Silicon Valley: dove tutto ha una scadenza. Anche Facebook.

Esiste un posto sulla Terra dove le cose sembra succedano prima di ogni altro luogo al mondo. La chiamano Silicon Valley ed è una striscia di terra che va da San Josè a San Francisco. Questa parte della California del Nord ospita tutte le aziende che, negli ultimi 40 anni, hanno contribuito al cambiamento delle nostre vite.

silicon valley

Nel 1971, un giornalista di nome Don Hoefler definisce “Silicon Valley” la parte sud dell’area metropolitana di San Francisco. Silicon sta per silicio ed il silicio è un elemento chimico usato per microchip e semiconduttori che, si sa, servono a far funzionare i computer.

Nel raggio di 100 km troviamo i quartier generali di Apple, Hewlett-Packard, Google, Facebook, Linkedin, Cisco, IBM, Neflix, eBay, Intel, PayPal. Aziende con cui quotidianamente abbiamo a che fare e che, in un modo o nell’altro, determinano il nostro stile di vita. E la lista potrebbe essere molto più lunga, visto che ormai “silicon valley” è un’espressione usata come sineddoche per l’alta tecnologia americana.

La prima volta che ci sono andato, ho avuto l’impressione di trovarmi nel posto che oggi ha il ruolo che Firenze ebbe nel Rinascimento. Il posto dove nascono le idee che cambiano il sistema. A dirla tutta la Silicon Valley è molto più brutta di Firenze – le cose più interessanti da vedere sono alcuni garage delle casette a schiera che si estendono a perdita d’occhio – ma l’effetto per me è stato proprio quello.

Era il 2015 – è bene specificare la data perché da queste parti le cose cambiano velocemente – e stavo girando un documentario dal titolo The Italian way.

Il documentario ruota attorno a tre storie, ognuna delle quali ha per protagonista un italiano, impegnato professionalmente all’estero. Uno dei tre protagonisti è Fabrizio Capobianco che, tra i primi italiani arrivati in Silicon Valley, si definisce “il nonno degli startappari italiani”. Il mio viaggio in Silicon Valley serviva ad intervistarlo, ma soprattutto ad intervistare i suoi amici americani che avrebbero dovuto restituirmi la loro percezione degli italiani all’estero.

Fabrizio è quello che si può definire uno “startupper seriale”. Il progetto a cui sta lavorando ora si chiama Tok.tv:  una app da usare mentre guardiamo una partita di calcio, soprattutto se siamo lontani dalle persone con cui lo facciamo di solito. L’idea gli è venuta per ovviare un problema appena arrivato negli States: poter vedere le partite della Juve insieme a suo padre in Italia.

Esplorare la Silicon Valley insieme a Fabrizio è stato illuminante. Il primo posto che abbiamo visitato è stato, ovviamente, Palo Alto. Qui ha sede l’Università di Stanford che è uno dei motivi per cui la maggior parte delle aziende high tech ha sede in questa zona del mondo.

Stanford University
Stanford University

Quando, nel 1891, Leland Stanford fondò questa università in onore del figlio morto per un’epidemia di tifo mentre si trovava a Firenze, la California era uno stato ben diverso da oggi. Aveva fatto parte del Messico fino a 40 anni prima ed era appena diventata la meta finale della caccia all’oro. Nel 1849  quasi 90 mila persone decisero di cercar fortuna in California. Li chiamarono “49ers” e ancora oggi questo è il nome della squadra di football americano di San Francisco.
La California era il lembo estremo del Far West. Come testimonia la narrativa, arrivarci non era facile e parte della fortuna di Leland Stanford risiedeva proprio nella Central Pacific Railroad, la ferrovia di cui era direttore, che collegava lo Utah alla West Coast.

I cercatori d’oro di oggi si chiamano “startupper” ed hanno iniziato la loro fortuna proprio in alcuni garage di Palo Alto. Il primo ad essere famoso è stato il garage di David Packard, un ragazzo che dopo essersi laureato a Stanford nel 1939, ha fondato insieme all’amico Bill Hewlett la Hewlett-Packard. Precisamente sul retro della casa in cui abitava con la moglie, al numero 367 di Addison Avenue. Questa è stata in assoluto la prima start-up della storia.

Ad un paio di chilometri da qui, al 232 di Santa Margherita Ave, c’è un altro garage famoso:  quello di Larry Page e Sergey Bin, i fondatori di Google. Se ci spostiamo di qualche miglio a sud verso Cupertino, troviamo il garage di Steve Jobs e Steve Wozniak, dove nacque la Apple.

jobs apple
Steve Jobs (a destra) e Steve Wozniak (a sinistra) nel garage dei genitori di Jobs a Mountain View, in California, nel 1975

Se la corsa all’oro dell’ ‘800 si rivelò un falso mito perché la maggior parte dei cercatori trovava solo una quantità di metallo appena sufficiente a sopravvivere, la partita dei cercatori di fortuna del secondo dopoguerra è ben diversa. Se sommassimo il fatturato delle aziende fondate dagli ex alunni della Stanford University, avremo lo stesso volume monetario di una delle prime economie del mondo.

Mentre attraversiamo le strade della California a bordo della Fiat 500 decappottabile di Fabrizio, passiamo davanti all’insegna del celebre pollice alzato di Facebook, in Hacker way 1. Ci fermiamo e scendiamo. Dopo l’irrinunciabile selfie, Fabrizio mi invita ad aggirare l’insegna e guardarla da dietro. Così mi mostra qualcosa di davvero sorprendente.

Assistere a tre rivoluzioni in 50 anni, evidentemente non può lasciare indifferenti! Eh sì, perché dopo la rivoluzione del personal computer e  quella di internet, proprio mentre tutti pensavano che la Silicon Valley sarebbe morta, è arrivata la rivoluzione del mobile. Questa terra di frutteti e garage è abituata a veder cadere gli imperi. Osservando l’insegna di Facebook dal retro, infatti, scopro che quel cartellone con il pollice alzato, il celeberrimo “I Like” con cui individuiamo le cose che ci piacciono, è esattamente lo stesso della vecchia Sun Microsystems che occupava quello spazio prima del colosso dei social network.

La Sun Microsystems è stata un pilastro dell’informatica dal 1982 al 2010. Nel 2008 aveva 35 mila dipendenti, un fatturato 13,88 miliardi di dollari, con un utile netto di 403 milioni. Poi, nel 2008, è stata acquistata dalla Oracle Corporation per 7,4 miliardi di dollari e di colpo è diventata materia per nerd nostalgici.

Zuckerberg  – o chi per lui –  nonostante una quotazione in borsa che si aggira intorno ai 400 miliardi di dollari,  ha ritenuto opportuno riciclare quell’insegna. Fabrizio mi spiega che in Silicon Valley tutto funziona seguendo dei cicli. L’innovazione è un mondo spietato. Basta un passo falso per perdere il prossimo trend e finire fagocitati dai concorrenti. Anche se ti chiami Facebook.
Non mi è del tutto chiaro il motivo per cui il vecchio logo della Sun Microsystems sia ancora lì, ma, accantonata l’ipotesi della mancanza di fondi, mi piace pensare che ci sia un motivo preciso, come una sorta di monito: “Ricordati di innovare sempre…”.

Nel momento in cui scrivo questo articolo, Facebook è nel pieno della bufera Cambridge Analytica per aver ceduto i dati di 50 milioni di utenti.  Non credo, personalmente, che sia arrivato il momento di buttare l’insegna di cui abbiamo parlato, ma indubbiamente  in questi giorni le parole di Fabrizio assumono un significato diverso.

Mark-Zuckerberg-Cambrudge-Analytica-ScandalGli abitanti della Silicon Valley vivono questo fermento in modo particolare. Sono tutti giovanissimi. Le aziende miliardarie sono state fondate da persone che non avevano ancora compiuto 25 anni. Il fallimento qui è considerato qualcosa di positivo: viene interpretato come un’esperienza utile che ci aiuta a non ripetere in futuro gli errori del passato. Della serie: il generale che conosce la sconfitta, sarà più bravo ad evitarla. Non conta avere un’idea per primo, ma essere nel momento giusto al posto giusto con il progetto giusto. La chiacchierata con Fabrizio mi mostra un mondo di pragmatici sognatori che pensano solo al futuro. Giovani che vivono in costosissime casette, parlano tutte le lingue e non hanno problemi a presentarsi all’incontro che potrebbe cambiare la propria vita in t-shirt e infradito.

Durante le riprese del documentario, ho dormito a Redwood City. Ho sempre l’abitudine di cercare su Wikipedia il nome della città in cui mi trovo per la prima volta. Curiosando così, scopro che tra i personaggi famosi che abitano in questa zona c’è un  italiano: Piero Scaruffi.  Lo cerco su Google e poi su Facebook. Ci parliamo e il giorno dopo ci vediamo nel caffè di Stanford.

Piero è arrivato nella Silicon Valley  nel 1983 come ricercatore presso il Centro Intelligenza Artificiale dell’Olivetti a Cupertino ed è una istituzione nel mondo della critica musicale, per aver pubblicato la Storia del Rock in sei volumi. Una storia controversa in cui si permette di stroncare musicisti come Elvis, David Bowie, Radiohead, Queen, U2 e persino i Beatles, riconoscendo l’importanza che meritano, invece, precursori come Captain Beefheart, Red Crayola, Pere Ubu. Nomi, per me (non so per voi…) sconosciuti.

Una delle prime cose che Piero mi dice nella sua intervista è che qui nessuno è interessato al tuo passato, né a sapere da dove vieni. Qui l’unica cosa che conta è dove sarai e che capacità hai di capire il futuro. Sebbene sia convinto che qui la storia non importi a nessuno, nel 2016 Piero ha pubblicato la terza edizione aggiornata del suo libro A History of Silicon Valley.

Lo intervisto passeggiando per il campus. La mia prima domanda è: perché proprio qui?  Sì, qui c’è Stanford, l’Università con 32 premi Nobel, mentre l’Italia ne ha 20 in tutto, ma basta questo a giustificare la Silicon Valley?

Secondo Piero no. La valanga di Nobel che ha contribuito a fare di Stanford l’Università migliore del mondo è arrivata dopo. Le ragioni di questo successo sono altre. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la California era il fronte orientale. Qui si concentrò la maggior parte degli investimenti militari nelle telecomunicazioni. Internet – Arpanet alla nascita – era una rete di computer studiata dal Dipartimento della Difesa americano per scopi prettamente militari, durante la Guerra Fredda.

Se Los Angeles è da sempre la città del cinema, San Francisco è a partire dall’estate 1967 – la cosiddetta “Summer of Love” –  la città degli hippie. Intanto che il Governo degli Stati Uniti vi investiva milioni in ricerche militari, tra il ’65 ed il ’68 migliaia di giovani in cerca di pace, amore e libertà facevano della California del nord l’epicentro di una ennesima rivoluzione.

Mentre il sogno americano si sgretolava nella giungla vietnamita, qui nasceva la controcultura. Che dire? Metti milioni di dollari nelle mani di figli di hippie visionari ed ecco che il mondo non sarà più lo stesso!

Luigi Maria Perotti è un regista di film documentari. I suoi lavori sono distribuiti a livello internazionale al cinema ed in televisione. Attualmente lavora come reporter per la Rai e gira il mondo alla ricerca di storie.

Lascia un commento

*