Vita da lettore, editor, editore. Dialogo con Giovanni Turi

La passione per la lettura, la ricerca della bellezza e la sana follia di un nuovo progetto editoriale. Breve dialogo con Giovanni Turi, editor e direttore editoriale di TerraRossa Edizioni.
Vincent Van Gogh, Salici potati al tramonto, 1888

Il campo di stoppie è un intreccio fitto di ocra e verdi. Tre salici ne emergono come creature azzurro-viola, il nero puro a rimarcarne tronchi e rami nodosi. In alto il sole, solenne ostensorio, irraggia onde di luce trasformando il cielo in un mare giallo più dell’oro. Un abbaglio. Una visione febbrile. Un’illuminazione improvvisa. Una pennellata indelebile.

La visione delle opere di Van Gogh è un incontro che segna. I segni chiamano, ogni tratto ha una voce inconfondibile che urla la bellezza della natura, ma lascia una leggerezza interiore che pure appartiene a questo mondo. Van Gogh ha dato forma a un linguaggio originale e unico, grazie alla sua capacità di guardare nel cuore delle cose. Eppure nella sua pennellata rimane un margine di mistero.

Apro così, con questo breve, emozionato ricordo della mostra Van Gogh. Tra il grano e il cielo che ho avuto la fortuna di visitare recentemente, ospitata nella Basilica Palladiana a Vicenza, il dialogo con Giovanni Turi, editor e direttore editoriale della giovanissima casa editrice TerraRossa. La ragione è semplice. Quello slancio incessante di ricerca che animava Van Gogh, il sondare la possibilità di linguaggi nuovi, fuori dall’accademia, ispirano la visione della letteratura e dell’editoria su cui si fonda l’attività di Giovanni, sia come editor che come direttore editoriale.

Inevitabile quindi iniziare chiedendo a Giovanni come nasce questa nuova casa editrice.

Nasce da un’esperienza ormai decennale nel settore e da alcuni incontri che hanno segnato tratti più o meno brevi di un percorso che vorrebbe provare a distinguersi per la coerenza della proposta: quella di una letteratura che sappia sperimentare le possibilità del linguaggio o raccontare il nostro il tempo, meglio ancora entrambe le cose insieme. Ho iniziato come semplice direttore editoriale di TerraRossa, poi mi sono accorto che c’era bisogno di un impegno maggiore anche sul versante amministrativo perché il progetto si giocasse a pieno le sue possibilità e così ho accettato la proposta di cessione di Angelo De Leonardis, con il quale avevo dato vita al tutto.

In un saggio su Harper’s del 1996 – pubblicato da Einaudi nel 2002 nel volume Come stare soli – Jonathan Franzen si chiedeva: perché scrivere romanzi? Io aggiungerei perché pubblicarli e perché leggerli? Lettura e scrittura hanno ancora un senso nella società dell’intrattenimento?

Certo che hanno senso. L’intrattenimento si basa sull’immediatezza, la (buona) letteratura sull’affrontare o persino ricreare la complessità. Il primo richiede abbandono, la seconda partecipazione. In fondo, forse, la ragione per la quale si scrive, si pubblica e si legge è una sola: sedare il senso di inadeguatezza che ci attanaglia, ancor più in una società come quella odierna, e perseguire la bellezza in una delle molteplici forme nelle quali può manifestarsi.

Prima ancora che editor e direttore editoriale sei un lettore appassionato. Le letture che suggerisci soprattutto sul tuo blog Vita da editor, sono sempre stimolanti e originali. Eppure i lettori di libri sono in costante calo. In una recente intervista Philip Roth afferma che è una tendenza irreversibile. Alla fine i lettori seri, se non scompariranno, saranno tanti quanti oggi leggono poesia latina. La responsabilità è dello Schermo: prima quello analogico del cinema e della tivù, oggi quello pervasivo del digitale. Anche secondo te è un processo irreversibile? O possiamo pensare a dei modi per trovare un equilibrio tra le parti in campo?

Mi ricollego alla risposta precedente: il desiderio di bellezza, di comprensione, di confrontarsi con gli altri non possono esaurirsi; anche quelle che passano attraverso lo schermo sono storie e ci sarà sempre bisogno di chi le scriva e di chi le selezioni e le valorizzi.

Di contro Don De Lillo, in una lettera a Jonathan Franzen – riportata da quest’ultimo nel saggio su citato – scrive che: “Lo scrittore conduce non segue. La forza motrice risiede nella sua testa non nel numero dei lettori”. Quale forza motrice ti aspetti da uno scrittore contemporaneo?

Premesso che mi stai facendo delle domande di una difficoltà tale da farmi supporre che mi abbia scambiato per qualcun altro, ammetto che non so quale sia questa forza motrice: non ho mai varcato la soglia della scrittura creativa e ritengo che per un editor sia la condizione ideale per potersi immergere di volta in volta in ogni tipo di stile.
Se invece mi chiedi cosa mi aspetti dalla narrativa contemporanea, allora la risposta è sempre la stessa: la capacità di farmi emozionare, di scoprire le potenzialità del linguaggio, di aumentare la mia comprensione del reale o di farmi intravedere un altrove inedito.

Da Roth a De Lillo, da David Grossman a Murakami, da Alice Munro a Roberto Bolaño, giusto per citare alcuni dei più noti, sembra che i grandi narratori non abitino più nella vecchia Europa. Oppure esiste, in particolare in Italia, un underground di scrittori che cercano un linguaggio alternativo e una visione del mondo non allineata a quella mainstream?

Vorrei smentirti: il rumeno Mircea Cǎrtǎrescu, lo spagnolo Javier Cercas, il bulgaro Georgi Gospodinov, la bielorussa Svetlana Aleksievič e la rumeno-tedesca Herta Müller, i francesi Emmanuel Carrère, Michel Houellebecq, Antoine Volodine, gli italiani Aldo Busi, Emanuele Tonon, Vitaliano Trevisan, Giorgio Vasta e molti altri scrittori ancora sono la riprova di un fermento russo-europeo capace di attraversare e talvolta determinare correnti letterarie e stilistiche molto diverse tra di loro.

Daniela Di Sora, editore di Voland, descrive brevemente il lavoro di Goergi Gospodinov, autore bulgaro contemporaneo tradotto in italiano da Voland.

Su tua indicazione ho letto recentemente i due romanzi pubblicati in Italia di Han Kang, La vegetariana e Atti umani. Nel recensire su Vita da editor quest’ultimo romanzo dell’autrice sudcoreana, hai scritto che non ti stupirebbe se un giorno le venisse assegnato il Nobel. Perché?

Per la capacità di trarre dalla storia recente materia letteraria e di dare forma al disagio del tempo che stiamo vivendo, ma soprattutto per l’originalità delle sue costruzioni narrative. Nella Vegetariana la protagonista e la sua scelta estrema (dunque non interpretabile se non da lei stessa) vengono raccontate attraverso altri tre personaggi. In Atti umani, di capitolo in capitolo si hanno una progressione temporale e un cambio di soggetto e persona narrativa che convergono però verso una sola drammatica storia. Credo siano aspetti che vengano tenuti in grande considerazione dall’Accademia Svedese, ultimamente, per giunta, attenta anche a rispettare la “quota rosa”.

Quali altri autori puoi consigliare, soprattutto contemporanei, e per quali motivi li consiglieresti?

Sicuramente quelli europei che ho menzionato prima, ai quali vorrei aggiungere anche gli autori di TerraRossa e in particolare suggerirei gli ultimi due volumi pubblicati: La gente per bene di Francesco Dezio e Restiamo così quanto ve ne andate di Cristò.

Non perché un’autopromozione in chiusura di intervista possa essere legittima, ma perché credo fermamente nel loro talento e nel valore del lavoro che sto portando avanti, con impegno e fatica, insieme allo staff della casa editrice.

Se in tanti applaudiamo a chi dà spazio alle voci fuori dal coro, ma poi non ci fermiamo ad ascoltarle, allora diventa tutto un chiacchiericcio indistinto, purtroppo.

Poeta, qualche volta narratore, lettore forte. Nella sua libreria Hugo, Kawabata, Calvino, Grossmann, Roth, Everett convivono armoniosamente con Izzo, Derek Raimond, E. Bunker, Ed McBain. Ma è la poesia a farla da padrona.

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