I migliori incipit di sempre
2a parte

In un incontro al teatro Piccolo Eliseo di Roma, Alessandro Piperno e Annalena Benini hanno scelto e letto quelli che secondo loro sono i migliori incipit letterari di sempre. Nella prima parte hanno parlato degli incipit confidenziali e sapienziali. Ora tocca a quelli cinematografici, gli icastici, i perturbanti e per finire, i pirotecnici.

I migliori incipit di sempre. Cronache Letterarie. Photo © Tiziana Zita

E poi c’era il brutto tempo. Arrivava da un giorno all’altro, una volta passato l’autunno. Alla sera dovevi chiudere le finestre per la pioggia e il vento strappava le foglie degli alberi di place Contrescarpe. Le foglie giacevano fradice nella pioggia e il vento sbatteva la pioggia contro il grande autobus verde al capolinea e il Café des Amateurs era pieno di gente e le finestre tutte appannate per il caldo e il fumo di dentro.

Annalena Benini
Questo è Ernest Hemingway, Festa mobile, romanzo pubblicato postumo nel 1964. E’ un INCIPIT CINEMATOGRAFICO perché come avete ascoltato è una sorta di piano sequenza in cui l’autore parte da un’inquadratura vasta e stringe a poco a poco sempre di più il campo, fino ad arrivare ad un dettaglio. In questo caso arriva fino al protagonista, un giovane scrittore innamorato, pieno di speranza, che lavora in una stanza all’ultimo piano del palazzo dove è morto Verlaine. Siamo a Parigi naturalmente. Esce da lì perché fa freddo e va a rifugiarsi in un caffè di Place Saint Michel.

Ernest Hemingway nel 1923, a 24 anni.

Festa mobile è stato pubblicato nel 1964 ma l’incipit cinematografico è il più diffuso nei romanzo dell’Ottocento. E qual è l’incipit cinematografico più famoso? “Quel ramo del lago di Como…” de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, dove c’è un gigantesco, lunghissimo, movimento di macchina, un gigantesco dolly panoramico che a poco a poco finisce su Don Abbondio che su un viottolo di campagna, bel bello, se ne sta tornando a casa dalla passeggiata. Di solito per rendere il quadro più dinamico, negli incipit cinematografici ci si affida ai mezzi di locomozione. I francesi hanno un debole per le carrozze e i piroscafi, gli inglesi per i cavalli al galoppo e i russi sono pazzi per i treni. Per conferire più atmosfera alla scena, di solito ci sono precise indicazioni sull’ora, sulla stagione e soprattutto sulle condizioni climatiche. A volte questa passione metereologica può prendere la mano. E’ il caso del fantastico incipit de L’uomo senza qualità, del 1930, in cui Musil sembra fare la parodia del tipico incipit dell’Ottocento.

Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica.

Io non ho grande interesse per il meteo, né per la geografia, né per le condizioni atmosferiche, odio gli ombrelli e sono totalmente indifferente a tutti i mezzi di locomozione, quindi negli incipit cinematografici ho bisogno degli esseri umani. Ho bisogno che arrivino, che qualcosa li richiami. Il lungo piano sequenza deve farmi trepidare per l’arrivo di qualcuno. Anche Don Abbondio va bene. Oppure, come avviene nell’incipit bellissimo de Il commesso di Bernard Malamud, c’è la descrizione del vento dell’alba, quando ancora è notte, è ancora buio e questo vento serve a sbattere il grembiule in faccia al negoziante – il protagonista – che raccoglie le cassette del latte al bordo del marciapiede. O le condizioni atmosferiche devono corrispondere allo stato d’animo dei protagonisti. Devono rivelarci qualcosa dell’atmosfera interiore degli esseri umani che stanno per arrivare. E’ il caso di un incipit molto recente: Le correzioni di Jonathan Franzen, del 2001, che ci dà un assaggio di come si sente e di quel che accadrà alla famiglia Lambert:

Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia.

Alessandro Piperno
Annalena ha messo il dito nella piaga perché alla fine quello che chiediamo a un buon incipit è che ci restituisca il fattore umano, che lo illumini: serve a creare un’atmosfera che possa introdurre qualcosa di memorabile. Ma ci si può anche accontentare di un oggetto. Cosa che ci ha insegnato il più grande maestro francese del romanzo dell’Ottocento, Flaubert, con la sua ossessione feticista. Pare che come un serial killer avesse una collezione di scarpette da donna che defraudava qua e là. Ma quello che conta è l’idea che gli oggetti abbiano un’importanza sostanziale in letteratura. Sono le cose che poi ti ricordi. C’è il famoso saggio di Auerbach che studia questa idea. L’idealismo ha a che fare con gli oggetti, con una collezione di oggetti. Da qui ci siamo mossi per ipotizzare un altro tipo di incipit: gli INCIPIT ICASTICI, ovvero quelli che ci restituiscono un’immagine forte e profondamente bizzarra. Questo incipit si incarna perfettamente con il massimo scrittore inglese del XIX secolo, Charles Dickens, che aveva una tale sensibilità per la natura degli oggetti, che quasi tutti i suoi incipit hanno la capacità di regalarci un’immagine che rimane là per sempre. Tra le tante, ho voluto sceglierne una, magnifica, del romanzo Dombey e figlio (Dombey and Son).

Dombey era seduto nell’angolo della camera in penombra, sulla grande poltrona accanto al letto, e il Figlio era avvolto al calduccio in una cesta posata con cura su un basso divano proprio davanti al fuoco e molto vicino ad esso come se, simile ad un muffin per costituzione, appena fatto andasse abbrustolito.

Che meraviglia! Siamo in un classico interno fiammingo. Direi che è una tipica atmosfera dickensiana. C’è l’inverno, c’è il bambino. Sebbene l’atmosfera sia suggestiva, non c’è niente di realmente originale, se non un dettaglio, quella straordinaria similitudine. Dickens paragona quel fagotto di un bambino che tiene in braccio il padre, niente meno che a un muffin appena sfornato, che proprio come un muffin viene messo vicino al camino per essere abbrustolito. La cosa per cui questa immagine ci rimane impressa per sempre, è innanzitutto la bizzarria. C’è una gran difformità tra un oggetto inanimato, per quanto buonissimo come un muffin, e un bambino in fasce. Però qualcosa li tiene fortemente assieme. Un bambino è piccolo, è tenero, è appena sfornato, come il muffin. L’elemento in comune che rende questo incipit geniale è che il muffin e il bambino appena sfornati stanno per essere divorati dalle fauci della vita. Che è proprio il tema di questo straordinario romanzo dickensiano.

Annalena Benini
Se Dickens è l’eroe degli incipit icastici, l’eroe degli INCIPIT PERTURBANTI, che è un’altra divisione che abbiamo fatto, è Kafka. E quindi devo per forza leggere l’incipit de La metamorfosi, del 1915.

Quando Gregor Samsa si risvegliò un mattino da sogni tormentosi si ritrovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco.

Vladimir Nabokov bocciava all’università gli studenti che non sapessero di che insetto esattamente si trattasse e anche gli studenti che non avevano in mente l’esatta planimetria dell’appartamento di Gregor Samsa. Si trattava di uno scarabeo stercorario tondeggiante e questo è molto importante. Non poteva essere una qualunque blatta marrone – anche se era marrone – perché avrebbe potuto agevolmente volar fuori dalla finestra e salvarsi. E’ un incipit fantastico in cui forse la letteratura adempie il suo massimo compito, quello di portarci in un mondo magico. Ciò che perturba, anzi fa soffrire, commuove e strazia, è che dopo le primissime righe, quelle del risveglio, quelle in cui Gregor si guarda e vede queste zampette esilissime, tremolanti, in confronto al corpo gigantesco, ecco che ritornano tutti i pensieri realisti di un commesso viaggiatore che vive con i genitori, che pensa che non riuscirà ad arrivare al lavoro in tempo, non riuscirà a prendere il treno, il capufficio si arrabbierà, anzi il capufficio sta per bussare alla porta. E’ di un realismo assoluto dentro la magia. Ed è questo che turba. Perché non c’è uno scarafaggio che parte per la luna, ma c’è uno scarafaggio che si commuove a sentire la voce di sua madre. Sua madre che è schifata da lui.

C’è uno scarafaggio che muore, probabilmente di setticemia perché suo padre gli ha tirato una mela addosso. Quella mela si è conficcata nel suo carapace e ha fatto infezione. E soprattutto c’è un uomo che accetta di ritrovarsi così. La commozione è data dal fatto che Gregor, il commesso viaggiatore che si ritrova scarafaggio, prova a riaddormentarsi come faremmo forse tutti sperando di risvegliarci normali. E poi pensa addirittura che sia tutta colpa delle levatacce per il suo lavoro che esegue con diligenza per far contenti i suoi genitori con cui vive e che lo abbandoneranno presto, anzi lo uccideranno. Lui prova a dire anche: “Sì, grazie mamma, mi sto alzando” e gli esce un frinire incomprensibile. A fronte di questo destino fantastico, c’è un’accettazione mite che è struggente, sconvolgente. Ed è l’accettazione che ritroviamo anche in un altro incipit, sempre di Kafka e sempre saturo di infelicità.

Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K., perché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato.

Anche ne Il processo c’è il tentativo mite di Joseph di mantenere una vita normale, senza ribellarsi. Lui vuole semplicemente fare colazione, vuole ragionare. Quello che sconvolge è che è magico e pure reale. A vent’anni lo leggiamo pensando: “Uao, che invenzione pazzesca!” A quaranta invece pensiamo che spesso le cose possono andare davvero così, che un uomo muore come un cane, pugnalato da non si sa chi, pensando che solo la vergogna gli sopravviverà. Che cosa c’è di più perturbante?

Gabriel Garcia Marquez. Cent'anni di solitudine

Alessandro Piperno
Incipit confidenziali, incipit sapienziali, incipit cinematografici, incipit icastici e incipit perturbanti. A questo punto c’è quello che forse è il mio preferito, l’INCIPIT PIROTECNICO. Quello che non si affida a un’emozione che è nella storia, o a un elemento figurativo, o a un personaggio, ma semplicemente ai suoni della lingua e a tutto ciò di cui una lingua si avvale, la morfologia, la sintassi, la punteggiatura. Nello stravolgerle si ottengono degli effetti straordinari. Molti di voi ricorderanno il famoso incipit di Cent’anni di solitudine di Marquez, il cui segreto sta nell’uso del condizionale.

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

L’incipit celeberrimo con cui vorrei chiudere questa carrellata è forse la massima performance linguistica del secolo scorso, farina del sacco di Vladimir Nabokov, Lolita. Dovrò leggerlo in inglese perché se ci sono degli incipit intraducibili sono proprio quelli pirotecnici. Poi leggeremo anche la bellissima traduzione adelphiana che tenta di ricreare quello che è in-ricreabile.

Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta. She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

Una cosa che non abbiamo detto è che l’incipit è un elemento che può essere paragonato al DNA di un libro. Se è un grande libro e se è un grande incipit ne contiene in qualche modo il segreto in tutti i suoi elementi, senza però svelarlo. In questo incipit c’è tutto il cuore di Lolita. Che libro è Lolita? Volendolo considerare freddamente si può dire che ci troviamo di fronte a un libro che ha due caratteristiche. Il fatto di essere fortemente pornografico e di essere un libro tragico. E’ stato notato da un grande scrittore inglese contemporaneo, che tutti i personaggi di Lolita, nel momento in cui noi leggiamo sono morti. Humbert Humbert, che è questo bieco individuo, professore di francese come me, che ha contribuito involontariamente alla morte della madre di una dodicenne, per poi rapirla, diventarne il padre e stuprarla in giro per l’America… questo tizio e tutti gli altri componenti della tragedia, in realtà sono morti. Nel momento in cui leggiamo il libro ci vengono date delle notizie estremamente implicite da parte dell’autore, che in realtà sono tutti morti. Evidentemente Nabokov, che stava trattando una materia pericolosa e profondamente incandescente, ha sentito l’esigenza di alcune accortezze. Un’accortezza era questa. E’ come se il libro pagasse un debito nei confronti di una brutta storiaccia e quindi c’è una catarsi interna perché sono morti tutti. E’ morto Humbert, è morta Lolita, è morta la madre di Lolita, è morto il competitor di Humbert.

Vladimir Nabokov

Ma l’altro elemento che in qualche modo riscatta questo libro tragico e pornografico, è proprio la voce del narratore. La voce di questo Humbert che si presenta sin dal principio in modo enfatico ma allo stesso tempo giocoso. Per farvi capire cosa intendo, c’è una cosa che dico sempre ai miei studenti, proprio per far comprendere come ciascuno stile è adeguato al libro. Immaginate se Se questo è un uomo fosse scritto con lo stile di Nabokov in Lolita. Oppure immaginate se Lolita fosse scritto con lo stile di Se questo è un uomo. Se Se questo è un uomo fosse scritto con lo stile di Lolita sarebbe intollerabile perché si farebbe del gioco virtuoso con qualcosa di tragico che ci perturberebbe e ci darebbe estremamente fastidio. Pensate però se Lolita fosse scritto con lo stile di Primo Levi. Uno stile piano, asciutto, estremamente preciso, che mescola letteratura a storia a cronaca, probabilmente avremo un senso di asfissia. Sentiremmo tutta la pornografia. Ed è esattamente questa la ragione per cui Nabokov sceglie, per raccontare questa storia allo stesso tempo tragica e pornografica, uno stile che sia una straordinaria invenzione linguistica. E’ come se la pedofilia fosse sostenibile solo in una grande invenzione linguistica. Solo se noi ci convinciamo che Humbert è un grande prestigiatore, riusciamo a tollerare tutto quello che da lì in poi ci racconta. Tornando a questo incipit straordinario, quando Lolita entra in campo è come se si preparasse un balletto. Quello che raccontano Nabokov, Humbert, della loro Lolita è un balletto che fa pensare quasi al tip tap. Sentite che meravigliosa onomatopea.

The tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth.

Ta, ta, ta. E’ stupendo. E’ ciò che rende questo romanzo così straordinario e questo incipit così ineguagliabile.

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