«Giura che non scoperai più le altre»
I migliori incipit di sempre

L’incipit può essere paragonato al DNA di un romanzo. In un incontro al Piccolo Eliseo di Roma, Alessandro Piperno e Annalena Benini si sono risposti a colpi di incipit, scegliendo quelli che secondo loro sono i migliori di sempre. Li hanno addirittura divisi per generi: quelli confidenziali, i sapienziali, gli incipit cinematografici, gli icastici, i perturbanti e i pirotecnici. Una cosa è certa, ognuno di questi appartiene a un capolavoro.

I migliori incipit di sempre.

Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita.
Questo l’ultimatum, il delirante, improbabile, assolutamente imprevedibile ultimatum che la signora cinquantaduenne impose tra le lacrime al suo amante sessantaquattrenne, il giorno in cui il loro legame, di stupefacente impudicizia e altrettanto stupefacente riservatezza, compiva tredici anni. E adesso che l’afflusso di ormoni andava esaurendosi, e la prostata ingrossava, e forse non gli restavano che pochi anni di potenza relativamente affidabile, e forse ancor meno anni di vita, adesso, quando si avvicinava la fine di ogni cosa, gli veniva imposto, per non perdere lei, di stravolgere se stesso.

Philip Roth, Il teatro di Sabbath, 1995.

La piccola città di Verrières può passare come una delle più graziose della Franca Contea. Le sue case bianche, dai tetti aguzzi di tegole rosse, si stendono sul pendio di una collina, le cui minime sinuosità son poste in evidenza da macchie di robusti castani. Qualche centinaio di piedi sotto le sue fortificazioni, costruite un tempo dagli Spagnoli ed ora in rovina, scorre il Doubs.

Stendhal, Il rosso e il nero, 1830.

Il teatro di Sabbath. Philip RothAlessandro Piperno
Questo incipit è stato scritto duecento anni fa da uno scrittore talmente grande che lo leggiamo ancora. Mentre quello di Philip Roth è stato scritto vent’anni fa da uno scrittore che probabilmente leggeremo ancora fra duecento anni. Si tratta degli incipit di due capolavori, scritti da due grandi scrittori. Possiamo notare la straordinaria differenza di tono e di impianto che c’è tra i due.
Quello di Roth è teatrale, pieno di vita e di verve, shakespeariano, è come se ubbidisse alle leggi della tragedia, laddove l’incipit de Il rosso e il nero è piatto, un po’ anodino: è talmente descrittivo che sembra uno squarcio della guida turistica del Touring. Ciò denota la grande differenza fra questi due scrittori. Uno è sarcastico e grave come l’ultimo Roth e l’altro estremamente leggero come Stendhal. Uno punta tutto sulla forza della lingua, Roth, l’altro punta invece su delle trame efficaci, sulla psicologia dei personaggi, Stendhal. Ma al di là delle differenze fra questi due scrittori, c’è anche una differenza di secolo.

Il Rosso e il Nero. StendhalNel primo caso si capisce che ci troviamo di fronte a un incipit del Novecento, invece leggendo Stendhal ci rendiamo conto che è un incipit dell’Ottocento. E’ come se quest’ansia di entrare subito nel merito, l’ansia di entrare nel cuore della scena, come dicevano i latini ex abrupto, fosse un’ansia di questi tempi. Nell’Ottocento se la prendevano comoda, al punto tale che è pieno di incipit poco efficaci e brutti. Ad esempio l’incipit de’ les Illusions perdues di Balzac è un lunghissimo sproloquio sulle stamperie di provincia, cosa che oggi nessun editore sarebbe disposto a pubblicare.
Come giudicare questi due modi? Un nostalgico perbenista potrebbe pensare che nei nostri tempi bisogna entrare subito nelle cose: sono tempi in cui tutto è veloce, in cui o acchiappi subito il lettore o sei fottuto per sempre. Invece chi ama le magnifiche sorti progressive può dire il contrario, che finalmente oggi c’è maggiore rispetto per il lettore e non si vuole annoiarlo. Non sta a me giudicare, mi accontento di rivelare il fenomeno che naturalmente ha delle grandi eccezioni: il Don Chisciotte ha un incipit meraviglioso, così come La Princesse de Clèves di Madame de La Fayette.

L’incipit di Henry Fielding tratto dal suo capolavoro che si chiama Tom Jones, è un incipit stupendo ed è una delle eccezioni di cui parlavo perché è un incipit del Settecento. Sentite che roba:

Un autore non dovrebbe considerare se stesso come un gentiluomo che offra un pranzo in privato o per beneficienza, ma come il padrone di una taverna nella quale tutti sono benvenuti in quanto ospiti paganti.

Sentite già tutto lo spirito filisteo, un po’ mercantile di Fielding, quell’ironia tipicamente british, l’idea che un’opera letteraria è un menù in cui sta al lettore scegliere quello che più gli piace. Così, io e Annalena abbiamo deciso di provare a fornirvi un menù dei grandi incipit della letteratura e abbiamo cercato di dividerli in generi.

Herzog. Saul BellowAnnalena Benini

Se sono matto per me va benissimo, pensò Moses Herzog.

Questo è Saul Bellow in, Herzog, del 1964. Nella nostra distinzione questo è un INCIPIT CONFIDENZIALE. Sono le due prime righe intime di un romanzo che ha una struttura epistolare. E’ pieno di annotazioni, di impressioni, analisi, dolore, ironia. Noi leggiamo questa prima riga e sappiamo che abbiamo a che fare con qualcosa di diverso, con un personaggio che ci vuole raccontare immediatamente tutto di sé. E’ un uomo che si trascina dietro una valigia di carte. Scrive lettere a chiunque, amici, famigliari, personaggi famosi. E’ un uomo moderno e incasinato che vuole raccontarci il suo divorzio. Ce lo sta confidando lui stesso, immediatamente, ci sta dicendo che la gente pensa che lui sia pazzo e che a volte lui stesso pensa di esserlo. Con questo incipit sembra che siamo già amici perché lui ci racconta i suoi segreti, senza che nemmeno ci siamo guadagnati la sua fiducia, senza nemmeno passare attraverso una massima, una descrizione, un giudizio sul mondo, togliendo subito tutti i filtri. Ci siamo noi che leggiamo e lui che vive, sbaglia e viene umiliato. Ci facciamo i fatti suoi, ci consoliamo dei nostri guai con i suoi. Questi sono gli incipit e anche i romanzi che io preferisco, quelli che ci mettono in contatto diretto con la storia e con i personaggi.

David Copperfield. DickensAlessandro Piperno ha scritto nel suo saggio, Il manifesto del libero lettore, che ci sono storie che non possono essere raccontate in modo oggettivo, ma serve il calore della confessione e dell’impudicizia. E allora che cosa c’è di più impudico di: “Giura che non scoperai più le altre o tra noi è finita”? E’ il massimo della confidenza. Ci porta direttamente all’ultimo atto della vita di Drenka, che sta per morire, e del suo amante, Mickey Sabbath. Ed è come se noi fossimo lì che spiamo dal buco della serratura e la guardiamo implorarlo di non fare mai più l’amore con altre donne. Cosa che lui già sta facendo ma lei non lo sa. In questo viale del tramonto che ha già sformato i loro corpi ma non i loro desideri e le loro speranze, noi li amiamo, abbiamo pietà di loro, crediamo ad ogni parola e ad ogni bugia. Per me che ho una fissazione per la realtà e voglio essere portata altrove da qualcosa che però mi sia vicino, questo è l’incipit più entusiasmante.

La fissazione per l’incipit confidenziale per me è iniziata molto tempo fa, grazie al primo vero incipit confidenziale che mi ha catturato e che credo mi abbia cambiato come lettrice. Mi ha fatto fare un passo avanti dal mondo dell’infanzia al mondo degli adulti. Era il periodo in cui leggevo David Copperfield, Piccole donne, mi sembrava tutto abbastanza confidenziale. Certo non si può contestare che l’incipit di David Copperfield, del 1850, sia un incipit confidenziale.

Se io debba risultare l’eroe della mia vita, o se questo posto debba essere tenuto da un altro, lo mostreranno queste pagine. Per iniziare il racconto della mia vita con l’inizio stesso della mia esistenza, dirò che sono nato un venerdì, a mezzanotte in punto. Fu notato che cominciammo, l’orologio a suonare e io a strillare, simultaneamente.

E’ un incipit confidenziale ma con tutto il distacco ironico di un narratore sapiente in cerca di applausi. Ma nello stesso periodo di Dickens, Pattini d’argento, Il giardino segreto, capitò che a scuola, la nostra insegnante delle elementari ci dicesse che esisteva un diario di una ragazzina di Amsterdam, ebrea. Lo disse per incitarci a tenere noi stessi un diario e ci lesse le righe iniziali.

Spero di poterti confidare tutto, come non ho mai fatto con nessuno, e spero che mi sarai di grande sostegno.

Anna Frank
Anna Frank

12 giugno 1942. Una tredicenne di Amsterdam riceve per il suo compleanno un diario. Lo trova la mattina alle sette sul tavolo della cucina, impacchettato insieme agli altri suoi regali e decide che passerà il resto della vita a scrivere.
Il resto della vita, lo sappiamo, saranno due anni. Per quelle due prime righe così intime e così limpide, ho ossessionato mio padre e mi sono fatta comprare il Diario di Anna Frank in quarta elementare. Che però era ancora la versione vecchia, quella censurata dal padre di Anna, quella senza le riflessioni sul sesso e senza le parole, forse indicibili, sulla madre. Leggere questo diario ha sancito la mia fissazione per la mano che mi trascina subito dentro. Per l’inizio forsennato. Una storia personale dentro una storia più grande. Anche perché questa non è una voce adolescenziale, ma come ha scritto Philip Roth, questa è un’adolescente vera, non finta come David Copperfield, ma senza voce adolescenziale. Non è un’adulta che si finge adolescente e non è nemmeno Salinger che comincia Il giovane Holden con quell’incipit famosissimo e confidenziale del 1951 che ora vi leggo:

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre.

Il giovane holden. The Catcher in the Rye - J.D. Salinger
Il giovane holden. The Catcher in the Rye – J.D. Salinger

Un incipit bellissimo, famosissimo, confidenziale, un po’ frivolo. Ma l’incipit di Anna è una cosa più grande perché è un’adolescente chiusa fuori che più di ogni altra cosa vuole che la facciano rientrare nel mondo e che decide di raccontare, rivedere, revisionare la sua storia per consegnarla a questo mondo. Ogni giorno si siede al tavolo a scrivere, a riscrivere, vuole andare a Parigi, pensa di essere destinata a qualcosa di grande, le piacciono i vestiti, odia sua madre e dice: “Sono giovane, sono forte, sto vivendo una grande avventura”. Vuole essere letta, è per questo che scrive e in quell’incipit parla a me, proprio a me. Dice: “Vivi, tu che puoi, e intanto salvami, leggendomi, almeno come scrittrice”.

Aden Arabia. Paul NizanAlessandro Piperno
A questo punto passiamo all’INCIPIT SAPIENZIALE. Se gli incipit confidenziali si rivolgono direttamente al lettore, l’incipit sapienziale invece ha una finalità apparentemente più alta, quella di dirigersi al genere umano. L’incipit sapienziale è quell’incipit che ha l’ambizione di esprimere una verità generale. Di solito in questi casi si citano quelli di Jane Austen su l’uomo da sposare e quello di Tolstoj sulle famiglie felici e infelici. Questi incipit ci regalano una verità e sono molto amati dai lettori perché hanno la sensazione che la letteratura serva a qualcosa, che li aiuti a vivere. Ho scelto due incipit sapienziali stupendi, uno appartiene a Paul Nizan e l’altro a Joseph Conrad, scrittori non proprio coevi ma che per un certo tempo hanno convissuto nella stessa epoca e che girano intorno alla stessa questione: quella della giovinezza che tra l’altro è uno dei temi più cari alla narrativa ottocentesca e non solo. Siamo di fronte a due romanzi di formazione. Questo è Aden Arabia di Paul Nizan.

Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

Sentite La linea d’ombra di Conrad!

Soltanto i giovani hanno momenti del genere. Non dico i più giovani. No. Quando si è molto giovani, a dirla esatta, non vi sono momenti. È privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione. Ci si chiude alla spalle il cancelletto dell’infanzia, e si entra in un giardino d’incanti.

Anna Karenina. Lev TolsojNon so che infanzia e che giovinezza avete avuto voi. Stendo un velo pietoso sulla mia. Però come vedete Conrad e Paul Nizan la pensano in modo diverso. Per uno è una cosa talmente spaventosa, per l’altro è un giardino d’incanti. Chi ha ragione tra Nizan e Conrad? Per me talvolta ha ragione l’uno, talvolta l’altro. Ma chi ha ragione al di là del mio giudizio? Hanno ragione entrambi perché in realtà non vogliono avere ragione, non è questo il punto, la letteratura è qualcosa di fittizio che ci deve più suggestionare che dare delle verità universali. Ciò che conta non è tanto la verità espressa, ma il modo di esprimerla. Un incipit sapienziale non ci deve dire la verità, ma ci deve dire “bene” una verità. Tanto che l’incipit di Anna Karenina di Tolstoj vale anche se ribaltato.

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.

E si può dire anche l’esatto contrario.

lllFI

 Fine della prima parte

Prossimamente la seconda parte con gli incipit cinematografici, icastici, perturbanti e pirotecnici.

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

  1. Buongiorno, vorrei proporvi questo incipit di Kerouac ne I sotterranei ( ha 36 anni quando scrive questo romanzo) : « Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato che non è più padrone di sé e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia — questo tanto per cominciare dal principio con ordine ed enucleare la verità, perché è proprio questo che voglio fare. »
    Secondo me non è solo un incipit ma una specie di avvertimento rispetto a quello che si andrà a leggere, ma forse tutti gli incipit hanno questa funzione.

  2. Buongiorno Daniella, grazie per aver condiviso quest’incipit e le tue riflessioni su di esso. Sì, hai ragione: un incipit efficace dovrebbe avere la funzione di far entrare immediatamente dentro sia la storia che lo spirito del libro, ovvero di fornire al lettore un setting e un’intenzione. Infatti, in questo caso Kerouac indubbiamente ci offre una dichiarazione d’intenti: il protagonista si presenta, e ci dice il motivo per cui si rivolge al lettore e sente l’urgenza di raccontare la propria storia.

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