Hokusai. Sulle orme del maestro

 Katsushika Hokusai: Red Fuji
Katsushika Hokusai: Fuji Rosso, dalla serie Trentasei versioni del monte Fuji, 1830-1832

Traduzione dall’inglese di Angelini-Zita

SULL’AUTOBUS c’erano diverse coppie di tutte le età, tre ragazze giovani, alcuni uomini da soli, alcune donne da sole, un gruppo misto di studenti, cinque donne di mezza età, quattro ragazzi appena usciti dall’adolescenza. Chissà chi tra loro era un fan dei fumetti e degli Anime giapponesi, o chi studiava e forse praticava il Buddismo, chissà chi era il surfista, o l’appassionato dell’impressionismo francese, e chi il semplice viaggiatore. Ma non importa. Eccoci qua, in viaggio per il Giappone a osservare i “luoghi famosi e imperdibili”, detti meisho.
Abbiamo oltrepassato boschetti di bambù e pini, scalato una montagna e guardato giù dai tetti delle case. Ci siamo meravigliati nel vedere persone in abiti tradizionali che svolgevano compiti tradizionali come fabbricare carta di riso, trasportare l’acqua, andare al santuario, pescare, raccogliere tè o riso.

E come tutti quelli che viaggiano per il Giappone, non abbiamo potuto fare a meno di notare la presenza strana e imponente del Monte Fuji. L’avevamo visto mentre andavamo da Tokyo a Kyoto sulla strada storica del Tōkaidō, o passando per Sagami o Kanagawa, o attraversando i quartieri di Tokyo, Ryoguku e Nihonbashi… ovunque andassimo, Fuji-san – come i giapponesi chiamano affettuosamente la loro montagna sacra – era lì. Da vicino o da lontano, nella nebbia o illuminato dal sole del pomeriggio rosso acceso, il Monte Fuji ci guardava.

E allora siamo tornati a guardare il Monte Fuji trentasei volte, attraverso gli occhi di Katsushika Hokusai, nelle sue straordinarie stampe su carta con matrici di legno (ukiyo-e): una tecnica che ha imparato a padroneggiare egregiamente nel corso della sua vita. Il viaggio all’interno delle sale scarsamente illuminate del Museo dell’Ara Pacis, alla mostra “Hokusai. Sulle Orme Del Maestro”, è durato poco più di due ore.

 

I molti nomi del Maestro

Mentre leggiamo la brochure, notiamo che i curatori della mostra ci tengono a sottolineare i molti nomi – trenta, si dice – usati da Hokusai nella sua vita. Alla giovane età di sessant’anni, quando creò le Trentasei versioni del monte Fuji, il suo nome era Iitsu: “Ancora uno”.

Per di più, la luce fioca conferisce al nostro viaggio un tono quasi ultraterreno. Siamo consapevoli che i colori nelle stampe di legno debbano essere preservati, ecco il perché di questa scarsa illuminazione. Dopo duecento anni, il rosso è il colore più sbiadito… ma Hokusai nei suoi quadri, non si occupa proprio di impermanenza? L’impermanenza del colore, del nome dell’artista, di un Giappone in continua evoluzione… soprattutto l’impermanenza di quelle cose evanescenti e impossibili, da lui magistralmente rappresentate: la pioggia, il fumo, la nebbia, le nuvole, le foglie secche, il fiume, gli spruzzi oceanici, l’acqua che scorre, i fili d’erba, la neve, le onde, il chiaro di luna. Perciò ci chiediamo: stiamo guardando Trentasei versioni del Monte Fuji, o a trentasei modi di raffigurare acqua e aria?
Nella scarsa luce, i nostri movimenti sono lenti e cauti, più di quanto lo sarebbero normalmente a una mostra. Cos’è che ci sta facendo muovere in questo modo? Siamo consapevoli di stare guardando un mondo perduto, dato che ai tempi di Hokusai il Giappone non era ancora aperto all’Occidente e quello che scorgiamo nelle sue opere è il Giappone puro e incontaminato di quando Tokyo era ancora chiamata Edo e il nome del Giappone era Nihon-koku.

Keisai Eisen
Keisai Eisen, c. 1835

Andiamo avanti, sempre lentamente, a vedere le opere di un gruppetto di artisti che, come dice il titolo della mostra, hanno seguito le orme del Maestro. Ci sono dipinti sfarzosi di belle donne realizzati da Katsushika Hokumei, Teisai Hokuba, Ryūryū kyō Shinsai, Gessai Utamasa e Totoya Hokkei. E poi, diversi ukiyo-e, ovvero stampe di legno di Keisai Eisen, che seguirà le orme di Hokusai per quanto riguarda la finezza della tecnica, ma sceglierà soggetti diversi.
Nella sua ultima produzione, Eisen combina ritratti di belle donne con paesaggi in un intelligente gioco di pittura-nella-pittura, che ci fa immergere ulteriormente nell’estetica giapponese. Degli elementi fluttuano sullo sfondo bianco della stampa: la donna dall’acconciatura ricercata e gli abiti sontuosi (ogni strato di tessuto è raffigurato con dettagli magnificamente elaborati), l’arredo, la pittura murale con una vista del Monte Fuji. Oppure Eisen ci mostra, come fosse una collezione di cartoline, i paesaggi e le architetture della sua collezione di meisho – i luoghi famosi e imperdibili – ne Le sessantanove stazioni del Kiso Kaidō.

Blu di Prussia

QUESTA MOSTRA deve le sue opere a collezioni pubbliche e private e a due musei giapponesi, oltre che a un museo italiano. Ma molto è dovuto anche a due chimici scomparsi, Johann Konrad Dippel e Johann Jacob Diesbach, che all’inizio del XVIII secolo, per puro caso, nel loro laboratorio di Berlino scoprirono il pigmento che è noto come blu di Prussia. Prima di questa scoperta, gli artisti dovevano usare il costosissimo blu oltremare, ottenuto dalla macinazione del lapislazzulo. Da allora divenne disponibile e a buon mercato, un nuovo pigmento blu. La formula di Berlino fu copiata in Cina e da lì introdotta di contrabbando in Giappone. Una volta in Giappone, ha alimentato dozzine, a volte centinaia, di copie di immagini stampate negli atelier di ukiyo-e.

In Giappone, i mestieri artigianali sono portati a livelli sublimi dagli uomini e dalle donne che dedicano le loro vite a praticarli. Oggi, quegli artigiani che eccellono nella tecnica e portano avanti le tradizioni giapponesi, sono considerati alla stregua di tesori nazionali viventi, o Ningen Kokuhō. A quei tempi, l’ukiyo-e, la stampa su carta con matrici di legno, era ben lungi dall’essere considerato una forma d’arte, non era niente di più che una qualsiasi tecnica artigianale. Chi avrebbe mai pensato che questa forma di comunicazione ed espressione, popolare sì, ma molto economica, avrebbe raggiunto prestigio e ammirazione una volta arrivata in Occidente? Meisho, cortigiane, attori del kabuki, manga… questi sono il tipo di articoli che troviamo oggi in edicola. Possiamo anche considerarle cartoline, foto di ragazze sexy, fumetti, poster di celebrità, tuttavia, sono state trasformate dal tempo e dalla dedizione del loro creatore in opere affascinanti che oggi guardiamo con soggezione.

Katsushika Hokusai: Carpa e tartaruga, 1839

“Nulla di ciò che ho fatto prima dei settant’anni era degno di attenzione”, scrive il Maestro quindici anni dopo le sue Trentasei versioni, quando il suo nome è stato nuovamente cambiato, questa volta in Gakyō Rōjin Manji, “Il vecchio pazzo per l’arte”.
Molti sono i limiti della stampa xilografica, dato che, per sua natura, consente solo linee di contorno e colori a tinta unita. Ogni bambino, messo a disegnare con i pennarelli o le matite colorate, conosce i limiti del mezzo e sa che se volesse qualche sfumatura, dovrebbe ricorrere ad altre tecniche come l’olio, il pastello, o l’acquerello. Tuttavia, un abile stampatore ukiyo-e è in grado di ottenere sfumature, che vengono usate moderatamente solo su alcuni elementi come il cielo o le montagne lontane.
L’abilità è nel disegno, nel taglio del legno, nel colore diffuso sui blocchi, nella pressatura della carta, nell’ombreggiatura… e nella straordinaria capacità dell’occhio dell’artista che può vedere montagne blu, acqua bianca, il Fuji-san completamente rosso, o un cielo illuminato dalla luna come una superficie totalmente bianca. Per il Maestro, forme bianche con un contorno nero sottile possono essere foschia, fumo, o grandi nuvole grigie. Noi le guardiamo e non c’è dubbio che nella nostra mente quelle forme bianche siano ciò che il Maestro vuole che siano. Il Maestro ci prende per mano e anche noi, indifesi, seguiamo le sue orme.

Oltrepassiamo ora alcune stampe chiamate surimono; sono biglietti di auguri e inviti, realizzati da Hokusai ed Eisen. Notiamo anche diverse pergamene, tra cui due davvero mozzafiato con carpe (koi), una di Eisen e una di Hokusai. Infine, arriviamo agli schizzi di Hokusai, o manga, che sono quindici libri illustrati, creati dal Maestro per insegnare ad altri pittori come disegnare. I quattro ragazzi appena usciti dall’adolescenza sono sparpagliati nella stanza e passano da un libro all’altro esclamando: “Ehi, guarda questo!”. E’ probabile che gli allievi di Hokusai non fossero altrettanto irruenti. I libri rappresentano diverse figure umane in diverse posture, elementi architettonici, elementi della natura, animali.

Ai giorni nostri l’influenza di Hokusai è molto chiara nella misteriosa, inquietante tipologia dei suoi personaggi – creature immortali, spiriti, fantasmi – pensiamo ad esempio alle opere di animazione di Hayao Miyazaki. In alcuni di quegli schizzi di duecento anni fa, l’unica cosa che manca sono i grandi occhi tipici dei manga giapponesi contemporanei. La tradizione ha uno strano modo di essere portata avanti.

Katsushika Hokusai: The Great Wave off Kanagawa
Katsushika Hokusai: La grande onda di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del Monte Fuji, 1830-1832

UNA VOLTA USCITA DALLA MOSTRA, mi sento come se fossi avvolta da una setosa nostalgia. Forse a causa delle luci soffuse, o del viaggio nel tempo in un mondo di bellezza, che ho appena compiuto. Oltrepassiamo il bookshop del museo che ci offre un’ultima testimonianza de La grande onda di Hokusai, una delle trentasei versioni. Questo lavoro è indiscutibilmente l’opera d’arte più iconica raffigurante il mare, con un’onda minacciosa che sta per schiantarsi e, a ben vedere, un lontano monte Fuji con due barche seminascoste dall’acqua. Ci fermiamo a guardarlo un’ultima volta: chissà quando tornerà in città, o quando avremo la possibilità di andare a Londra, New York, Chicago, Melbourne, Los Angeles o Giverny dove sono conservate altre copie, per vederla di nuovo …

E pensare che Hokusai l’ha creata usando solo quattro blocchi di legno. Quattro blocchi di legno e blu di Prussia, abbastanza elementi da lasciare un segno indelebile nelle menti di artisti e appassionati d’arte di tutto il mondo, tra cui Monet e Van Gogh. Quattro blocchi di legno e un po’ di blu di Prussia … e lo spirito del Vecchio Pazzo per l’Arte.

lll

Hokusai. Sulle Orme Del Maestro, dal 12/10/2017  al 14/1/2018, Museo dell’Ara Pacis, Roma

Hopelessly devoted to pursuing happiness through travel, art, and words, Paola de Santiago Haas has been formerly employed in design, television and tourism before becoming an independent business consultant and facilitator in the media industry. She has written two books, including No Road, Just Us: A Journey’s Notebook.

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