La valle perturbante e il problema dell’identità

Quarto apputamento di questa rubrica e, dopo tre interviste, all’alba di un nuovo anno ho voluto approfondire un’idea che finora è rimasta sullo sfondo delle nostre riflessioni. Sto parlando dell’identità.

Il problema dell’identità è sempre stato un cruccio per molti intellettuali. Soprattutto nel ventesimo secolo, le riflessioni di filosofi, antropologi, sociologi e psicologi si sono spesso concentrate sulla problematicità dell’entità del soggetto e dell’interazione tra identità plurime. Lungi dall’aver trovato soluzioni – ma si sa, le domande sono sempre più affascinanti delle risposte – ora questo dilemma tocca anche i robot, ossia qualsiasi macchina in grado di svolgere, più o meno indipendentemente, un lavoro al posto dell’uomo.

Il deficit più eclatante palesatosi in questi anni di studi ed approfondimenti è l’angoscia che l’essere umano prova di fronte a un robot “umano, troppo umano”.

Nel 1970, lo studioso di robotica Masahiro Mori fece una ricerca interessante. Analizzò a campione alcuni umani in relazione a robot umanoidi. Il senso di empatia dei primi verso i secondi aumentava sempre più con l’aumentare della somiglianza del robot alle fattezze umane. Ad un certo punto, però, quando l’aspetto dell’androide diveniva “troppo umano”, troppo simile all’uomo nella sua fisicità, si registrava un calo precipitoso dell’empatia verso un senso di repulsione e inquietudine. Un senso di perturbamento.

 

Uncanny valley
Il grafico della “Valle perturbante” applicato alla computer grafica

E’ questa la famosa “valle perturbante” (Uncanny valley) – che prende il nome dal drastico calo del grafico appena descritto. Quando il robot diventa troppo simile a noi, ci sentiamo male. Questo è il dato oggettivo e inquietante, abbiamo paura del diverso quanto del troppo simile. Siamo avvinti dall’angoscia quando interagiamo con un automa che sembra, in tutto e per tutto, umano, perché non riusciamo più a distinguere se sia davvero un fascio di circuiti e algoritmi, o un essere senziente.

Ora che la robotica è una delle frontiere più all’avanguardia della tecnologia, questo risulta un problema di non poco conto e apre la porta a diverse domande. Per esempio, quale deve essere l’aspetto di un robot? Deve essere bello, utile, o simile a noi? Cosa deve guidare la realizzazione di un automa? Un corpo riconoscibile è davvero così importante?

Le risposte non sono ancora chiare, ma molti studiosi stanno percorrendo strade diverse per affrontare queste sfide. Prendiamo ad esempio, tre punti di vista: quello del professore di robotica Hiroshi Ishiguro, la filosofia del Centro di Ricerca Enrico Piaggio di Pisa e il pensiero di Jerry Kaplan, esperto di I.A..
Hiroshi è fermamente convinto che un robot uguale a noi possa fare la differenza e il suo gemello androide è un chiaro esempio di quanto sostiene. Il suo gemello rappresenta una estensione telematica del suo corpo: un androide da inviare alle conferenze al suo posto, permettendogli di essere in più luoghi contemporaneamente. Un parente artificiale che gli sopravviverà e, chissà, forse un giorno porterà avanti i suoi studi.

genoma
Hiroshi Ishiguro e il suo “gemello” androide

Dall’altro lato abbiamo l’eccellenza italiana del Centro di Ricerca Enrico Piaggio di Pisa, il cui pensiero fondamentale è che intelligenza e fisicità siano inseparabili. Ecco perché i loro robot possiedono tutti dei corpi ben definiti, spesso dotati di una particolare “mollezza”. Una fisicità che, secondo gli studiosi del Centro, è una parte fondamentale dell’Intelligenza (artificiale e non) che sta alla base di queste tecnologie.

Jerry Kaplan
Jerry Kaplan

Infine, come sostiene Jerry Kaplan (docente di Storia e Filosofia dell’Intelligenza Artificiale alla Stanford University) in un’intervista di Matteo De Giuli per Il Tascabile, “se vogliamo costruire macchine che interagiscano in spazi umani, spazi fisici e sociali, è cruciale che quelle macchine si conformino all’ambiente. E non solo perché, banalmente, se devono muoversi in uno spazio domestico dovranno avere le dimensioni adatte per passare attraverso le porte. Dobbiamo anche studiare dal punto di vista comportamentale e psicologico le convenzioni umane per capire come inserire l’interazione con le macchine in quel flusso. Da questo punto di vista la ricerca con robot umanoidi è un tipo di ricerca assolutamente valido, necessario. Quello che penso sia marginale, in questo campo, è lo sforzo di capire e cercare di ricreare nei robot quello che ci rende reali e unici come esseri umani”.

Come potete notare, la partita è complessa e non esiste una singola soluzione su come dev’essere un robot. Dal mio canto, tengo a sottolineare che “robot” viene dall’antico slavo Rabota e significa “servitù”. Se questi automi sono quindi preposti a un lavoro di sacrificio non dovrebbe essere necessario – potrebbe opinare qualcuno – renderli uguali a noi. Ma questa riflessione porta anche alla conclusione antitetica, perché per lavorare con qualcuno, per interagire nel miglior modo possibile, occorre che quello sia simile a noi.

E secondo voi come dovrebbe essere fatto un robot?
Buon anno, e alla prossima puntata!

Venuto involontariamente al mondo nel 1990, inquieto per natura, mi definisco un “Umanista 4.0”. Laureato in Storia e Filosofia, ora mi occupo di scienza a 360 gradi, con una particolare passione per la Robotica e l’Intelligenza Artificiale, collaborando per Radio 24, Linkiesta e Triwù.

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