“Lincoln nel Bardo”
George Saunders vincitore del Man Booker Prize

C’è la Storia nel primo, particolarissimo e intrigante romanzo di George Saunders Lincoln nel Bardo (Feltrinelli, 2017), analizzata con l’apporto di un ricco apparato di saggi e documenti. Si va dai fondamentali contributi della studiosa Margaret Leech, vincitrice del Pulitzer nel 1943 per Reveille in Washington 1860-1865; a quelli della confidente dei Lincoln, Elizabeth Keckley, schiava affrancata e autrice dell’autobiografia Dietro le scene: trenta anni da schiava e quattro anni alla Casa Bianca; sino alle preziose testimonianze di maggiordomi, domestici, tutor, senatori, medici, staff e finanche guardiani cimiteriali: tutto è stato raccolto dallo scrittore.

È storia che il dodicenne Willie (William) Lincoln, figlio di Abraham e Mary T. Lincoln – dall’indole affabile, “solare, schietto, gentile, impavido, precocemente sensibile all’ingiustizia” – sia morto il 20 febbraio 1862 di febbre tifoide, quando la Guerra di Secessione, “imprecisata specie di catastrofe epica e bellicosa, enorme organismo ingovernabile”, non aveva ancora un anno.

George Saunders. Lincoln nel BardoÈ storia che il decesso sia avvenuto in una notte di luna piena. Tutti gli storici e i testimoni presenti si soffermano su questo particolare: si trattava di una luna “stupenda, dorata […] abbagliante ad ogni finestra […] simile ad una vecchia mendicante desiderosa di essere invitata ad entrare”. Ed è avvenuto proprio nel vivo di uno dei discussi ricevimenti organizzati dalla famiglia presidenziale, “arcobaleno anomalo di profumi, ventagli, parrucchini, smorfie, fiori esotici nel quale ogni nazione, razza, grado, età, statura, ampiezza, tonalità, pettinatura, postura e fragranza sembrava rappresentata”.
Un’ “ostentazione immonda in tempo di guerra”, con sontuosi buffet di variegate e grottesche sculture in zucchero, alveari di charlotte russa sciamanti realistiche api, trionfi di fagiani, pernici, prosciutto della Virginia e migliaia di ostriche appena sgusciate… proprio mentre Willie moriva…

Uno sbaglio far baldoria in quel modo.
Virulente e documentate le accuse ai Lincoln di aver organizzato l’ennesima festa mentre il figlio versava già in pessime condizioni. Nemmeno la stampa satirica si risparmiò.
È storia che il figlio fosse sepolto proprio nel giorno in cui venivano resi pubblici gli elenchi dei caduti dopo la sanguinosa vittoria dell’Unione a Fort Donelson. Allora il Presidente dagli occhi limpidi e tristi, (del colore più vario, grigio, castano, azzurro?… vi sono dedicate p. 202 e 203),  altruista ma anche ambizioso e non disposto ad accettare critiche alla gestione sconsiderata del conflitto come all’educazione dei figli, abbia chiesto e ottenuto che ne venisse aperta la bara. Intanto la moglie metteva fine, per la sofferenza, alla sua vita di madre precipitando nella catatonia della nevrosi.

È storia persino che un uomo snervato e trasformato dal dolore in un bambino “continuasse a colmare, per più giorni, la piccola forma di attenzioni, accarezzandone i capelli, lisciando e risistemando le sue pallide mani di bambola”, come confermarono i guardiani cimiteriali in occasione delle notturne e solitarie visite di Lincoln.

Grant Wood, "American Gothic"
Grant Wood, “American Gothic”

Il Bardo del titolo, fa riferimento al Libro tibetano dei morti e allude al momento di passaggio in cui la coscienza è sospesa tra la morte e la prossima vita.
Dal disperato tentativo di un padre, divorato dal rimorso senza poterlo ammettere, di arrestare lo spirito del figlio al di qua del labile confine tra l’esistenza e il trascendente, parte la trama originale e fantastica di un libro formalmente sperimentale e di non facile lettura che molto (sin troppo, l’autore deve ammetterlo) deve all’Antologia di Spoon River.
Fra gli Inferi popolati di cani e avvoltoi, megere che s’ingozzano di torta nera e fanciulle/streghe, sullo sfondo di antri arancioni, ponti crollati, campi di granoturco funestati dall’alluvione e ombrelli squarciati da venti silenziosi, c’è la Cappella da cui lo spirito di Willie non può separarsi.

E alla fine si materializza la “Comunità dei Morti”. Speranzosi di non risultare poi così sgradevoli, compaiono “in limine” incoraggiati dalle visite del loro Presidente, strisciano, sostano timidamente torcendosi le mani increduli di felicità al pensiero che qualcuno “di quell’altro posto” si degni di toccare uno di loro e sussurrargli dolci parole all’orecchio, come se una salma fosse ancora degna di rispetto. Maltrattati, trascurati, ignorati, fraintesi, magari anche amati ma sempre insoddisfatti e, comunque, mai abbracciati con tanto trasporto: “Ti cucivano, ti pittavano alla bisogna ma appena eri come volevano non ti toccavano più in quel modo”.
Sono molti, si affollano per sfiorare il giovanissimo Lazzaro e, grazie a lui, ricordare, rimproverare, chiarire, chiedere (anche perdono), ristabilire (la giustizia), mentre monta l’onda di rimpianti e pulsioni terrene.

Qui il debito verso Edgar Lee Masters si fa davvero ingombrante: mr.maxwell boise, derubato e accoltellato, eddie e betsie baron, dimenticati da figlie dissolute e arriviste, merkel, amante del bello e preso a calci da un toro, i coniugi west, sempre meticolosi nel maneggiare il camino non si spiegano l’incendio della propria casa, salvo trovarsi a fianco l’incendiario con le sue ragioni, mrs. delaney che confessa la relazione assai poco dantesca con un cognato avido e corrotto, elise traynor, “andata via a 14 anni da luminose promesse d’infinite sere d’amore”, jane ellis, ancora innamorata delle sue tre bambine… poi “i Piccoli” adorati da tutti e grandi “come un filone di pane”, e “i tre Scapoli” che amati da nessuno, annunciati da una pioggia di cappelli, continuano a cercare l’amore, insieme a troppe donne morte precocemente senza saldare i conti con la vita, scienziati brillanti e misconosciuti, prostitute e rapinatori che avrebbero molto da dire a proprio discapito.

George Saunders, autore di Lincoln nel Bardo
Lo scrittore americano George Saunders ha sempre scritto racconti. Lincoln nel Bardo, il suo primo romanzo, ha vinto il Man Booker Prize.

Verso questa eterogenea compagine che una vena di malcelata ironia rende, alla fine, assai poco inquietante – in un crescendo onirico che sublima la prosa in un lirismo metafisico a tratti francamente ermetico – avanza, seducente tentazione del ritorno all’esistenza, la “Processione dei Vivi” fra canti colmi di nostalgia, speranza, incoraggiamento, pazienza, calde brezze odorose, cibi seducenti in coppe di smeraldo e magici ruscelli ove tutto scorre meno che acqua.

Il finale del romanzo, forse scontato ma letterariamente non banale, vede protagonista proprio il piccolo Willie, degno erede di tanto genitore. Un finale che doverosamente ribalta il suo modello insuperabile, ma che va letto anche solo per essere discusso e riesce comunque a coniugare storia e invenzione, grazie ad uno stile assolutamente originale (eccellente la traduzione). Non vogliamo togliere al lettore il piacere di scoprirlo. Ha a che fare con la codardia, la dignità, la misericordia dell’accettazione, una battaglia vinta e un sole che sorge…

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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