A Carnevale ogni scherzo vale. Da Babilonia ai giorni nostri

“Mi metterò una maschera di Pulcinella e dirò che ho inventato la mozzarella. […] Mi metterò una maschera da pagliaccio, per far credere a tutti che il sole è di ghiaccio”
(G.Rodari)

carnevale

Eccoci qua, nel periodo più colorato e divertente dell’anno! Il Carnevale è (o forse è meglio dire era) la rivincita del caos sull’ordine costituito, della fantasia sulla realtà, la possibilità di essere per un giorno ciò che non si può essere normalmente.

L’origine del Carnevale risale alle celebrazioni delle Antesterie, feste dionisiache greche che si svolgevano tra febbraio e marzo in concomitanza con l’equinozio di primavera, per celebrare Crono e la sua armonia della natura. Si indossavano maschere in onore di Dionisio e si prendeva una persona tra i ceti più bassi della popolazione per incoronarlo re. L’ordine sociale era sovvertito, era la celebrazione del caos prima del rientro nei ranghi. In epoche così codificate come quelle antiche, il Carnevale  rappresentava una valvola di sfogo assolutamente necessaria, era come un inizio di anno nuovo. Abbiamo d’altronde visto che solo dopo il 1691 (anche se Giulio Cesare aveva già avuto l’idea) si è deciso di spostare definitivamente l’inizio dell’anno al primo gennaio, poiché prima coincideva con l’equinozio di primavera.

Marduk Tiamat
Marduk contro Tiamat

Talmente è radicata nella storia dell’umanità questa necessità periodica di CAOS che, in realtà, pare che una festa simile, sempre all’equinozio dei primavera, fosse già presente a Babilonia. Era una cerimonia religiosa che ricordava la lotta tra Marduk, dio dell’armonia cosmica, contro il drago Tiamat, simbolo del caos primordiale. Carri raffiguranti il sole, la luna e i segni zodiacali sfilavano per le strade, mentre la popolazione si dava alle libertà più sfrenate e allo stravolgimento delle regole. Marduk era il salvatore dell’umanità e moriva, ma dopo tre giorni risorgeva sotto la luna piena di primavera. Vi ricorda qualcosa vero? Tu guarda le coincidenze!! 😊

Eterna contrapposizione tra caos e ordine, realtà e fantasia, la forzatura all’allegria senza cui il Carnevale non ha ragione di esistere, la ritroviamo in giro per il mondo con modalità estremamente simili.

Brasile - Il Carnevale di Rio
Brasile – Il Carnevale di Rio

Ecco allora il Carnevale di Rio de Janeiro, al quale le scuole di ballo della città si preparano tutto l’anno per vincere il Primo premio con il relativo carro; il Mardì Gras di New Orleans; e poi nella mia adorata Londra c’è il Carnevale di Notting Hill. Si svolge l’ultima domenica e lunedì di agosto per cui c’è il bonus del – relativo – caldo estivo: fu originariamente allestito dagli immigrati caraibici e attualmente è il più grande Carnevale di strada del mondo dopo quello di Rio.

Ma torniamo al nostro Stivale
Carnevale venezia bauta
La famosa Bauta veneziana

Il Carnevale di Viareggio è famoso per la sfilata dei carri allegorici e quello di Ivrea è particolare per la “Battaglia delle arance” in cui si ricorda la ribellione della città contro il tiranno e quintali di arance sono tirate dai combattenti a piedi contro quelli sui carri, e viceversa. Ma è il Carnevale di Venezia che detiene lo scettro. La BAUTA, la maschera tipica veneziana, bianca col mantello nero e il tricorno, con la sua possibilità di essere indossata indifferentemente da uomini e donne, ha un fascino attrattivo irresistibile.

Pare che le prime notizie di una “festa in strada pre Quaresima” veneziana siano intorno all’anno 1000 e il Doge la instituì ufficialmente nel 1296. Continuò imperterrita fino al 1797 quando Napoleone, conquistata la città, la proibì. La cosa pazzesca è che il Carnevale di Venezia è tornato in auge solo nel 1979!!

Discorso a parte merita, invece, il Carnevale che si festeggia nell’arcidiocesi di Milano, con il cosiddetto rito ambrosiano. Qui il Carnevale non finisce il martedì grasso, ma il sabato successivo, in ottemperanza alla tradizione che racconta che il vescovo Ambrogio, poi diventato santo, fosse lontano dalla città per un pellegrinaggio, ma avesse promesso di tornare per celebrare l’inizio della Quaresima. Poiché ritardava, i cittadini prolungarono il Carnevale fino al suo ritorno per non venir meno alla parola data.

Comunque, di qualsiasi parte del mondo si parli, il minimo comune denominatore è dato da ricette opulente, ricche e, appunto grasse. Trattandosi principalmente di una festa cattolica, la tradizione dei cibi e dolci grassi e fritti durante la settimana di Carnevale è strettamente collegata alla fame che si sarebbe fatta da lì a 40 giorni. Il termine stesso, Carnevale, che pare derivi dal latino carnem levare – eliminare la carne, appunto. Anche se un altro motivo, più pragmatico ma non meno importante, era che nel mondo contadino in questo periodo si uccideva il maiale.

carnevale
Dolci fritti tipici di Carnevale

E se la gran parte della carne finiva trasformata in salsicce e salumi per essere conservata, sangue e grasso dovevano essere consumati subito; senza frigorifero non c’era altra possibilità. Ecco allora il sanguinaccio tipico di Napoli (una crema fatta con cioccolato, cannella, canditi e, anticamente, appunto il sangue del maiale) e l’utilizzo dello strutto per friggere i dolci che, dovendo essere distribuiti a grandi quantità di gente, erano fatti con ingredienti e forme molto semplici.
I più noti dolci di Carnevale, sparsi in tutta la penisola con nomi vari, sono le chiacchiere, cenci, bugie o frappe che dir si voglia. Pare che derivino dalle FRICTILIA degli antichi romani (eccoli qua i nostri onnipresenti amici delle tradizioni culinarie! Ne sentivate la mancanza eh? 😊), dolci fatti di farina di farro e uova, impastati e fritti a losanghe nel grasso di maiale, poi cosparsi col miele. Erano fatti per i Saturnali, che, è vero servivano per festeggiare il solstizio d’inverno, ma, comunque, erano un momento di “follia” collettiva, una liberazione dagli schemi in cui tutte le regole sociali erano sovvertite, come accadeva nel Carnevale medievale.

Lungi da me osare proporvi una ricetta di frappe, quella vostra di famiglia sarà sicuramente spettacolare. Io vi presento quella delle “graffe” (pronuncia napoletaneggiante delle “krapfen” asburgiche) con le quali mia mamma ci delizia da decenni:

GRAFFE NAPOLETANE di MAMMA

graffe

250 gr farina
250 gr patate
1 uovo
Sale
1 cubetto di lievito di birra
½ bicchiere di latte
Buccia di limone grattugiata
Olio di semi per friggere
Zucchero e cannella

Mettere a lessare le patate in acqua bollente, nel mentre sciogliere il lievito nel latte tiepido. Una volta cotte, schiacciare le patate ancora calde in una ciotola e aggiungere subito la farina, il sale e la buccia di limone grattugiata. Fare la fontana e versare il miscuglio di lievito e l’uovo. Amalgamare fino ad ottenere un impasto liscio e lucido.

Predisporre uno strofinaccio leggermente infarinato, modellare con pezzetti di pasta delle ciambelline e metterle a lievitare sullo strofinaccio, coperte, per un paio d’ore.

Scaldare abbondante olio e friggere le ciambelline. Passarle ancora calde nello zucchero e cannella precedentemente mescolati e mangiarle calde.

Con queste dosi ne vengono circa 30, sentitevi liberi di raddoppiare senza problemi!

Napoletana di nascita e romana per scelta, da sempre sono innamorata della cara vecchia Inghilterra. Lavoro nella produzione cinematografica e da che ho memoria sono appassionata di cucina e passo quasi ogni momento libero spignattando e infornando a più non posso. Cinefila e profondamente gattara, vivrei in un autunno perenne con libri e tè.

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