Face morphing. Quale corpo indosso oggi?

Ci eravamo lasciati con tante domande circa il concetto di identità nel terzo millennio. Per questo numero di Noi, Robot vorrei aggiungerne un’altra: come si trasformano i nostri dati una volta che li diamo in pasto agli algoritmi della rete?
Switch, di JJ Levine (2009)
Lui è lei, lei è lui – Switch, di JJ Levine (2009)

Avete mai sentito parlare di Morphing? Si tratta di uno dei primi effetti digitali sviluppati nel cinema. Consiste nella trasformazione graduale tra due immagini di forma diversa. Ora, grazie ai numerosissimi dati di cui disponiamo – pescati nel mare magno del web e dati in pasto a diligenti algoritmi – il morphing è diventato un fenomeno alla portata di tutti. Usare quei dati per trasformare il nostro volto, scambiarlo con un altro viso e apporlo su altri corpi, è davvero facilissimo e ci siamo già abituati da tempo. Basti pensare ai filtri di Facebook e Instagram, a cui siamo ormai assuefatti e che possono abbellire, imbruttire o ringiovanire il nostro viso.

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Alcuni filtri Instagram per selfie

Passatempi innocenti? Forse. O forse no. Perché è proprio da queste piccole mutazioni virtuali che è cominciata la nostra discesa verso un’interpretazione inquinata della realtà virtuale. Spesso, non siamo più in grado di capire se un volto è modificato oppure no. In fondo non ci interessa saperlo, dato che consideriamo ormai “normale” il fatto che ciò che vediamo su determinati siti o social media possa essere contraffatto.

Ma se questo è stato il primo step di una trasformazione della rappresentazione della nostra immagine, adesso la partita si fa più complessa.

La nuova frontiera è il Face Morphing algoritmico: ossia, la trasformazione del viso di una persona per mezzo della raccolta di dati derivati dalle sue foto nel web. E non è finita qui. La scrupolosità e la precisione ormai sono tali, che qualcuno ha avuto l’idea di prendere questi volti e trasferirli sui corpi di altre persone. Potete subito intuire la potenzialità  di questa nuova abilità.

Il volto dell’attrice britannica Daisy Ridley sul corpo di una pornostar

Da qualche tempo si parla molto di FakeApp. Si tratta di un software che, sfruttando anche informazioni esigue e limitate, è in grado di sostituire il volto di qualunque attore o attrice presente in un video con quello presente nelle foto. Basta inserire filmato e foto e attendere che l’algoritmo faccia il suo lavoro. Certo, al momento si tratta di un software complesso e non alla portata di tutti, ma le sue potenzialità sono elevatissime. Si potrebbe utilizzare per diventare protagonisti dei propri film preferiti, sostituendo il proprio volto a quello del nostro o della nostra beniamina, oppure si potrebbero realizzare falsi porno con persone che si conoscono e minacciarle o ricattarle. A ognuno la propria fantasia.

Al di là delle implicazioni pratiche, questo fenomeno nasconde anche seri problemi in termini di immagine, rappresentazione del sé e identità digitale.
Se, come abbiamo detto nell’articolo precedente, il ventesimo secolo è stato teatro di numerose elucubrazioni circa il concetto di soggettività e identità, in questo secondo decennio del terzo millennio il problema si è complicato parecchio.

Da bidimensionale – Io e l’Altro – il rapporto interpersonale si è fatto tridimensionale – Io, l’Altro, gli Altri (ne avevamo parlato qui, con Pier Luigi Capucci), comprendendo la moltitudine di utenti, attivi o passivi, che popolano la Rete. E presto questo problema finirà per diventare un problema quadridimensionale: dove la quarta parete è rappresentata dalla dimensione della Finzione.

In questo turbinio di attori, sul palcoscenico si staglia la tecnologia del Face Morphing (qui un articolo esplicativo sul sito di Motherboard Italia) che può essere il primo passo verso dei veri e propri furti di identità. La possibilità di giocare con corpi e immagini a nostra insaputa trasforma utenti anonimi in minacce sparse per tutto il globo. Tuttavia, come sappiamo, non ha più molto senso parlare di identità virtuale e reale. Questa distinzione è ormai superata. La nostra identità virtuale corrisponde a quella reale, sebbene molti facciano fatica ad accettarlo. Se è vero, infatti, che online pubblichiamo solo la nostra versione migliore e glitterata, è altrettanto vero, tuttavia, che sempre più ci sentiamo vivi e riconosciuti soltanto quando proiettiamo la nostra esistenza nei social media. Ancor di più, quando altre identità real/virtuali confermano o apprezzano la nostra identità real/virtuale.

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Le immagini che selezioniamo per i social

A questo punto, il tema dello scambio di identità per mezzo del Face Morphing si rivela degno di un’analisi approfondita. Dovremo iniziare a essere più cauti, per esempio, a postare foto che immortalano ogni momento delle nostre giornate? Ci sarà un limite di selfie quotidiani atto a preservare la sicurezza delle nostre immagini? Quanti dati siamo disposti a cedere al regno virtuale in cambio di una notifica in più?

La partita è appena cominciata. Perché anche tu che stai leggendo queste righe potresti, a tua insaputa, far parte di un video non proprio edificante. Ora. In questo momento.

Con buona pace della tua “identità reale”.

Venuto involontariamente al mondo nel 1990, inquieto per natura, mi definisco un “Umanista 4.0”. Laureato in Storia e Filosofia, ora mi occupo di scienza a 360 gradi, con una particolare passione per la Robotica e l’Intelligenza Artificiale, collaborando per Radio 24, Linkiesta e Triwù.

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