Specchi

Il Lady Macbeth la calmò un poco. Nel lussuoso silenzio dorato della hall si sentì di nuovo una donna che sapeva come comportarsi. Alla reception non ci fu bisogno di estrarre i documenti, i sorrisi d’accoglienza erano i sorrisi di chi non si aspetta novità e lei una donna ricca, potente e in grado di fare tutto ciò che andava fatto.
Illustrazione di Francesca Mastracci per Specchi di Stefano Bonazzi. I racconti di Cronache Letterarie

Si fece accompagnare in camera, mormorò qualcosa all’orecchio del fattorino sul fatto che non disponeva di bagagli e non voleva essere disturbata. Appena rimase sola accese al massimo il condizionatore e si sdraiò su un lato dell’immenso letto matrimoniale. La camera era rivolta a sud, e non era quella che avrebbe voluto, quella che prendevano quando erano assieme ma poco importava.
Era pronta a fare ciò che andava fatto, ma non era certo pronta a quegli specchi.
Ce n’erano due.

Uno appeso sopra il letto, mostruoso e imponente. Il bordo superiore sfiorava il soffitto. Un’immensa lastra di vetro circondata d’intarsi dalle forme classiche, la cornice dorata era una profusione di curve, estrusioni e incavi che proiettavano ombre livide sulle lenzuola e lungo tutta la spalliera. Il pulviscolo che entrava dalle finestre socchiuse pareva il sospiro del traffico assopito di fine giornata, invece era solo metà mattina.

Di fronte al letto svettava il secondo specchio. Ricopriva l’intero armadio, un ciclope dalla pupilla vitrea, la superfice di un lago immobile. Ogni dettaglio della stanza, anche il più piccolo, assumeva tutta un’altra sembianza, riflesso da quel colosso.

Fuori della finestra, New York giaceva, ansimante e sfiancata da un sole anemico. Eppure non si fermava. Nemmeno l’afa di quell’agosto dannato riusciva a placare il malumore dei taxi sulla Quinta Avenue e, sull’altro lato della strada, da Henri, le commesse si muovevano con rapida e gelida sicurezza fra gli scaffali. Il caldo non fermava quella caparbia ricerca della futile perfezione, non intimidiva la sacra rincorsa di una pantofola, del gioiello o del bicchiere di vino; dell’uovo dorato che potevi prendere in mano e dire: Sì, eccolo qua, proprio questo volevo, proprio adesso.

Sì, eccolo qua. Proprio lui volevo, proprio adesso.

Tutto il contrario del posto da cui veniva lei.
Ad Aurora era diverso, il tempo cambiava per adeguarsi al tuo umore, e se ti abbandonavi al torpore o allo sconforto dell’immobilità, il paese sembrava condividere la tua sfiducia. Lo faceva mostrandoti stanze deserte ma piene di mobili e quadri e sedie e motivi floreali e carte da parati e i dettagli ridondavano nella mente, come quel beccatoio per gli uccelli che restò inutilizzato dopo la morte del primo ospite, con la vernice bianca che cadeva sfaldandosi in frammenti come la pelle di sua madre, mentre di fronte alla camera in cui aveva passato tutta la sua infanzia, la vecchia Gertrude usciva in sciarpa e cappotto per rimuovere un pezzo di carta soffiato dal vento.

L’ultima volta che aveva chiamato casa, aveva chiesto se lo faceva ancora, se ancora, nonostante l’artrite e la stampella, la vecchia Getrude usciva ogni mattina a spazzare il sentiero che tagliava il prato e “sì”, le aveva risposto sua madre, “certo che lo fa ancora… ma tu quando torni a casa?”
E lei non aveva risposto.

Perché Getrude le ricordava la morte e le cose ferme, New York invece andava avanti, non badava a quelle risposte, se ne fregava delle cose immobili, e per quasi dieci minuti Ada poté starsene sdraiata sul letto, in uno stato di relativa tranquillità e già quello era una sorta di miracolo, un privilegio, ne era ben consapevole. Respirare circondata dai rumori attutiti della strada e dall’immacolato lusso della camera, le rose sulla tappezzeria, l’astuccio con il logo dorato strabordante di saponette e bagni schiuma e creme idratanti che l’osservava riflesso in quello specchio come un piccolo e mite animale domestico.

Poi pensò di nuovo alla ragazza, alla sua espressione soddisfatta e alla fila di bottoni madreperlacei di plastica che luccicavano sulla sua camicetta sintetica color albicocca. A lei che toccava la spalla di suo marito, proprio lì, dietro il bancone di Henri, a pochi metri da dove si trovava ora.

La nuova, giovane, ragazza, che suo marito aveva scelto.

Aprì la custodia, quella che le aveva regalato suo padre, estrasse le forbici.
Le produceva lui, le esportava in tutto il mondo. Avrebbe voluto che fosse stata lei a prendere in mano le redini dell’azienda, suo padre produceva forbici, quello sapeva fare e quello regalava, le aveva insegnato ad affilare una lama al compimento dei suoi dieci anni.
Si scoprì i polsi, sistemò le lenzuola. Si mosse piano, le piaceva vedere la sua figura esile riflessa in quegli specchi, ancora e ancora e ancora e ancora e ancora.

Si creava un gioco di rimandi tra una superficie e l’altra, che virava all’infinito. Pensò a quanto doveva essersi esaltato l’ego di suo marito, mentre rimirava il suo corpo tornito dallo sforzo dell’amplesso, mentre domava quell’ennesimo adulterio, rifratto e proiettato in quel vortice infinito di sequenze.

Pensò che nessun’altra camera sarebbe stata altrettanto perfetta.
Spostò a terra le lenzuola, rimirò la lama, la alzò in alto e i suoi riflessi amplificati dagli specchi le ricordarono le luminarie natalizie.
Fece un lungo respiro e abbassò la lama.
All’inizio non fu difficile, all’inizio non sentì nulla.
Poi il corpo di suo marito prese a vibrare.
Quel corpo reso incosciente dal troppo alcool e l’ennesimo tradimento della notte appena trascorsa.

La scossa partì dai piedi, non se l’era aspettato. Le forbici le aveva piantate nel collo, invece furono le gambe a metterla più in difficoltà, ma furono anche quelle che le dettero maggior soddisfazione.
Pensò che sarebbe durata poco, ma quegli specchi l’avrebbero aiutata.

Quanto tempo impiega un’immagine a passare da una superficie all’altra? Un millesimo di secondo? Meno? Non era mai stata brava in fisica, ma pensò che se quel gesto, quell’azione immortalata nel primo specchio, si fosse riflessa nell’altro specchio, per poi tornare al precedente e di nuovo nell’altro, e così ancora e ancora e ancora… allora quei millesimi di secondo sarebbero moltiplicati e quel gesto avrebbe potuto dilatarsi e ripetersi in una sequenza di morti potenzialmente infinita.

Mentre i gemiti si smorzavano e sulle lenzuola sbocciavano i primi papaveri, si voltò di nuovo verso il secondo specchio. Fissò il centro di quel vortice in cui le loro sagome si perdevano, allontanandosi e sbiadendo verso un punto sempre più piccolo e scuro e in quel caleidoscopio di miniature lui ancora si stava dibattendo.

Non lo stava uccidendo una sola volta.

Questo pensiero la fece stare bene.

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Francesca Mastracci, studentessa di grafica e comunicazione visiva, è l’autrice dell’illustrazione. Da sempre frequentatrice di studi d’arte, nella ricerca del proprio percorso creativo, ha indagato diversi ambiti che spaziano dalla scultura all’illustrazione, dalla scenografia alla pittura. Ha preso parte a diverse esposizioni per giovani artisti emergenti nella città di Roma.

Nato a Ferrara, di professione webmaster e grafico pubblicitario, da oltre dieci anni realizzo composizioni e fotografie ispirate al mondo dell'arte pop-surrealista. Le mie opere sono state esposte in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco. Come scrittore ho esordito nel 2011 con il racconto Stazioni di posta, per l'antologia Auto Grill, a cui sono seguiti altri racconti, raccolti in varie antologie. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo romanzo, A bocca chiusa, per Newton Compton Editori e nel 2017, L'abbandonatrice per Fernandel.

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