Il design va al cinema. E gli oggetti parlano

Il legame fra il design e il cinema che permea la settima arte da più di mezzo secolo, si concretizza nelle tantissime pellicole dove oggetti di arredo diventano protagonisti, insieme ai personaggi veri e propri, e danno luce agli spazi dove questi si muovono e vivono.

Certo, gli oggetti non comunicano attraverso dialoghi, ma si fanno portatori di valori niente affatto secondari: alcuni destinati a diventare icone di un’epoca, mentre altri lo sono già, altri ancora partecipano agli snodi della trama, dando vita a originali rapporti tra narrazione e scenografia.

Arancia meccanica
Korova Milk Bar – Arancia Meccanica

Pensiamo ad Arancia Meccanica di Stanley Kubrik (1971). Gli interni del Karova Milk Bar in cui i tavolini hanno la forma di donne voluttuose, sono un chiaro riferimento pop-art alle opere di Allen Jones. La nudità dei corpi sopra i quali i personaggi mangiano e bevono, è solo una delle tante rappresentazioni del carattere violento e crudo del film e dei suoi protagonisti e serve appunto per delineare un’attitudine generale, anche generazionale.

Chaise longue Djinn - Olivier Mourgue
Chaise longue Djinn – Olivier Mourgue

Il design del set non dovrebbe prevaricare la storia, ma aggiungere un valore alla narrazione e far generare nello spettatore sensazioni specifiche. Così, se pensiamo ad un film come 2001: Odissea nello spazio (1986) ci verrà subito in mente la trama, ma è molto probabile che ricorderemo anche le caratteristiche poltrone Djiin rosso fuoco di Olivier Morgue (1965) negli ampi saloni bianchi che le ospitano. Queste, insieme alle ambientazione e ai personaggi, contribuiscono a creare nello spettatore quella “sensazione futuristica” presente in tutto il film.

I personaggi spesso entrano in relazione con gli oggetti di design più per motivazioni estetiche, identitarie e simboliche, che per ragioni pratico-funzionali. Come ci ricorda Baudrillard ne Il sistema degli oggetti: “Ciò che viene consumato non è tanto l’oggetto quanto un’idea, quella che si potrebbe definire la simulazione della relazione fra l’oggetto stesso e il suo proprietario”.

Zanotta design
Zanotta design

Le potrone Blowl della Zanotta, fatte di plastica trasparente dal trio De Pas-D’Urbino-Lomazzi, identificano in L’Amica di Lattuada, gli studi degli architetti con ironia e sofisticato disimpegno, o i loft di giovani studenti “rivoluzionari” nel film Delitto al circolo del tennis di Franco Rossetti (1969).

Tra l’altro il loft si configura spesso come modello abitativo privilegiato per i personaggi che si occupano di cultura o arte. Non avendo pareti divisorie, è spesso un open-space che permette libertà di sguardo e di movimento, simbolo quindi di emancipazione e mentalità aperta di chi lo abita. A volte è una casa-laboratorio, come quella londinese del protagonista di Blow-Up, o il loft di Lou Castel in Con quale amore, con quanto amore (1970), arricchito dall’enorme bocca monocroma, elemento pop molto frequente nel cinema di quegli anni e che ricorda il celebre divano Bocca (1966), opera dello Studio 65.

Gli elementi di arredo nei film, così come le abitazioni o gli uffici, sono oggetti estetici che servono anche per delineare lo stato sociale dei protagonisti. Nel film comico Fracchia la belva umana (1981), la poltrona Sacco metteva in difficoltà l’imbranato Fracchia, interpretato da Fantozzi, evidenziando la sua goffaggine ed inferiorità sociale rispetto al capoufficio.

Man in Black – Will Smith nella Ovalia

Una cosa simile succede in Man in Black (1997) nel momento in cui James Edwards, nonché Will Smith, si siede sulla sedia Ovalia e avvicina a sé un tavolino di vetro per svolgere più comodamente il test che dovrebbe permettergli di diventare agente segreto. Questi oggetti con cui viene in contatto, lo aiutano in qualche modo a mostrare la sua personalità e a distinguersi dai concorrenti.

I personaggi vengono denotati dalle specifiche scelte di arredo che compiono nel film; gli oggetti e i luoghi divengono metafora della loro condizione psichica. In Fight Club (1999), Edward Norton sfoglia nervosamente il catalogo Ikea dicendo di esserne diventato schiavo. Non riesce a resistere all’acquisto del tavolino Yin e Yang e questo fatto si rivela sintomo di un disturbo che emergerà più avanti nel film.

Ancora più ossessivo è il protagonista del film American Psycho (2000). L’abitazione dello yuppie Patrik Bateman è impeccabilmente costruita e, allo stesso tempo, algida ed immacolata; si configura come oggetto sublimatore della sua follia omicida che non tarda ad esplodere con violenza appena quest’ordine viene disturbato.

L’abitazione di Patrik Bateman in American Psycho

Concludendo, possiamo affermare che gli oggetti presenti nei film, così come gli ambienti in cui si muovono i vari personaggi, non sono solo arredi o luoghi scenografici, ma elementi fondamentali della narrazione, siano essi più o meno messi in risalto. Tutti gli oggetti sono scelti dall’autore, e lo sono per una ragione. Nel film niente è lasciato al caso. Questa scelta si basa non solo sull’aspetto estetico, ma, soprattutto, sul significato che gli oggetti portano con sé e in sé, su quella componente che li innalza a protagonisti del film insieme agli attori.
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Cristiana Mandolini è laureanda in Semiotica all’Università di Bologna. Critica per natura, scrive per diletto e passione, le piace scoprire “il senso” delle cose che la circondano. Il suo è un approccio trasversale che attraversa diversi settori dell’arte e della comunicazione, in particolare la moda e il design.

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