been formerly employed in design, television and tourism before becoming an independent business consultant and facilitator in the media industry. She has written two books, including No Road, Just Us: A Journey’s Notebook.

Lascia un commento

*