Paul Auster, Proust e “la parte sommersa dell’iceberg”
4321

Paul Auster, 4321

Paul Auster – straordinario narratore nell’immaginario collettivo dei suoi tanti appassionati ammiratori e nel riconoscimento unanime della critica per la sin troppo citata Trilogia di New York, ma anche per gioielli dimenticati come La musica del caso e Il libro delle illusioni – ha scritto un libro di 940 pagine, in cui descrive 50 anni di Novecento americano. Li ricostruisce con dovizia di suggestioni/citazioni/riferimenti storici, socio-culturali, politici, letterari, musicali. Pubblicato da Einaudi, 4321 narra le possibili vite (quattro… mi pare che bastino) di Archie Ferguson, nato il 3 marzo 1947 a Newark, New Jersey, come Paul Auster stesso e come Philip Roth che ha contribuito a farne un archetipo geografico della narrativa postmoderna.

Uno degli intrecci più ampi – stavo scrivendo lunghi – degli ultimi anni corrisponde ad una delle mie recensioni più brevi, che di fatto è già terminata. Perché 4321 è lo spunto per analizzare una tendenza della prosa contemporanea a comporre una sorta di “romanzo mondo”, inclusivo delle molteplici varietà del dicibile, quasi timoroso di scendere sotto le 450 pagine e ansioso di tradurre in plot narrativo l’accadibile, oltre che l’accaduto. Ma non si tratta certo di una querelle quantitativa che, oltretutto, costringerebbe a mettere in discussione molti classici del secondo ‘800 russo e francese, insieme ad un paio di capolavori del primo ‘900, ma di una breve riflessione narratologica.

Paul Auster, 4321Calvino aveva ben intuito il rischio di annegare in questo caos e di “arrendersi al mare dell’oggettività” in Una pietra sopra. Stefano Ercolino, ricorrendo al termine “massimalista” per definire il romanzo contemporaneo, ne teorizza con lucidità “l’inclinazione ad oscillare tra dominio del caos e potere dell’ordine … dopo che quello postmoderno il caos lo contemplava attonito” (vedi Il romanzo massimalista).

Viceversa il “minimalismo” carveriano parcellizza la trama narrativa nei momenti di una ordinaria e antiepica quotidianità, la riduce al suo “grado zero” di referenzialità eppure è in grado di restituire un’assoluta pregnanza di senso.
Sorprende che proprio Calvino avesse felicemente anticipato l’orientamento che stiamo analizzando nelle profetiche Lezioni americane, sin dal 1985, in un passo fondamentale:

“Tentazione e vocazione della letteratura contemporanea è scrivere il libro che contenga in sé l’universo diventando un’enciclopedia […] il che può identificarsi con il nulla. Decisivo è, invece, per lo scrittore – nel momento in cui ha a disposizione il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – distaccarsi dalla potenzialità illimitata e multiforme del narrabile e decidere di isolare e rendere raccontabile una singola storia nella molteplicità delle possibili”.

In questo senso l’incipit, definito “atto rituale e canonico di individuazione”, da James Salter, costituisce una sorta di assunzione di responsabilità, finalizzata a ritagliare/definire “una” storia che non può, né deve, includere “tutte” le storie, ma una porzione in sé conclusa dell’Universale.
Nel suo saggio intitolato L’arte di narrare, James Salter, ha dedicato interessanti riflessioni all’importanza dell’incipit “dove tutto ha inizio”.

“La storia della letteratura è ricca di incipit memorabili, mentre i finali che presentino una vera originalità come forma e come significato sono più rari, o almeno non si presentano alla memoria così facilmente”.

Non a caso Se una notte d’inverno un viaggiatore si presenta come un metatesto di soli inizi.

Che la trama debba rinviare ad un “oltre” è quanto sostiene la scrittrice Flannery O’Connor secondo la quale la narrativa riguarda “tutto ciò che è umano”. “In un buon racconto accade sempre di più di quanto riusciamo a cogliere” scrive ne Il territorio del diavolo, “ed esso può dirsi riuscito se continua a sfuggirti di mano e puoi vederci qualcosa d’altro”.

Tornando al nostro discorso, questo comporta appunto il doveroso rischio – che Auster in 4321, non ha voluto correre – di scegliere ciò che si “deve” scrivere, rinunciando a tutto quello che si “potrebbe” scrivere o è “servito” a scrivere. Per rendere convincente e solido l’esito conclusivo, è necessario definire minuziosamente i 7/8 del proverbiale iceberg di Hemingway, ovvero “il materiale che posso eliminare e lasciare sott’acqua perché il mio iceberg sia sempre più solido” (vedi Il principio dell’iceberg).

Sono partito dalle 980 pagine di Paul Auster e termino con le 5132 della Recherche, azzardando un riferimento irriverente per la valenza incomparabile delle due opere. Mi limito a sottolineare che Marcel Proust, nell’avventura interiore più esclusiva ed estrema che un lettore possa vivere, non ha “incluso”, ma “escluso” tutto. Dopo aver circoscritto un momento preciso nella “pluralità dell’indifferenziato, ha cercato il Cosmo dentro di sé”: come scrive Calvino nelle Lezioni americane. Se lo ha dilatato in tempi e modi mai emulati è grazie ad un irripetibile talento narrativo, vero “dono” della Letteratura destinata a rimanere proprio come, per tornare ad Hemingway, Vecchio al ponte, uno dei Quarantanove racconti. Sessantacinque righe…

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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