Morte biologica ed immortalità digitale. Cosa succede ai nostri dati dopo il trapasso

Vi è mai capitato di rimanere scioccati davanti ad un post nella vostra home di Facebook di un amico o familiare che credevate defunto? E che defunto lo è davvero?

vite digitaliL’espansione della nostra vita, resa possibile dall’avvento del digitale, ha permesso ad ognuno di noi di vivere contemporaneamente più vite. C’è la vita reale, quella di tutti i giorni, in cui ci confrontiamo con le persone in carne ed ossa e poi ci sono tutte le vite che abbiamo on line. E quando una di queste finisce… non è detto che valga lo stesso per tutte le altre!

Si chiama tecnicamente morte digitale (in inglese digital death). Riguarda tutti quegli studi che analizzano cosa succede ai nostri dati digitali quando noi moriamo – o quando muoiono loro – e sta diventando un campo di approfondimento importante anche nel settore accademico. In Italia, uno dei ricercatori del settore è Davide Sisto, ricercatore dell’Università di Torino e autore del libro Narrare la morte (edito da ETS nel 2013). Davide è colui che si definisce un tanatologo digitale. Abbiamo fatto una chiacchierata con lui per saperne di più.

Intanto c’è da dire che il campo di studi della Digital Death si occupa di tre ambiti differenti:

  1. L’immortalità digitale
  2. L’immortalità nei social network
  3. La perdita, in vita, di dati digitali

morte digitaleNel caso dell’immortalità digitale, lo studio si concentra sul rapporto tra gli utenti in vita, quindi “on line”,  con i dati o i profili di defunti, quindi definitivamente passati “off line”. Questo ramo di ricerca cerca di comprendere come sfruttare il fatto che la nostra vita digitale riesca a sopravvivere alla nostra esistenza terrena. Poiché, mentre il nostro pellegrinaggio fisico sul pianeta si esaurisce in poche decine di anni, la vita digitale può continuare, potenzialmente, all’infinito.

Per comprendere meglio questo fenomeno, un programmatore portoghese ha lanciato recentemente un vero e proprio social network: Eter9. Una piattaforma che concede la possibilità di pubblicare anche quando passiamo a miglior vita, acquisendo informazioni in base alle nostre attività on line precedenti alla nostra morte. Il sistema crea praticamente una nostra copia digitale che continua a dire la sua al posto nostro, dopo che noi non ci siamo più.

eter9Per ora Eter9, oltre ad avere un nome affascinante, ha raggiunto l’unico risultato di rendere impossibile  all’utente la distinzione tra i profili “vivi” e quelli fantasma. Un risultato che ricorda da vicino il concetto di “onlife” del professor Luciano Floridi  che ha coniato questo neologismo per “evidenziare la natura ibrida delle nostre esperienze quotidiane, in parte digitali e in parte analogiche”.

Risultati a parte, Eter9 rappresenta sicuramente una sperimentazione interessante di costruzione di un cimitero virtuale dinamico  per chi non si accontenta di rimanere in vita nei ricordi delle persone care.

Ma veniamo all’immortalità nei social network, il secondo ambito di studio della Digital Death. Mentre nel caso dell’immortalità digitale vediamo una forte volontà del singolo di avere vita eterna nella rete, nel caso dell’immortalità social si studia una situazione non desiderata. Cosa succede ai profili social quando una persona viene improvvisamente a mancare?  morte digitale

Per quanto riguarda il lutto digitale, ci sono diversi modi per poterlo gestire. Uno di questi è quello di mantenere digitalmente in vita il defunto, dedicandogli un’apposita Fan Page “commemorativa”. Qui, però, si pone l’enigma della volontà digitale del trapassato: come rispettare i suoi voleri postumi concernenti utilizzo e gestione dei propri account social? La pagina commemorativa potrebbe, per esempio, andare contro i suoi desideri. Ecco che allora sarebbe necessario cominciare a ragionare in termini di “biotestamento digitale” con il quale sarebbe possibile esprimere tutte le istruzioni per un ipotetico prosieguo virtuale della nostra vita.

Nel caso della perdita dei dati digitali, terzo settore di studio della Digital Death, la situazione si ribalta. Non abbiamo più la morte del soggetto come oggetto di analisi, bensì la scomparsa dei suoi dati prodotti in vita. Questa perdita può essere talmente grave da generare veri e propri lutti. Spesso, infatti, il nostro patrimonio virtuale (specialmente in alcune professioni) risulta più importante di quello tangibile. Chi non è mai stato colto almeno una volta nella vita da una sensazione di panico per non aver fatto il back-up al computer nel momento giusto, o non aver salvato i file su cui abbiamo lavorato per molto tempo e che adesso non troviamo più? Tutte cose su cui riflettere…

Come si può evincere da questo rapido sguardo, lo studio che riguarda la “Digital death” è un campo sempre più necessario di questi tempi e si accompagna al bisogno di un’educazione digitale sul tema della morte di cui si parla ancora troppo poco. Vi terremo informati.

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Questo articolo è stato scritto a quattro mani da:
Alessandro Isidoro Re e Gianna Angelini.

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