Dallo scaffale alla nuvola. Archiviazione del sapere e creatività oggi

Questo articolo è dedicato ai designer del futuro. A coloro che si dovranno ingegnare a progettare l’ambiente più adatto per sviluppare al meglio le nostre capacità di immaginazione ed il nostro pensiero creativo.

Immaginare un luogo ideale deputato al pensiero creativo, immaginare la sua progettazione, in un’epoca come la nostra in cui la categoria stessa del pensiero è in discussione, non è facile. Per questo, dopo alcune riflessioni ho pensato che, se taluni dilemmi sono impossibili da sciogliere, si può almeno provare ad offrire un contributo di carattere concettuale per pungolarli. Attraverso un piccolo viaggio fatto di idee, architetture, cinema e televisione, cercherò di mostrare ai nostri designer del futuro alcuni fattori di cambiamento su cui è ormai impossibile non riflettere.

Questo viaggio parte da uno spunto di riflessione imprescindibile quando si parla di ‘pensatoi’, e cioè dal famoso studiolo dell’umanista. Un ambiente privato che il nobile intellettuale si ritagliava per coltivare i propri interessi culturali. Elitario, veniva allestito in modo da isolarlo dal mondo esterno e agevolare la sua attività creativa. Lo spazio era abbigliato da oggetti ed orpelli, spesso molto preziosi, in grado di aiutare la stimolazione del pensiero. Sono giunte a noi famose testimonianze architettoniche di questi spazi. Probabilmente il più noto è lo studiolo di Federico di Montefeltro, conte di Urbino, ma altrettanto affascinanti sono lo studiolo di Isabella d’Este e Cosimo de’Medici.

ll
L’allestimento di un simile spazio si fonda su almeno tre presupposti:

Il primo è che esiste una separazione netta tra il soggetto creativo e l’oggetto depositario della memoria che lo aiuta nel processo creativo. Poiché qualsiasi innovazione, anche la più originale, si fonda su un sapere pregresso che il creativo non può ignorare, all’interno dello studiolo questi strumenti del sapere si trasformano in oggetti da consultare. Libri, disegni, schizzi, prototipi, oggetti preziosi e rari. Di fatto, si tratta di elementi dotati di una propria vita materiale, che hanno un posto all’interno della stanza e che aiutano ad arricchire la competenza e la conoscenza del proprietario dello spazio.
Il secondo è che questo processo di raccolta di oggetti, collezione, acquisizione della informazioni, elaborazione e creazione, avviene in totale solitudine ed isolamento dal mondo esterno. L’artista, il pensatore, lascia il mondo fuori dallo studiolo per raccogliersi intimamente nei suoi pensieri.
Il terzo, riguarda lo spazio. Ritagliare una stanza all’interno di una proprietà privata, per dedicarsi a se stessi e alla propria cultura, indica la chiara necessità di uno spazio fisico accogliente per esprimersi al meglio.

Questi presupposti allo studio sono propri di un lungo periodo. Se volessimo sintetizzare queste caratteristiche in un’unica figura più popolare e a noi più vicina nel tempo, indicherei in Sherlock Holmes, degno erede di questo modello di pensatore. Una figura letteraria, certo, ma costruita secondo il modello classico del pensatore del passato. Un pensatore indubbiamente molto dotato: Sherlock è un consulente investigativo con una intelligenza acuta. Attento ad ogni dettaglio visibile, raccoglie tracce di informazioni che le persone dotate di normale intelligenza trascurano e poi genera la propria idea. Lo fa nella solitudine del suo appartamento al famoso 221B di Backer Street, usando lo studiolo anche come metafora della mente.

Un modo efficace di rappresentare questo tipo di pensiero con un linguaggio più contemporaneo, ce lo offre la televisione. Per chi non lo avesse ancora visto, consiglio l’interpretazione di Sherlock Holmes offerta da Benedict Cumberbatch nella serie britannica di grande successo in onda dal 2010. Una serie in cui il palazzo mentale di Sherlock viene rappresentato nel migliore dei modi.

Chi non ha mai sognato, almeno una volta di essere veloce e geniale come Sherlock?

Peccato che i tempi siano cambiati e che ormai il fascino dell’investigatore solitario viva solo nella finzione letteraria. Sì, perché nella realtà sono successe molte cose che hanno messo in crisi i presupposti dello studiolo. Intanto, l’avvento del digitale e la nascita di supporti diversi dall’oggetto fisico per la memorizzazione dei dati, hanno definitivamente messo alla prova il primo dei presupposti. L’archivio digitale rende evanescente la forma solida dei vecchi supporti di memoria (libri, album fotografici, ecc.). L’oggetto a cui releghiamo la conservazione del sapere non si vede più. Non solo, esso non esiste proprio finché non siamo noi a consultarlo e a dargli vita. Così la netta distinzione tra soggetto che crea e pensa ed oggetto depositario della memoria, si annulla.

L’elenco di file di testo, di immagini e video che abbiamo archiviato nelle nostre memorie digitali, aspettano qualcuno che dia loro un’anima. Siamo solo noi che, mentre li cerchiamo e li selezioniamo, li apriamo davanti ai nostri occhi e diamo loro forma. Una forma che coincide con il momento in cui decidiamo di dare loro la vita. Infatti, mentre il supporto fisico è davanti ai nostri occhi a prescindere dal momento in cui noi lo useremo, il file archiviato in digitale prende vita solo se lo consultiamo. E non prende una vita a caso, ma esattamente quella che noi decidiamo di dargli in quel momento. Certo, anche quando sfoglio un libro, la variabile del tempo ha un valore. Di sicuro un testo ci parla in modo diverso in momenti diversi, ma lo spazio che occupa nel nostro scaffale non cambierà di molto nel tempo.
Ecco dunque un’altra conseguenza. Non solo si perde la distinzione tra soggetto e oggetto del pensiero, ma l’oggetto stesso perde il suo statuto per trasformarsi in un evento ancorato più al tempo che allo spazio.

La collezione delle nostre memorie diventa pertanto  flessibile e perde definitivamente la propria linearità. Non c’è ordine nella rievocazione delle memorie. Essendo ancorata alle nostre pulsioni ed esigenze del momento, la rievocazione diventa imprevedibile. Le informazioni conservate nei supporti si trasformano in tracce da rincorrere e da individuare.

Che l’archiviazione del sapere e la sua acquisizione possano non essere lineari, in realtà non è un concetto nuovo. Vorrei fare due esempi di architetture utopistiche del passato che lo dimostrano.

Il primo esempio è il Teatro della Memoria dell’umanista Giulio Camillo Delmino.

La sua idea era quella di progettare un teatro destinato a recare l’impronta mnemonica di tutta la conoscenza universale, codificata attraverso schemi di memoria associativa. Il teatro, che in realtà avrebbe dovuto avere l’aspetto di un grande Anfiteatro, ispirato al De Architectura di Vitruvio, era diviso in sette gradi, intersecato da sette corsie. L’edificio, quindi, era suddiviso in 49 caselle, ad ognuna delle quali era associata una figura simbolica del mito o della cabala. Gli studiosi erano degli spettatori che, muovendosi all’interno dell’architettura, avrebbero avuto accesso a tutto lo scibile umano.

Il secondo esempio è successivo ed è un progetto architettonico, anche questo mai realizzato, redatto nel 1784 dall’architetto Etienne-Louis Boullée in onore di Isaac Newton.

Il Cenotafio di Newton era costituito da una immensa sfera cava, alta oltre 150 metri, adagiata su un terrazzamento che doveva sostenere l’emisfero inferiore e assorbire la spinta della metà superiore. All’esterno erano previsti tre alti basamenti su cui erano collocati altrettanti anelli concentrici di cipressi, come sui mausolei romani.
Lo scopo dell’architetto era quello di riprodurre l’immensità dell’universo e suscitare sgomento. La ciclopica cavità all’interno del cenotafio, occupata dal sarcofago commemorativo di Newton, avrebbe offerto visioni cosmiche diverse a seconda del momento della giornata. Di giorno, la sfera avrebbe mimato la volta celeste con tutte le sue costellazioni ottenute dal filtraggio della luce attraverso apposite fessure sulle calotte. Di notte, il complesso avrebbe fornito effetti diurni, ricavati con l’accensione di un enorme globo a forma di sfera armillare che, sospeso al centro della cavità, avrebbe illuminato l’intera struttura. Le spoglie di Newton erano previste in una struttura che avrebbe ricreato in miniatura l’universo, le cui dinamiche vennero da lui stesso scoperte grazie alle famose leggi di gravitazione universale.
llll

L’inconscio tecnologico

Entrambi questi esempi ci mostrano come l’idea di assumere conoscenza attraverso dei metodi alternativi e non lineari non fosse nuova, eppure l’ancoraggio allo spazio fisico permaneva come vincolo determinante. Un vincolo che impediva alla conoscenza di autogenerarsi, come invece avviene con i supporti digitali che sviluppano una conoscenza negli interstizi della nostra visione, proprio in quegli spazi che non vediamo. Non è un caso che si parli, a questo proposito di Inconscio tecnologico. Il termine, coniato in questa forma da Franco Vaccari nel ’79  (vedi Fotografia e inconscio tecnologico), è stato anticipato dal concetto di inconscio ottico individuato da Walter Benjamin nel suo testo celeberrimo L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, e indica la capacità della tecnologia di appropriarsi di zone del sapere e archiviarle senza che noi ne siamo coscienti.

Un esempio classico che si propone di solito per spiegare cosa si intenda per inconscio tecnologico è il film del ’66 di Michelangelo Antonioni, Blow-up. Thomas, egocentrico ed inquieto fotografo londinese, scatta delle foto a due amanti in un parco deserto. La donna se ne accorge e lo rincorre per avere i negativi. Lo raggiunge nel suo studio ed è disposta a concederglisi pur di riaverli. Insospettito, Thomas sviluppa le foto, le stampa e le ingrandisce – blow-up appunto – e scopre tra la vegetazione una mano con una pistola. Torna nel parco e trova il cadavere dell’uomo che era con la donna quando lui ha scattato le foto. Rientra nello studio e scopre che stampe e negativi sono stati rubati.

La macchina fotografica aveva catturato dei dettagli che erano sfuggiti al fotografo, concentrato ad osservare un’altra parte della scena. Quei dettagli diventano significativi solo dopo che vengono sottoposti ad analisi e si incastrano all’interno di un puzzle che ha al centro la scena del delitto. Quante volte ci sarà capitata la stessa esperienza? Riguardare un video o una foto ed accorgerci di dettagli che non avevamo notato e che improvvisamente diventano significativi. Ex-amanti che sbucano dove non avremmo voluto, tag che ci vedono coinvolti in situazioni che avevamo dimenticato.
Certo, dobbiamo ammettere che la potenza dei nuovi supporti di memoria fa la differenza, così come il processo di archiviazione adottato. A questo proposito vorrei fare due esempi che mi sembrano particolarmente significativi. Si tratta di scene tratte da un ipotetico futuro prossimo e che ci vede protagonisti di una immersione più coinvolgente nella memoria.

Il primo esempio ce lo offre la serie britannica Black Mirror nel 2011. Nel terzo episodio della prima stagione, intitolato The Entire History of You – Ricordi pericolosi, ci viene presentata una realtà in cui ai bambini sin dalla nascita viene impiantato un Grain dietro l’occhio, un bottoncino che registra tutto ciò che si fa e a cui è possibile accedere sotto forma di video. Nella scena iniziale dell’espisodio, il protagonista ha appena sostenuto un colloquio di lavoro e nel taxi che lo riaccompagna all’aeroporto decide di rivedere le parti salienti, zoomando sui propri potenziali datori di lavoro per carpire i segnali idonei a decifrare il successo o meno del colloquio. Elementi che erano proprio davanti ai propri occhi pochi minuti prima, ma che, concentrato su se stesso, non aveva avuto il tempo di fissare.

Il secondo esempio ci viene offerto da una serie più recente, sempre britannica. Si tratta di Electric Dreams, distribuita in Italia da Amazon Prime a partire dal settembre 2017 e ispirata ai libri del visionario Philip Dick. L’episodio è il quinto della prima stagione ed è ambientato in un futuro non troppo remoto in cui la protagonista è Sarah, una poliziotta lesbica sposata con Katie. A causa di un massacro a cui ha assistito e in cui ha perso diversi colleghi ed amici, Sarah è scioccata e non riesce ad andare avanti serenamente con la sua vita, non riesce a smettere di pensarci. La moglie decide, pertanto, di regalarle una vacanza speciale: una vacanza mentale da se stessa. Grazie ad un dispositivo che ha il potere di basarsi sul suo subconscio, Sarah non dovrà fare altro che chiudere gli occhi per vivere una nuova vita basata sui suoi desideri più nascosti.

Spinto agli estremi, il concetto di inconscio tecnologico, connesso con il cambiamento nel processo di memorizzazione del sapere, ci porta a ragionare su quella che è la novità più interessante del digitale e cioè che la mancanza di vita propria di tali supporti, ne aumenta esponenzialmente le possibilità. Non solo questi nuovi supporti di memoria vivono solo in funzione di chi li anima, ma nel frattempo sviluppano, a nostra insaputa, un sapere con cui prima o poi dobbiamo fare i conti. Se questo è vero quando a doverci fare i conti è il singolo individuo, figuriamoci cosa succede quando la caratteristica dell’individualità viene meno, cosa che ormai è consuetudine da quasi vent’anni… grazie ai social.

Faccio ancora due esempi in ambito artistico. Il primo è un progetto del 2014 di Lev Manovich dal titolo The exceptional and the everyday: 144 hours in Kiev. Si tratta del primo progetto che analizza l’uso di Instagram durante una rivolta sociale. Grazie all’esplorazione di 13.208 immagini condivise da 6.165 persone nella zona centrale di Kiev, durante la rivoluzione ucraina del 2014 (17-22 febbraio), possiamo vedere che, a prescindere dalla volontà dei singoli utenti che hanno postato le foto, l’insieme delle loro proiezioni rappresenta di per sé un sapere. Un sapere che ci restituisce la sensibilità di un intero popolo in ore difficili e complicate per il futuro del proprio Paese, in cui convivono selfie in bagno – tanti – con gattini – non pochi – e immagini strazianti di dolore.

Il secondo è un progetto, mai realizzato perché mai finanziato, di un giovane studente danese di Interaction Design, Philipp Schmitt, che nel 2015 ha costruito un prototipo di Camera Restricta. Si tratta del progetto di una nuova fotocamera che si localizza tramite GPS e cerca online foto geo-taggate nelle vicinanze. Se individua che troppe foto sono state prese da quella posizione, semplicemente blocca il click e ci costringe a spostarci per fare la foto da una angolazione più originale.

Queste considerazioni ci portano ancora oltre, dritti verso una ulteriore conseguenza. Non solo la produzione del sapere non è più individuale, ma si abbatte totalmente la barriera tra privato e pubblico. Ancora uno spunto dalla tv per capire meglio. MrRobot è una serie americana che riflette proprio su questa dimensione. Certo, il protagonista è un sociopatico hacker che si erge a “giustiziere informatico”, ma sappiamo tutti che non serve essere dei grandi esperti per scoprire nuove identità delle persone che ci circondano (e che spesso non sono neanche consapevoli del fatto che circolino).

Marshall McLuhan aveva profetizzato tutto questo moltissimi anni prima dell’avvento di internet. Nell’epoca dell’informazione istantanea, tutta l’umanità è sulla nostra pelle, scriveva. E si sa, la pelle non si può togliere. Se non ci piacciono le cicatrici che il mondo ci ha procurato possiamo coprirle in qualche modo, possiamo grattarci quando le allergie ci infastidiscono, ma ci dobbiamo convivere ogni giorno allo specchio.

Marshall McLuhan
Dunque ricapitolando…

Spazio fisico, mentale e virtuale, oggi coincidono. Soggetto e oggetto si fondono rendendo inutile anche una distinzione tra privato e pubblico, individuale e collettivo. L’isolamento per pensare non ha più senso. Le tecnologie sviluppano autonomamente un sapere, cosa che rende l’imprevedibilità sempre più difficile.

Esiste un luogo che può aiutarci a preservare la nostra intelligenza creativa? Ecco la domanda.
E se non è il periodo dell’umanesimo il nostro punto di riferimento, perché abbiamo visto che tutti i suoi capisaldi si sono ribaltati, da cosa ci dobbiamo far ispirare?
Pensandoci bene, le distinzione tra soggetto e oggetto, pubblico e privato, individuale e collettivo sono invenzioni piuttosto moderne e sono figlie dell’invenzione madre di tutte le invenzioni: la scrittura. Grazie alla scrittura, l’uomo ha relegato a luoghi fuori da sé la memoria del passato. Nella cultura orale questo non esisteva. Gli uomini si portavano addosso il loro sapere e quello delle generazioni future. Dunque non è che stiamo tornando indietro? Culturalmente intendo. Dovremo davvero abbandonare ogni riferimento a un luogo fisico dedito al pensiero?

Forse no. Ad aprirci una speranza in questo senso è un’artista scozzese, Katie Paterson, che con una provocazione davvero interessante sta provvedendo alla costruzione di un archivio del futuro:  la Future Library.

Grazie alla collaborazione con la più grande biblioteca norvegese, è stata piantata una intera foresta vicino ad Oslo che fornirà carta per la pubblicazione di una serie di libri in 100 anni. Il progetto è partito nel 2014 e terminerà nel 2114. Ogni anno uno scrittore, scelto da un comitato che si rinnova ogni 10 anni, viene selezionato per scrivere un libro che farà parte della biblioteca del futuro. Il primo testo depositato è stato scritto da Margaret Atwood. E’ un testo di cui lei ignorerà la ricezione, visto che difficilmente sarà ancora con noi fra 100 anni quando verrà pubblicato. E lo stesso vale per tutti gli altri. I lettori della biblioteca del futuro non esistono ancora, nasceranno fra molti anni, così come molti degli scrittori che popoleranno l’archivio.

Cosa vuol dire tutto questo? Che il ruolo dell’archivio è ancora quello di creare contenuto, ma non in termini di memoria, bensì come fabulazione e processo narrativo imprevedibile. Perché il fatto che siamo gli unici animali che definiscono la propria umanità grazie al racconto di se stessi, questo nessuna epoca lo ha ancora messo in discussione.

Sono curiosissima di vedere come questo potere affabulatorio della memoria trasformerà il nostro spazio intellettivo. Designer del futturo: datevi da fare!
klk

***

L’articolo ripropone i temi di una lecture che Gianna Angelini ha tenuto il 21 febbraio 2018 a Roma, all’interno del workshop interdisciplinare promosso dal Quasar Design University dal titolo: “Umano, sovrumano, postumano. Dispositivi per lo Human Enhancement”. Obiettivo del workshop era quello di far riflettere gli studenti sul cambiamento, in epoca contemporanea, del luogo dedicato al pensiero e la creatività.

Lascia un commento

*