Berlino 1944 – Una serie di delitti compiuti da un sadico, indagati da un commissario ebreo

Harald Gilbers, autore di Berlino 1944Siamo a Berlino, nella tarda primavera del 1944.
La guerra è ormai persa e nessuno crede più alla martellante propaganda del regime, anche se tutti fingono di crederci per evitare di cacciarsi in qualche grosso guaio, visto che ogni giorno vengono pronunciate dai tribunali delle condanne a morte basate sul semplice capriccio di gerarchi o giudici, senza alcun riguardo per le leggi.
La vita è dura e le cose vanno di male in peggio, tra razionamenti sempre più severi e bombardamenti sempre più frequenti. Ma ci sono quelli per cui le cose vanno ancora peggio che per gli altri.

Uno di questi è Richard Oppenheimer, un grigio funzionario di polizia, abituato a vivere quasi esclusivamente per il suo lavoro, dal quale però è stato epurato da alcuni anni in quanto ebreo. Non è stato internato perché sposato con una donna ariana che non ha voluto lasciarlo e ora entrambi vivono in un misero palazzo, una Judenhaus, insieme ad altre famiglie nelle loro stesse condizioni. Sanno di essere appesi a un filo: basta un niente perché si decida di separarli per internare o addirittura sopprimere gli ebrei.

Quando le SS si presentano a casa di Oppenheimer, però, non è per deportarlo. La città è insanguinata da una serie di crudeli delitti compiuti da un sadico che prende di mira giovani donne, e la polizia nazista non sa che pesci pigliare. Al capitano delle SS, Vogler, un fanatico che è arrivato a denunciare il proprio stesso padre perché antinazista, qualcuno ha raccontato che il commissario Oppenheimer aveva un gran fiuto nel dare la caccia ai criminali e, vincendo la ripugnanza razziale, Vogler propone all’ebreo di aiutarlo a identificare e scovare il serial killer, in cambio di una non meglio precisata protezione.

Per Oppenheimer è una manna dal cielo e si mette subito al lavoro.
Il modus operandi dell’assassino gli ricorda lontanamente quello di un altro caso su cui lavorò diversi anni prima, ma ci sono anche elementi che vanno in altre direzioni e nessuna pista può essere sottovalutata. In più, sembra che Vogler voglia testare le sue capacità e la sua dedizione al caso, perché gli nasconde una serie di indizi finché Oppenheimer non li scopre da solo. Il rapporto del nazista con l’ex commissario è piuttosto contorto: sembra quasi che Vogler lo apprezzi, sia in qualità di poliziotto capace, sia perché Oppenheimer è un reduce della Grande Guerra, perciò degno di un minimo di rispetto.

Ma il dettaglio più significativo è che a Vogler, Oppenheimer serve soprattutto per non scoprirsi troppo. L’indagine sul serial killer delle giovani donne è coperta da parecchi veti, praticamente si svolge in segreto: sicuramente coinvolge qualche pezzo grosso del partito, dato che tutte le vittime gravitavano intorno all’ambiente della prostituzione di alto bordo. Vogler non può metterci direttamente la faccia quando scava nel passato di qualcuno che potrebbe cancellarlo letteralmente dalla faccia della Terra con una sola telefonata, e manda avanti Oppenheimer che non ha nulla da perdere.

Salon Kitty, il film di Tinto Brass del 1975
Salon Kitty, il film di Tinto Brass del 1975, tratto dall’omonimo romanzo-verità di Peter Norden.

Le piste che partono dalle prime tre vittime portano i due a indagare su ambienti omertosissimi, come quello dei “Lebensborn”, gli istituti in cui si portano avanti i progetti di eugenetica, facendo accoppiare “tedeschi puri” di ambo i sessi e allevando i bambini che nascono secondo la pedagogia nazista; oppure nell’ambiente che gravita intorno all’hotel Adlon, principale ritrovo delle prostitute di alto bordo con i gerarchi.
A prescindere dai rischi che comporta, l’indagine resta comunque complessa. Ogni risposta a una questione, ne apre almeno un’altra. Emergono elementi che sembrano circoscrivere la personalità dell’assassino a un gruppo ristretto di sospetti, ma poi altri elementi paiono invece ampliare la rosa delle possibilità. Non si riesce a evitare un quarto delitto che stavolta coinvolge una prostituta del rinomato bordello chiamato Salon Kitty, quello di cui è stata raccontata la storia nell’omonimo romanzo-verità di Peter Norden, che poi ha ispirato il celebre film di Tinto Brass nel 1975.

Parallelamente alle indagini che conduce accanto a Vogler, Oppenheimer cerca di ricontattare dei vecchi colleghi ancora in servizio per essere aggiornato su casi analoghi verificatisi in passato, ma la distruzione di molti archivi durante i bombardamenti e la reticenza che tutti ostentano quando le domande vanno a toccare le figure più in vista, o meglio protette, fanno sì che gli giungano solo informazioni molto frammentarie.
Altre sorprendenti informazioni gli arrivano però tramite i contatti di un’amica, la dottoressa Hilde von Strachwitz, un’antinazista convinta che lo ha sempre aiutato. Da questo momento in poi, l’indagine subisce una svolta e sarebbe scorretto verso i lettori procedere oltre con il racconto.

Berlino 1944, di Harald GilbersBerlino 1944, di Harald Gilbers, tradotto in Italiano da Emons in una interessante collana di gialli tedeschi (leggi qui l’intervista al loro direttore commerciale), è un mystery classico in forma di police procedural, con molta cura nella ricostruzione della cornice storica. Dello stesso autore è uscito di recente anche I figli di Odino, che si svolge sempre a Berlino, nel 1945.

In Berlino 1944 gli eventi si svolgono a cavallo dello Sbarco in Normandia, di cui si sente prepotentemente l’eco nonostante la censura e la propaganda. C’è un po’ di maniera nella caratterizzazione dei personaggi, perfettamente adatta alla vicenda narrata ma piuttosto prevedibile. Descrizioni e dialoghi sono per lo più ridotti all’essenziale (specie le prime, che non concedono nulla al vouyeurismo dei lettori nelle scene in cui vengono rinvenuti i cadaveri delle vittime), anche perché l’intreccio è fitto di avvenimenti che cambiano nel giro di poche pagine la direzione della trama. Pretendere di descrivere tutto in modo ambiziosamente letterario produrrebbe un mattone di almeno 700 pagine.

Berlino 1944 è chiaramente scritto alla maniera di un mystery in cui l’autore sembra aver fatto proprio il principio classico del grande Richard Austin Freeman, collegando ogni cambio di scena della narrazione alla rivelazione di un nuovo indizio. La tensione narrativa deriva solo dall’attesa della soluzione ai vari enigmi prospettati di volta in volta dalla trama, senza distrarre il lettore con scene forti che però non aggiungono nulla all’attività di detection dei protagonisti.

C’è il serial killer, ci sono i cadaveri ritrovati, ma le descrizioni sono sempre essenziali e asettiche. Delle vittime apprendiamo qualcosa solo tramite ciò che emerge dalle indagini sul loro passato, mentre un autore di thriller comincerebbe già a soffermarsi su come si presentano i corpi per dirci qualcosa di loro. E per dirci qualcosa di sé stesso, così un autore mediocre si concentrerebbe sui dettagli che sollecitano la reazione morbosa del lettore, mentre uno bravo darebbe più spazio a quelli che sottolineano la tragedia di una morte violenta: un esempio classico del secondo caso è la scena che apre Qui, 87° distretto! di Ed McBain, un maestro del police procedural.

Si può dire che in Berlino 1944 la suspense nasca più dall’attesa di sapere che fine farà il protagonista, il poliziotto ebreo Oppenheimer, che dall’ansia della soluzione della vicenda, proprio perché c’è molta più partecipazione, da parte dell’autore stesso, nel primo caso piuttosto che nel secondo.
Resta, in ogni caso, un romanzo ben fatto, scorrevole, che non annoia mai: perfetto, come si è detto, per gli appassionati di mystery classico; ottimo per chi va in cerca di una lettura leggera ma istruttiva sulla Germania nazista; particolarmente gradevole per chi si interessa di misteri ma non regge le scene splatter o comunque violente.

Classe 1964, insegnante di liceo, autore di un piccolo successo editoriale (Il giardino sommerso, Lettere Animate, 2017) e di altre opere di narrativa, collaboratore di Cronache Letterarie e di Vanilla Magazine; amo i misteri e i gialli, sia quelli veri sia quelli inventati, con preferenza per quelli dimenticati e soprattutto quelli introvabili: vedi la mia rubrica su Cronache Letterarie.

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