Write drunk
Kerouac e il suo delirio alcolico in “Big Sur”

Un fotogramma del film “Big Sur” del 2013
Un fotogramma del film “Big Sur” del 2013

Quando si tratta di Jack Kerouac non posso e non voglio essere obiettiva, visto che da lui mi sento rappresentata sia letterariamente che umanamente (anche se non mi sono mai drogata e di vino bevo giusto un bicchiere a tavola). Quindi non ho difficoltà a dire che Big Sur è un capolavoro alla stregua di Sulla strada, I vagabondi del Dharma o I sotterranei. Però a differenza dei suoi precedenti romanzi, tutti volti alla ricerca di una visione salvifica di se stesso, Big Sur è il romanzo della resa. Resa alla causa, cioè la sua angoscia esistenziale, e alla sua diretta conseguenza, cioè l’alcol. Se prima gli amici, i viaggi, le ragazze, erano vissuti come una possibile guarigione dal male di vivere, in Big Sur c’è solo la bottiglia.

Tutti i romanzi di Kerouac sono autobiografici, ma lui ha la capacità di rendere universale la propria storia individuale e questo, indipendentemente dal tempo e luogo in cui è ambientata, ci fa identificare perché parla anche di noi. In Kerouac poi, autobiografico è anche lo stile, cioè la prosa spontanea che inventò a partire da Sulla strada. Quello di cui si cura è il processo della scrittura più che il risultato. Anzi per lui processo e risultato non sono separabili. In questo senso quello di Kerouac è un tentativo di scrittura e non una scrittura come comunemente la intendiamo, fatta cioè di trama, personaggi, descrizioni. Ma non è neppure sperimentalismo, perché non c’è niente di cervellotico in lui, c’è solo una profonda ricerca dentro se stesso per trovare la sua voce interiore e tirarla fuori con lettere, parole, frasi. Kerouac scriveva come sentiva. Ecco dove sta tutta la sua magia. Quello che molti suoi detrattori non sanno e non possono capire è che, nella sua concezione, scrivere è il tentare. Ed è il tentare che produce lo stile inconfondibile di questo scrittore, facilmente imitabile se ci si attiene alla forma, cioè al flusso spontaneo della prosa che lui praticava e teorizzava.

Kerouac interpretato da Jean-Marc Barr nel film “Big Sur”
Kerouac interpretato da Jean-Marc Barr nel film “Big Sur”

Big Sur (pubblicato da Mondadori) l’ho letto una prima volta parecchi anni fa, ma recentemente l’ho ripreso in mano perché volevo imparare qualcosa dal Kerouac poeta. Infatti le ultime pagine del romanzo contengono un lungo poema intitolato “Mare”, dove lo scrittore cerca di tradurre in parole la voce del mare. Per scrivere questo strano e a volte incomprensibile poema, Kerouac passò molte notti sulla scogliera di Big Sur, ascoltando l’oceano e non smise di scrivere fino a quando  non fu convinto di aver fatto del suo meglio.

Il poeta Lawrence Ferlinghetti

A parte il poema sul mare, il romanzo contiene un unico tema, quello della fuga. In questo caso Kerouac fugge dal se stesso alcolista metropolitano per ritrovarsi ad essere un alcolista naturista. Rappresenta la sua parabola discendente, non c’è più l’epopea della strada sotto l’ala protettrice di Neal Cassady, non ci sono più gli amici che gli insegnano come sfuggire alla disperazione con il buddismo, come aveva tentato Gary Snyder, non c’è più nulla cui aggrapparsi, solo la pura disperazione alcolica.
Al successo di Sulla strada (vedi qui la nostra recensione) era seguito per Kerouac un periodo di tristezza e fastidio dovuti all’essere considerato lo scrittore delle scorribande per bar e locali. La gente gli arrivava sotto casa urlandogli: “Vieni giù Jack, andiamo a bere insieme!”. Per questo era fuggito dalla casa di sua madre a Long Island ed era andato a San Francisco, dove doveva incontrare Ferlinghetti che gli aveva offerto di rifugiarsi nel suo capanno a Big Sur, regione costiera della California con uno straordinario panorama.

Ma, come racconta nel romanzo, Kerouac si era incagliato nel suo solito modo di fare: bere fino a sfinirsi per giorni e giorni. Alla fine a Big Sur c’era andato e per tre settimane si era sentito bene, in empatia con gli alberi, gli animali, il mare, gli oggetti trovati nella casa di legno di Ferlinghetti. Nella prima parte del romanzo ci sono infatti meravigliose e mistiche pagine in cui lo scrittore prende in esame le piccole cose che lo circondano, il cibo, i barattoli, la stufa. Qui Kerouac è il Giorgio Morandi della parola; nel vasetto di olive su una scansia, negli spaghetti col pomodoro o nel formaggio Roquefort, Kerouac vede quello che vedeva Morandi nelle sue umili bottiglie: la mano di Dio. C’è la mano di Dio in tutto ciò che è umile, modesto, dimesso. Vedere intorno sè la presenza di qualcosa di divino, di fugace ma al tempo stesso eterno, lo fa sentire in pace con se stesso e il mondo. Ma dura poco. “Eppure impazzii di lì a tre settimane”, scrive.

Tornato a San Francisco ricomincia a fare la solita vita attaccato alla bottiglia, poi con Ferlinghetti e altri torna a Big Sur. E qui tutti si danno alle bisbocce. Bere sembra l’attività prevalente della comitiva. Quindi Jack Kerouac si ritrova prigioniero di quella che nel romanzo chiama “la tortura di Dio” e cioè il rimorso e l’angoscia che lo prendono ogni volta che tenta inutilmente di allontanare la bottiglia dalla sua vita. In queste righe del romanzo c’è una descrizione clinico-psicologica dell’alcolismo: lingua bianca e disgustosa, denti macchiati, capelli secchi, occhi cisposi, perfino bava agli angoli della bocca e poi quella “sensazione contorta di non più, di mai più”.
Quando scrive queste parole Kerouac ha solo 38 anni. Morirà a 46 proprio per gli eccessi dovuti all’alcol. Scrivere Big Sur ha significato per lui raccontare l’ultima sua battaglia contro l’alcol. Quale significato hanno infatti le giornate passate nella contemplazione dei boschi e le nottate passate ad ascoltare la voce dell’oceano se non quello di distrarsi dal demone dell’alcol e credere di poterlo sconfiggere?

C’è anche la tregua che gli dà la presenza di Neal Cassady che lo viene a trovare con tutta la sua famiglia. Quanta nostalgia nelle righe dedicate a questo incontro per il passato rapporto con Neal, che lo definisce “lacrimae rerum”. Del resto tutta la vita e la produzione letteraria di Kerouac sono una lunga sequela di lacrime. Tutto nelle sue opere è raccontato con la nostalgia dell’attimo di gioia appena intravisto e già perduto, come un paradiso sognato ma mai vissuto. Anche la la breve storia d’amore raccontata in Big Sur, con una strana ragazza di nome Billie. L’amore per lei è bello e allo stesso tempo triste, e presto finisce, dando origine nell’ultima parte del romanzo ad un delirio paranoico in cui lei e l’altra coppia che è in vacanza a Big Sur – i poeti Philip Lamantia e Lenore Kandel -, la stessa natura, la casa e l’oceano cospirano per farlo soffrire, annientarlo, ucciderlo.
In un momento di lucidità lo scrittore dice a Billie: «Tu hai (tuo figlio) Elliott al quale io non piaccio e lui non piace a me e in realtà neppure tu mi piaci e io non piaccio nemmeno a me stesso, come la metti?». Direi che è la sintesi della sua vita e anche della sua produzione letteraria, visto che in Kerouac le due cose coincidono.

hh

Scrive romanzi, poesie e haiku; ha insegnato lettere e guidato corsi di scrittura creativa. Appassionata di letteratura beat e hippy, soprattutto Kerouac, Ginsberg e la poetessa americana Lenore Kandel. Suoi romanzi pubblicati sono “Il bardo psichedelico di Neal” ( ispirato alla figura di Neal Cassidy e “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità”. E' appena stato pubblicato presso Parallelo 45 Edizioni il suo romanzo "1968" sulla Bologna di quel mitico anno.

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