Essere nel futuro. Intervista a Pier Luigi Capucci

Per il terzo capitolo di questa rubrica, ho voluto parlare con un professore. Ma anche un appassionato di tecnologie (e vedremo perché il plurale è importante). Pier Luigi Capucci è, infatti, un esperto del mondo complesso del virtuale e lo ha dimostrato nei tanti anni della sua attività. Un percorso che prosegue, dunque, sui binari del rapporto corpo-tecnologia e sul futuro dell’uomo come soggetto creativo.

Pier Luigi Capucci
Pier Luigi Capucci

D: Lei si occupa delle tematiche che tocchiamo in questa rubrica da oltre trent’anni. Come si è avvicinato a questo ambiente? Cosa l’ha attratta di questo mondo complesso? E perché ha voluto rimanere in Italia nonostante un riconoscimento internazionale?

R:  Ho cominciato perché mi piaceva occuparmi del futuro. Volevo sapere cosa sarebbe successo. Volevo interrogarmi sulla ricerca, l’evoluzione delle tecnologie, sul loro impatto sulla vita quotidiana e sulla società. Mi sono laureato con una tesi su questo argomento: Computer Imaging e Immagini tridimensionali. Ho proseguito come cultore della materia e da lì sono stato contattato per dei seminari e poi dei corsi, sempre sul cambiamento che la scienza e la tecnologia apportano alla nostra società. Sulle sirene internazionali, quando ho iniziato io  – 30 anni fa – c’erano meno occasioni di approfondire la ricerca all’estero e poi c’era la mia famiglia qui: ricordo di aver rifiutato anche una proposta dell’Università di Chicago….

D: Per proseguire lungo il file rouge che lega i capitoli di questa rubrica vorrei continuare a parlare di corpo e tecnologia. Il corpo sta diventando una macchina? Oppure rimarrà sempre ancorato alla sua fisicità? Lei conosce i maggiori artisti di body art del mondo: ci racconti la tua esperienza, da studioso e da appassionato.

Pier Luigi CapucciR: La questione del rapporto tra corpo e tecnologia è un delle più interessanti e dibattute degli ultimi trent’anni. Da un lato abbiamo la disumanizzazione del corpo – che vira verso una dimensione “macchinica”; un corpo che diventa solo un coacervo di funzioni. Dall’altro abbiamo un punto di vista opposto: il corpo come fulcro di tutto il movimento culturale/tecnologico. Nel 1994 ho curato un libro, Il Corpo tecnologico, con Francisco Varela, biologo, filosofo e neuroscienziato cileno, dove ho inteso il corpo come l’epicentro di tutto il processo epistemologico umano. Dal lavoro sulle interfacce che puntano sul corpo umano, alle ricerche tecnologiche, alle esperienze di realtà virtuale.

La domanda vera è: “Di quale corpo si tratta?”.  E qui  si apre un altro capitolo molto ampio. Perché il Corpo è storicamente determinato: è influenzato, formato e plasmato dall’epoca che lo genera e nella quale vive e si relaziona. Oggi ad esempio, è molto più generico di un tempo. E difficile da definire.

D: Lei si è occupato anche di relazioni interpersonali online. Da accanito fruitore di social media e creatore di reti virtuali cosa può dire a me e ai nostri lettori di questo flusso crescente di incontri telematici? Come si relaziona con i nativi digitali?

R: Siamo all’inizio di un percorso estremamente interessante ma che impone, a mio parere, un cambio di paradigma nelle comunicazioni. Partiamo dalle basi. Va detto che la maggior parte del mondo lo conosciamo attraverso i media. Tutto è mediato. E i social media aumentano questa massa di informazioni perché le portano a un livello di discussione e dibattito dialettico. C’è una maggiore interazione.

Da un lato questo è un processo positivo perché produce una crescita culturale collettiva grazie alla diversità dei punti di vista dei dialoganti. Ma c’è anche un lato negativo: ossia l’assoluta volatilità di queste informazioni, che richiedono una sorta di regolamentazione. Già dagli anni ‘90 si discuteva sulla democrazia telematica: ne ho parlato in molti seminari, dove ho incontrato anche il professor Rodotàimpegnato su questo fronte.

Stefano Rodotà
Stefano Rodotà

Io non ho mai creduto a coloro che sostenevano la validità della Democrazia Telematica a cui veniva delegata una  parte della discussione politica. Perché ci deve essere una mediazione netta tra i fatti e le decisioni. La Politica è, e deve essere, solo rappresentanza. E non uno strumento che alimenti facili istinti di pancia per raggiungere precisi obiettivi. Perché questa io la chiamo “politica dell’incanto”, che guarda solo al presente. Mentre per me la vera politica deve guardare soprattutto al futuro. In questo contesto i social media possono essere deleteri, anche se spesso producono ricchezza culturale. Insomma, come sempre, ci vuole equilibrio.

D: Nella home page del suo sito lei cita una bella frase di Pier Paolo Pasolini: “la mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”. Cosa vuol suggerire con questa riflessione in primo piano?

Pier Luigi Capucci
Pier Luigi Capucci in concerto

R: Amo molto quesa citazione perché è collegata alla mia vita. Ho spesso sposato posizioni impopolari. E se si seguono idee non popolari si rimane isolati. Il pensiero critico è sempre un pensiero intrinsecamente solitario. Ed è importantissimo che sia così. La capacità di porsi in  modo critico col pensiero crea una forte indipendenza e non può mai essere un pensiero di massa. L’innovazione è quasi sempre inversamente proporzionale al giudizio di massa. Ma non bisogna nemmeno rinunciare a provare: è ancora una volta una questione di equilibri. Serve sempre e solo il “giusto mezzo”. Occorre pensare al di là del presente. Mentre invece la cultura italiana rimane sempre invischiata nel qui e ora. Facciamo davvero una grande fatica ad innovare.

D: Nel 1994 nasce NetMagazine, poi rinominata MagNet: la prima rivista italiana online, da lei fondata e diretta. Mentre nel 2000 parte l’avventura di Noema di cui è Fondatore e Presidente. Ci parli di questa storia: come si è evoluta questa sua “creatura” virtuale?

R: Come detto, a me interessava il futuro. Ero un cultore della materia, senza riconoscimento ufficiale. Mi erano stati assegnati dei seminari e conobbi una casa editrice che lavorava con la rete. Con un piccolo gruppo di studenti decidemmo di creare la prima rivista online italiana – anche se allora non lo sapevamo ancora! – su cultura e società. Nel 1994 il web era ancora in una fase di gestazione, non era affatto quello che conosciamo ora. Dovevamo scrivere ogni cosa con il codice html, imparando tutto da soli. Ricordo anche che facemmo la prima gif animata in Italia. Poi il progetto si concluse nel ‘98, quando venni chiamato come ricercatore alla Sapienza di Roma.

Nel 2000 ho voluto ricominciare con NOEMA: una rivista virtuale che si occupava delle nuove tecnologie emergenti. Un ritrovo online internazionale, con contributi in inglese di esperti di tutto il mondo. Perché, bisogna dirlo, fuori dall’Italia l’attenzione e la passione per questi temi è maggiore. Nel nostro Paese c’è ancora un grande ritardo. Non è un caso che NOEMA esista ancora: perché è utile e non è troppo insidiata dai competitors nostrani.
Per fare un esempio del nostro ritardo cronico, possiamo citare il tema del virtuale: il termine “Virtuale” viene usato in politica e nel giornalismo quasi sempre in senso negativo. E questo la dice lunga sulla nostra cultura attuale. Il virtuale è invece altrettanto reale del reale. Anzi le cose più importanti della nostra vita sono virtuali: sono priezioni della nostra realtà fisica. E’ solo diverso – e come tutte le cose diverse, ci fa un po’ paura.

D: Viviamo in un’epoca plurale e verticale. Ha ancora senso parlare di “Tecnologia“? O forse è meglio distinguere le tante forme di tecnologie che ci circondano? Vorrei che ci lasciasse con un pensiero a riguardo, e un augurio.

R: Stiamo assistendo a una straordinaria accelerazione tecnologica nelle capacità umane e in tutta una serie di discipline. Scienza e tecnologia sono quasi giornalmente alla ribalta, con nuove scoperte sensazionali portate all’interno del corpo sociale. Ed è una cosa totalmente nuova per il genere umano! Come sempre occorre cautela, perché il rischio di luddismi o entusiasmi è dietro l’angolo: da un lato c’è l’istinto di abbandonare tutto e ritornare al passato, per paura del futuro. Dall’altro abbiamo il culto cieco di tutto ciò che è Innovazione.
Umberto Eco giustamente parlava di “apocalittici e integrati” per distinguere queste due prese di posizione. Dunque, soprattutto oggi, serve porsi in una posizione critica. In un territorio grigio: il territorio più  difficile da abitare. Secondo me non ha alcun senso limitare o vietare cose che possono ampliare la conoscenza umana. Ma d’altro canto bisogna comprendere fino in fondo le novità che ci circondano.

Dobbiamo riuscire a guardare NEL futuro e non nel passato.

Prendiamo come esempio il concetto di Innovazione: è dappertutto. Una parola sulla bocca di tutti, ormai. Ma il problema è che noi non sappiamo cosa davvero sia “innovazione”! E’ un’idea che sfugge tra le mani. Per me significa uscire dal cerchio. Cambiare i paradigmi – mentre gli altri lavorano dentro il recinto stabilito. Anche perché noi, animali sociali, abbiamo letteralmente un piede nel futuro. Sappiamo cosa faremo questa sera, chi incontreremo domani e così via. Siamo sempre proiettati nel futuro. Il Futuro è la nostra dimensione. Siamo l’unica specie vivente che possiede questa capacità: di guardare e vivere NEL futuro.
Insomma, l’uomo è sempre e comunque – come diceva il filosofo Cassirer – “un animale simbolico”. E grazie a questa peculiarità, vive il futuro nel suo presente.

Venuto involontariamente al mondo nel 1990, inquieto per natura, mi definisco un “Umanista 4.0”. Laureato in Storia e Filosofia, ora mi occupo di scienza a 360 gradi, con una particolare passione per la Robotica e l’Intelligenza Artificiale, collaborando per Radio 24, Linkiesta e Triwù.

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